È infatti la Deputazione solenne, che si avvia a chiedere al Governo le
concessioni.
Avanza lentamente, solo gli uscieri e i pompieri possono difenderla
dall'onda del popolo e permetterle di andare innanzi.
Guardate quei coraggiosi. Sono il delegato provinciale Antonio Bellati,
il podestà conte Gabrio Casati, e intorno ad essi assessori, cittadini
notevoli per censo e per fama.
Popolo e deputazione giungono al Palazzo, l'onda del popolo ne invade
cortile, scale, e su su è entrata nelle sale, negli uffici, dovunque.
Si ferma forse l'acqua torbida di un fiume, quando travolge alberi e
armenti e case, ed uomini e cose?
Quelli che sono rimasti fuori si sentono cader sulle spalle registri,
libri e per l'aria volano fogli, lettere.
Il Torelli, rimasto addietro, penetra più tardi nel palazzo, e sotto il
portico vede da un materasso gettato a terra escire due paia di piedi
calzati come sono i soldati ungheresi. Quei piedi sono immobili. Sono
di due cadaveri, delle due sentinelle che erano alla porta del Palazzo
e che, avendo voluto opporsi all'onda del popolo, erano state uccise,
l'uno con un colpo di pistola, l'altro colla stessa baionetta di cui
era armato il suo fucile.
Povere ed innocenti vittime del dovere professionale! Il libro degli
Edda lo ha detto da tanti secoli. Nessuno è forte contro tutti. E quei
poveri soldati giacciono lì sotto quel pietoso materasso che solo
li nasconde alla curiosità del popolo tumultuante, e le loro povere
madri pensano forse a loro in quella stessa ora nelle lontane steppe
dell'Ungheria al dì del ritorno e che non verrà mai, mai più!
Quella folla, che si è già macchiata di sangue, non ha però tempo ne
voglia di occuparsi di quei poveri morti. Tumultua, grida, schiamazza,
mentre la Deputazione è in conferenza coll'O'Donnell.
Era le mille voci che riempiono il cortile, le scale, la via, si ode
una voce più alta, che per un momento fa tacere le altre e ad esse si
sovrappone: _L'Arcivescovo, l'Arcivescovo! Largo all'Arcivescovo!_
Era il Romilli, che l'anno prima, l'8 di settembre, aveva fatto il suo
solenne ingresso in Milano e che succeduto al Gaisruck tedesco, era
divenuto subito popolare, perchè italiano e buon uomo.
Il Romilli più che camminare era portato anch'egli su per lo scalone,
mal difeso da alcuni sacerdoti, che lo difendevano dal troppo caldo
entusiasmo dei suoi concittadini. Salutava a destra e a sinistra,
sorrideva, ma era agitatissimo. Guardava con certo terrore una coccarda
tricolore, che gli avevano appiccicata sulla veste talare.
Si conferiva intanto nel gabinetto del Governatore, e la folla
febbricitante di impazienza alzava sempre più le note del suo
patriottico entusiasmo. Ma ecco che si apre la porta del gabinetto e ne
esce il conte Carlo Taverna, che dà la notizia delle prime concessioni.
_Signori, il Governo ha fatto le concessioni...._
E non si ode il seguito.... _Concessioni, sta bene, ma di che, ma di
cosa?_ La impazienza cresce, diventa angosciosa e le grida crescendo
impediscono di udire.
Un tale grida: _Scriviamo la concessione e gettiamo il foglio nel
cortile. Una penna, dei calamai, dei fogli!_
Si trova dopo confuse ricerche un calamaio, ma senza penne e senza
carta. La _carta_ la _troverò io_, grida un impiegato e _porta dei
bollettini di leggi e circolari_, che hanno sempre un foglio in bianco.
Si strappano le pagine bianche e senza penna vi si scrive con
bastoncini, con matite; perfino colle dita tuffate nel calamaio.
E i fogli volan per l'aria e scendono dalle finestre nelle vie, dal
corridoio e dalla scala nel cortile.
Si legge male ciò che peggio era scritto, ma tutti possono leggere però
queste parole: _Il Governo ha conceduto_. E allora si ode da per tutto:
_Evviva la concessione, evviva il Municipio!_
Le concessioni strappate a forza erano: _Guardia nazionale — Libertà di
stampa — Garanzia personale_.
