ARMI E POLITICA.

Le istituzioni militari si adagiano sulle istituzioni politiche, ed

allorchè queste subitamente cambiano natura ed obbiettivi, quelle non

hanno l'elasticità necessaria per corrispondere alle nuove esigenze.

Questa ragione risponde da sè sola al perchè tutti gli eserciti

regolari dei vari stati d'Italia esistenti nel '48, non corrisposero

in modo perfetto alle nuovissime necessità della guerra, in un attimo

apparsa inevitabile.

Come nebulosa subitamente radiante, la massa popolare capì che dovevasi

fondare una Patria: in qual modo? per qual via? ciò era confuso.

L'armi, ovunque reclamate, a che tendevano? Alla sola cacciata dello

straniero? Alla sola difesa locale? A porre in freno i regnanti, e le

loro milizie assoldate?

L'Italia sarebbe stata federale, od unitaria? Nel consesso europeo

chi l'avrebbe rappresentata? Quali rapporti si sarebbero fra stato e

stato, fra il Piemonte, la Lombardia, ed il Veneto; fra queste regioni

e tutte le altre terre italiane? Nessuno soffermavasi a queste domande;

appariva l'armarsi un bisogno istintivo, e la guerra, che era nel

sangue, indicava la via per tutto risolvere.

Questa era la coscienza delle moltitudini ma la disparità fra statuto

e statuto, fra repubblica e monarchia, il contrasto fra gli intenti

segreti ed i palesi, dovevano fatalmente influire sulla condotta dei

singoli eserciti in guerra, e rendere dubbiosa l'azione del comando.

Guai se un generale è travolto nel gorgo di opposte correnti, se lo

tormentano tendenze, che si possono creder doveri inconciliabili,

proprio quando uno solo dovrebbe essere il suo pensiero: vincere!

In tali contingenze, la storia di tutti i popoli registra sempre una

disfatta.

Ove, nel '48 il più semplice concetto militare avesse potuto prevalere

sulla politica, noi avremmo avuto un solo esercito italiano, reclutato

per regioni di nascita, e distinto in tanti corpi quanti erano gli

Stati d'allora. Tale esercito sarebbesi dato un capo effettivo unico,

avrebbe seguito un piano concertato in tempo ed imposto a tutti i

comandanti: la sua prima linea sarebbesi costituita con tutti i soldati

regolari; i volontari, accorsi ai depositi de' reggimenti ed ivi

ordinati, ammaestrati, armati, avrebbero poi composto la seconda, da

inviarsi a suo tempo in rinforzo della primiera.

Si sarebbe così raccolto, verso i 10 di maggio un esercito razionale

di 100,000 soldati, riuniti nella più conveniente delle località, ed in

condizione di ricevere potenti rinforzi, contro il quale gli austriaci

non avrebbero potuto opporre che 44,000 uomini nel quadrilatero, e 14

o 15,000 nel Friuli.

In queste condizioni come non vincere?

Ma poichè all'unità d'Italia volevasi giungere per vie diverse e per

diversi fini politici, così noi vediamo gli eserciti di uno stesso

paese agire semplicemente come alleati momentanei, e non scevri

di mutui sospetti; vediamo, sotto uno scopo reso dalla sua stessa

grandiosità quasi romantico, agitarsi la politica minuscola degli

staterelli, de' potentati, in diffidenza fra di loro.

Mentre le _milizie regolari_ sembrano la rappresentanza del passato,

o per lo meno del principio conservatore, le _milizie volontarie_,

abbandonate al proprio impulso, si credono l'unica emanazione armata

del popolo e mirano all'avvenire, che per loro suona repubblica!

Ed a guisa di cuneo, fra questi due organismi, si sviluppa la Civica,

controaltare al primo, freno al secondo.

Così tre forze, che dovrebbero essere concomitanti diventano

divergenti, ed agli immani sacrifici d'energia e di sangue, non

corrispondono i risultati guerreschi.

Tempo è però che le forze in parola sieno rapidamente passate in

rassegna.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 2 Terza serie - Storia · 第 18 / 58 题