Miste agli evviva si udivano però altre grida: _Vogliamo armi, vogliamo
armi!_ Ma un altro grido più forte, più angoscioso vien su dalla
piazza: _I Tedeschi, i Tedeschi!_
Il pànico invade la folla in gran parte inerme, e fugge, mentre la
Deputazione esce dal Palazzo, portando seco come ostaggio o come
prigioniero il vicepresidente O'Donnell, che messo nel palazzo del
conte Carlo Taverna vi rimaneva tranquillo e indisturbato per tutte le
cinque giornate.
Intanto, però, in varii punti della città eran corse schioppettate
fra il popolo e la truppa, e in più luoghi si erano inalzate delle
barricate.
I soldati avevan saputo dell'uccisione delle due sentinelle del Palazzo
di Monforte e si vendicavano, dando la caccia ai cittadini. E questi
tiravano sui soldati. Non si trattava più di Milanesi oppressi e di
Austriaci oppressori. Era la vampa atavica dell'uomo selvaggio, che
morsicato morde, che ferito ferisce. Due giovani fra gli altri, di
condizione civile, inseguiti, fuggirono in una bottega di cartoleria,
che era aperta, avendo la folla strappate le porte per farne una
barricata. E i soldati dietro. I fuggenti corrono su per le scale,
finchè trovano il tetto, e i soldati sempre dietro. Non si seppe
mai, se scivolando dal pendio del tetto cadessero nella via o prima
fossero stati uccisi e poi precipitati dall'alto. Il fatto si è, che
i loro cadaveri, sfigurati, rimasero dov'eran caduti per più giorni,
non riconosciuti, nè raccolti dalle turbe ebbre di lotta e che avevan
altro da fare che di pensare a due poveri morti. Chi conta i cadaveri
nell'ora della battaglia?
E la battaglia era ormai impegnata, nè consiglio di prudenti, nè pietà
di filantropi poteva ormai arrestarla.
Nè solo i combattenti cadevano, ma anche i fuggiaschi, che per caso o
per necessità si trovavano nelle vie. Il bravo Torelli, che armato di
una sciabola e di due grossi pistoloni andava verso il Broletto, trova
sul marciapiedi presso la via della Spiga un povero vecchio ucciso da
una palla nel mezzo della fronte, e la pioggia lavava quella ferita
e portava lungo il leggier pendio della strada un sottile rigagnolo
di sangue. Il Torelli aiutato da alcuni cittadini portò quel povero
vecchio sotto l'atrio d'una casa.
*
* *
Ecco il principio della rivoluzione, ecco la prima delle cinque
gloriose giornate, che scrissero una pagina d'eroismo nella storia
d'Italia e diedero una lezione ai despoti; nè starò a descrivervi
tutte le scaramuccie, tutti i particolari della lotta, che non aveva
un solo generale, nè un solo piano di tattica, ma che si combatteva
in tanti centri, quanti erano rappresentati dalle caserme, dal Comando
di piazza, dalla polizia e con diversa fortuna, secondo i luoghi e gli
uomini che combattevano.
Non accennerò che a qualche episodio. Mettendoli l'uno accanto
all'altro, avrete il quadro della sommossa.
Corre la voce, che davanti al Gran Comando Generale posto in via
di Brera, i soldati fraternizzano col popolo. Si spiega la cosa,
aggiungendo che quei soldati son tutti ungheresi e italiani. Se un
cittadino di alta autorità e di grande energia si presentasse al
Comando, potrebbe intimare la resa a quel battaglione.
Ma c'è chi soggiunge:
È vero: son tutti italiani e ungheresi, non chiederanno di meglio che
di arrendersi; ma gli ufficiali son tutti tedeschi e conviene che per
trattare con essi ci voglia chi sappia il tedesco.
L'uomo coraggioso si trova, anzi se ne trovano due, perchè al Torelli
si aggiunse l'Anfossi, e entrambi, senza misurare il pericolo della
loro impresa, si avviano al Comando.
Era tutto un quadrato di soldati, che fitti fitti e armati stavano
davanti alla porta del palazzo. Il Torelli, traendo un fazzoletto
bianco e sollevandolo in alto, gridò con tutto l'entusiasmo: _Eljen
Madjar!_ Risposero in molti _Eljen! Eljen!_ e parecchi strinsero la
mano al nostro Torelli.
Egli ravvisò un maggiore, che ravvolto in un gran mantello impermeabile
a causa della pioggia, stava dinanzi alla porta chiusa del Comando
e tentò di persuaderlo ad arrendersi. Ormai il popolo era padrone
della città, era bene evitare un inutile spargimento di sangue.... si
arrendesse.
Il maggiore lo ascoltò con tutta la calma, senza dar segno di
impazienza o di sdegno, e si accontentò di rispondere: _No, non lo
posso, non fate ostilità voi, e non ne faremo noi_.
L'Anfossi, che non sapeva il tedesco, non poteva capire il dialogo,
vedendo che i soldati li avevano circondati, disse piano al Torelli:
«Caro mio, andiamocene, ci potrebbero portare in castello.»
Il Torelli ritornò all'assalto con parole più calde, ma il maggiore
con più energia di prima disse di no, e i due temerarii cittadini
ritornarono donde erano venuti.
Se la resa non riusciva colle buone, doveva riuscire colle brusche e a
suon di fucilate.
Il 19 l'Anfossi con una schiera di valorosi compagni prendeva gli Archi
di Porta Nuova, respingendo gli Austriaci e prendendo un'ottima linea
di difesa.
Il giorno dopo, i Tedeschi abbandonavano la Polizia e il Duomo, che
avevano occupato, come un osservatorio e come un ottimo punto di
difesa, dacchè i Tirolesi, ottimi fra tutti i tiratori del mondo, di
lassù uccidevano senza sbagliare un colpo. Aggiungete che accanto al
Duomo sta il Palazzo Reale e si innalza il colosso dell'Arcivescovado.
Il Torelli, appena seppe che il Duomo era abbandonato, chiese ad una
signora una bandiera tricolore, e con pochi compagni la portò su quel
gigante di marmo, e l'innalzò tra gli applausi del popolo, che dal
basso vedeva il vessillo nazionale sventolare per la prima volta sul
caro, sull'adorato _Dom de Milan_.
Questa la poesia della rivoluzione! Accanto alla poesia, però, nello
stesso tempo la prosa robusta e vigorosa dei fatti. È in quello stesso
giorno che la Congregazione Municipale si trasformava in _Governo
provvisorio_, con patriottico pudore però rinunziando alla parola
audace e forse ancora troppo superba, e dicendo solo in un suo proclama
«_che viste le circostante assumeva in via interinale la direzione di
ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza_.»
Ai membri ordinarii della Congregazione, oltre il conte Gabrio Casati
podestà e gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare Giulini, si
aggiunsero Vitaliano Borromeo, Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro
Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico Guicciardi e Gaetano
Strigelli.
E il Governo provvisorio nominava un Comitato di guerra, poi uno di
difesa, uno di pubblica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per
ultimo uno di sussistenza.
Troppo governo, direte voi: ma chi potrà accusare di troppa voluttà di
comando chi ha sempre ubbidito; ubbidito a forza e a tiranni odiosi?
Chi potrà accusare di intemperanza un affamato, che a un tratto siede
ad una mensa lautamente imbandita? L'ebbrezza non è soltanto nel fondo
delle bottiglie, ma in ogni battaglia vinta, sia poi d'amore, di gloria
o di libertà. E in quei giorni noi tutti, anch'io quasi fanciullo,
eravamo ebbri d'indipendenza e di lotta.
*
* *
Il 20 di marzo un maggiore croato si presentava come parlamentare in
casa Taverna, portando una proposta del maresciallo Radetzki, quella di
sospendere per tre giorni le ostilità.
Eran presenti a riceverlo i membri del Governo provvisorio, quelli del
Comitato di guerra e quelli del Comitato di difesa: in tutto 14 o 15
cittadini. La proposta fu respinta, e fucili e cannoni continuarono la
loro crudele missione.
Fra le molte scaramuccie, fra i molti assalti, che avvennero in quei
cinque giorni, due assunsero aspetto di veri fatti di guerra, che
meritano una pagina nella storia della strategia e della tattica:
voglio dire la presa del Genio e quella di Porta Tosa.
Il Genio, che era allora dove è oggi la monumentale fortezza della
Cassa di Risparmio, era il cuore della difesa degli Austriaci. Dal
Castello e dalle porte partivano i fulmini, ma dal Genio emanavano le
correnti che li sprigionavano. Là era il cervello, là il denaro, là le
carte del governo.
E da ogni finestra i migliori tiratori tirolesi facevano piovere palle
di piombo sui cittadini armati, che volevano entrarvi e si andavano
avvicinando di barricata in barricata, di tetto in tetto. E seminando
di morti e di feriti le vie e innondando di sangue i ciottoli e i
marciapiedi, si andava innanzi; la porta che resisteva, forte per
natura e barricata per di dentro, fu schiantata da due cannoncini
di legno cerchiati di ferro, che furono improvvisati dai Milanesi,
fatti inventori di una nuovissima artiglieria. Io li ho veduti quei
cannoncini, anneriti, feriti anch'essi, che parevano giocattoli da
bimbi, ma che pure avevano vinto il Genio austriaco. Augusto Anfossi,
l'anima e il cuore delle cinque giornate, l'eroe primo di quella
battaglia tanto disuguale, lasciava la vita in quel'assalto.
Dove si fece il maggior fuoco fu però a Porta Tosa, dove gli Austriaci
con cannoni e battaglioni ben armati, difendevano una delle più forti
posizioni, fulminando la città. Il Corso che conduceva alla porta era
troppo largo, perchè vi si potessero piantare barricate forti e solide,
che potessero difendere gli assalitori e resistere alle artiglierie.
I Milanesi pensarono di fare delle barricate mobili e le ho viste
anch'io e le ammirai come un'altra improvvisazione della strategia
rivoluzionaria.
Eran fatte di grosse fascine legate in forma cilindrica, lunghe due o
tre metri e grosse un metro che si facevano rotolare a forza di spalle,
e i nostri tiratori dietro ad esse ben difesi poterono sloggiare gli
Austriaci e prender la Porta, che a buon diritto fu battezzata da quel
giorno col nome di Porta Vittoria.
Mi par di vederle ancora quelle barricate mobili, che frantumate
dalle palle nemiche lasciavano escire da cento ferite le loro viscere
lacerate. Ma accanto a quel ricordo, che potrei tradurre in un quadro,
se fossi pittore, ce n'è ancora un altro, quello delle acque, che
corrono in quei dintorni e che vidi rosse, come se fossero state tinte
col carminio. E mi parve a quel tragico colore, che in quell'onda quasi
ferma vi dovesse esser più sangue che acqua.
Di quel sangue però nessuna goccia era mia.... e leggendo oggi il mio
vecchio giornale di ora è mezzo secolo, vi leggo con stile infantile
queste parole:
_Io invidio i miei fratelli, che hanno combattuto per la patria e hanno
posto il nome dei Milanesi fra gli eroi i più generosi e robusti...._
Se non sono stato fra i combattenti, fui però di sentinella alle
barricate, e anche di notte e con nessun altr'arme che una gran
scimitarra turca, che avevo chiesto a mio padre. Come ero fiero di
passeggiare in su e in giù davanti alle barricate, colla mia scimitarra
appoggiata alla spalle e gridando il _Chi va là?_ ai passeggeri, ai
quali chiedevo la parola d'ordine. Mi pareva d'essere la sentinella
perduta di un vero accampamento di guerra....
Con quella scimitarra e naturalmente colla mia coccarda tricolore,
andavo a far le provviste di cucina colla serva, quasi a difenderla,
e in quei giorni non era davvero facile il percorrere anche un piccolo
tratto di cammino, essendo quasi ogni via interrotta dalle barricate,
che furono calcolate a circa 2000.
La nostra serva si credeva difesa da quel giovane guerriero e da quella
scimitarra turca! Povera difesa! — Io ero così gracile, così sottile
in quell'epoca, che un croato, incontrandomi, mi avrebbe con un pugno
gettato a terra e disarmato.
Da sentinella di barricate passai dopo le cinque giornate a guardia
nazionale, e ricordo le notti passate sul tavolaccio nel Palazzo
Trivulzio e nel Palazzo Marino. Allora, però, invece della gran
sciabola avevo un fucile.
Un mattino alle 5 dovetti con altri militi della guardia civica
condurre al Castello cinque soldati austriaci nostri prigionieri, e lì
ebbi la gioia di vedere la prima cavalleria piemontese che partiva per
il campo.
Ricordo ancora che un altro giorno tutti i Civici di Sant'Alessandro
furono riuniti sulla piazza dello stesso nome, e di là ci avviammo al
Broletto, al suono allegro del tamburo e seguendo la grande bandiera
tricolore, che si amava come una fanciulla, come una mamma; come la
poesia incarnata della patria.
Giunti al gran cortile del Broletto ci schierammo per eleggere i nostri
capi e per acclamazione si nominò nostro capitano il marchese Trivulzi,
che era però a letto con una palla in una coscia. Con lui furono
eletti i tenenti e poi si ritornò al palazzo Trivulzi, dove sotto le
sue finestre si gridarono evviva fragorosi al nostro Duce. La signora
marchesa, commossa, scese a salutarci, e ci promise che ella stessa ci
avrebbe ricamata una bandiera.
Se mi lasciassi andare alla voluttà dei lontani ricordi, non la finirei
più. Lasciatemi solo richiamarne uno di poca importanza, ma che vi
mostrerà in qual'aria di idealismo generoso si respirasse a Milano in
quei giorni.
Mentre si trattava l'armistizio proposto dal Radetzki, io escii col
mio solito sciabolone e mi avviai verso il teatro della Scala. Tacevano
le campane, che erano il tormento indicibile dell'esercito austriaco,
tacevano le fucilate, tacevano i cannoni.
Giunto nella via di Santa Margherita, dove era l'Ufficio della Polizia
e che era tutta barricata, vidi che le finestre erano occupate da
cittadini, che gettavan giù a cento a cento cartoni pieni di carte,
fascicoli, libri, tutta la triste biblioteca di quella casa, che era
in una volta sola covo di spie, fucina di tirannide e carcere di tante
vittime.
Quel pandemonio era stato abbandonato dai tiranni, ed ora era in mano
delle vittime, che prendevano la loro vendetta sulle carte.
Io raccolsi parecchi fogli timbrati dall'aquila grifagna, e mentre li
stava per leggere, un colpo di mitraglia venne a colpire una barricata
assai vicina a quella in cui mi trovavo, facendo un rumore strano, come
di cento latte che fossero lacerate in una volta sola. Tutti i presenti
si addossarono al muro, ed io visto che il colpo non si ripeteva più,
corsi in mezzo alla via e raccolsi due o tre pallottole di ferro,
ancora fumanti. Facevan parte di quella rozza mitraglia d'allora ed
eran piene di chiodi e perfino di pezzi infranti di ferri di cavallo.
A quel tiro, però, tennero dietro dopo un piccolo silenzio altri tiri,
ed essi ci dicevano ad alta voce che l'armistizio era stato respinto e
che la lotta ripigliava il suo andare.
Portai a casa i miei fogli e li diedi a vedere alla mamma, colla
quale stava per leggerli con viva curiosità. Ma la mamma mi disse,
impallidendo e inorridita: _Sono rapporti segreti di spie italiane....
ahimè! e sono firmati. Non voglio leggere quei nomi.... bruciamo questi
fogli, subito subito._
E quei fogli furon bruciati con mio grande dolore, non per la curiosità
delusa delle firme infami; ma perchè in me nasceva già il futuro
psicologo, che doveva finire sulla cattedra d'antropologia di Firenze.
Quei fogli eran per me documenti umani, che oggi figurerebbero nel mio
Museo psicologico.
Li ho rammentati, perchè il sentimento generoso che aveva ispirato mia
madre a distruggerli, era in quei giorni l'ambiente in cui si viveva,
era l'aria che si respirava noi tutti.
Se entrava un cittadino armato in un caffè, chiedendo un rinfresco,
quando stava per pagarlo, gli si rispondeva con un gesto di grande
meraviglia: _Ma ghe par?_ oppure _O giust!_
I feriti eran raccolti subito e alloggiati dove cadevano. In tutte le
case signore e signorine vegliavano le notti, fabbricando filaccia
o cucendo bandiere tricolori e ho veduto strappare pezzuole di tela
battista d'immenso valore, quando per far filaccie si era dato fondo a
tutti i cenci vecchi della casa.
Uno dei nostri tiranni poliziotti più odiato era il Bolza. Sapendosi
aborrito, nelle cinque giornate si era nascosto in un fienile, ma fu
scoperto e preso. A furia di popolo, più trascinato che condotto, fu
portato non so a qual Comitato davanti a Carlo Cattaneo, chiedendogli
che genere di supplizio doveva essere inflitto a quel boia. Il Bolza
era già più morto che vivo, più pallido di un cadavere e coperto di
fieno, che lo rendeva grottescamente orrendo.
Il Cattaneo sereno e tranquillo rispose:
_Se lo uccideste, fareste cosa giusta, ma se lo lasciate in libertà,
farete cosa santa e degna di un popolo vittorioso, e che aspira alla
libertà._
E il Bolza fu lasciato libero.
Quarantottate, diranno alcuni, ma a questa bestemmia ritornerò fra poco.
I popoli vivono tutti in un dato clima fisico, che è l'aria per i
polmoni e che respiran tutti, ricchi e poveri, contadini nel campo,
operai nelle vie, principi nei palazzi. È un clima che li avvicina e li
affratella.
Ma vi è un clima più efficace, più tirannico, e che è, per il cervello
e per il cuore, ciò che è l'aria per il polmone. È l'ambiente morale,
che diffonde la sua influenza sottile, penetrante, irresistibile in
ogni vena della vita pubblica; che fa battere ogni polso di uomo che
pensa e sente. Nessuno può sfuggirvi, nessuno resistervi.
Quell'ambiente ora è salubre ed ora è mefitico, ora è inebriante ed
ora è deprimente ed è fatto dai sentimenti umani che fanno palpitare il
cuore di una nazione. Se l'orgoglio nazionale è alto, e legittimamente
alto, quell'ambiente vuol dire gioia, entusiasmo, carità, idealismo. Se
l'orgoglio è depresso, quell'ambiente vuol dire tristezza, sentimento,
scetticismo, fors'anche cinismo.
Se quell'ambiente è fatto di gloria e di ricchezza vuol dire salute
morale, energia, generosità, eroismo. Se invece è fatto di paure e di
pentimenti, vuol dire affarismo, viltà collettive, vuol dire marasmo
delle anime.
In quei cinque giorni Milano respirava bene, respirava a pieni polmoni
l'aria della vittoria e della libertà ed era perciò nobile, generosa,
idealista.
*
* *
E dacchè vi ho intrattenuto sempre del 48, permettetemi che nel
chiudere la mia conferenza getti un grido di sdegno contro la brutta
parola di _quarantottate_, che pur si ripete più di una volta, e
soprattutto dai giovani serii, che non hanno potuto battersi e dai
vecchi serissimi, che non si son battuti mai.
Per questi signori, _quarantottata_ vuol dire una dimostrazione un po'
chiassosa, un entusiasmo collettivo espresso forse con uno scampanio
troppo rumoroso; è insomma ogni espressione patriottica, che si
presenti sotto forma troppo arcadica o troppo ingenua.
Si cancelli dalla lingua parlata, dal frasario politico questa parola,
che è una barbarie.
Bestemmia contro tutto ciò che nell'uomo si ha di divino; cioè
l'idealità, l'eroismo, l'amor di patria.
Il 48 fu un sogno, un'illusione, un disinganno. Si credette che il
cuore bastasse senza il cervello. Lo credettero i milanesi, lo credette
anche Carlo Alberto, quando affrontò l'armata austriaca col piccolo
esercito del piccolo Piemonte.
Ma sogni, ma illusioni, ma disinganni che ci portarono al 59, al 66,
al 70; e il quarantotto con le sue quarantottate fu un delirio di amor
di patria, fu un trasporto che lasciò il cielo pieno di luce, e che
fecondò la terra nostra col sangue dei primi martiri.
Anche i vecchi deridono le follie della giovinezza, ma più spesso che
per saviezza, per invidia di non esserne più capaci.
E quando ascolto i giovani, che nel 48 non erano ancor nati, deridere
le quarantottate, esclamo:
«Ecco dei giovani vecchi, che deridono dei vecchi giovani!»
Le barricate, spero, non si innalzeranno più in Italia e forse anche
non avremo più bisogno di rivoluzioni; ma ai giovani che bestemmiano,
pronunziando in tuono di scherno, la parola di _quarantottate_, io che
li amo, auguro loro che nella lor vita provino anch'essi la suprema
voluttà degli entusiasmi patriottici, delle idealità sovrumane, ci
vengano poi dal cielo o dalla terra.
Il divino nell'umano è l'entusiasmo, e chi muore senza averlo goduto,
non ha vissuto mai!