CONFERENZA DI PAOLO MANTEGAZZA

Se volete darmi la mano, rimonteremo insieme la corrente del tempo, che

mai non posa, e ci fermeremo là dove il calendario ci dice, che siam

giunti al 18 marzo dell'anno 1848.

Giunti là avremo fatto un viaggio di 51 anni, poco pili di mezzo

secolo. Pochi di voi erano vivi allora, pochissimi eran già fanciulli

o giovinetti. Io sono fra quei pochissimi, e non vorrete accusarmi

di vanità se ho voluto quest'oggi parlarvi di ricordi miei. Se quei

ricordi son miei, appartengono però alla storia della nostra Italia e

in parte ancora alla storia di tutta l'Europa.

A quel passato remoto voi non siete giunti, fortunatamente per voi, che

colla guida del libro stampato o della tradizione parlata. Io invece

vi giungo sulle ali della mia memoria, memoria che, ricordando, ama e

sospira.

Il ricordare il passato, l'evocarlo dalle nebbie del tramonto, per

farlo più vicino a noi, è uno dei più cari bisogni dell'anima umana. E

se vi fu un solo Giosuè, che per assicurar la vittoria del suo esercito

fermò il sole per qualche ora; noi tutti, figli di donna, cento e mille

volte fermiamo il tempo, dicendogli: prima di disperderti nell'infinito

dell'oblio che tutto seppellisce e consuma, fermati e lasciati guardare

e amare. Lascia che i miei occhi ti contemplino, che le mie mani ti

accarezzino.

Il presente è l'ombra d'un sogno e quando voglio fermarlo, è già

divenuto un passato. — L'avvenire è lontano, è oscuro. O passato, che

fosti veramente mio, o passato che io ho vissuto con tanti altri, oggi

morti, rallenta la tua fuga all'indietro che tutto ingoia; fermati

ancora, prima che anche la memoria che ti fa vivo, si sommerga con me

e mi faccia raggiungere i miei morti.

Il passato è il fascino dei fascini, appunto perchè ci dà una sete,

che non si appaga mai e perchè come tutte le forme dell'infinito e

dell'impalpabile, non ci sazia mai, deliziandoci sempre.

Ciò che proviamo, fissando lo sguardo nel passato, non è gioia e non è

dolore, ma è malinconia; è, come lo disse Victor Hugo, «_un crépuscule,

dans le quel le souffrance s'y fond dans une sombre joie_; aggiungendo

poi sublimemente: _la mélancolie c'est le boneheur d'ètre triste_.» E

con meno parole e genio eguale cantò lo Shelley:

Sweet though in sadness.

E se voi che mi ascoltate avete ancora tutti i vostri capelli neri

e non siete disposti a fare con tue un viaggio nelle nebbie della

malinconia; se invece avete il pessimismo di moda del presente, vi

consolerete, vedendo quanta strada si sia percorsa in questi 50 anni,

che ci separano dal 18 marzo 1848.

Io non sono ancora decrepito: eppure io ho viaggiato nel primo treno di

ferrovia nel 38, ho conosciuti i fiammiferi ad immersione, e ho veduto

la prima lampada a gas. E questo per il progresso materiale. Quanto al

politico e al civile basti una citazione sola.

S'aveva in famiglia una villetta a Cannero sul Lago Maggiore e si

viveva a Milano. Or bene. Cannero era sulla costa piemontese e si

doveva chiedere il passaporto al Governo austriaco, e ci volevano

almeno 15 giorni e la mamma doveva presentare il consenso del marito in

carta bollata!

Ma io non vi ho invitato a fare della filosofia o a cantarvi un inno

alla malinconia, soggetto caro che mi occupa da un anno e che, Dio

volendo, si trasformerà in un libro. Torniamo dunque sulle barricate di

Milano.

*

* *

Chi ha fatto le cinque giornate?

Tutti e nessuno.

Le rivoluzioni son come la febbre. Quando i primi brividi accapponano

la pelle e ci fanno battere i denti, quando poco dopo il sangue si

accende e il termometro ci dice inesorabilmente: tu hai la febbre; il

volgo non vede che lei e crede che il male, che pure ci porterà alla

tomba, è piombato su di noi, come un fulmine a ciel sereno. E invece la

febbre è l'ultima scena di un dramma preparato da lungo tempo dietro le

quinte. Abbiamo respirato un'aria infetta, dove si annidavano bacilli

insidiosi: sono entrati in noi e hanno percorso tutte le vie dei nostri

organi, circolando nel sangue. Altri bacilli li hanno combattuti, ma

sono stati vinti. Gli invasori hanno trovato il terreno libero e son

diventati padroni del campo. E ora stanno vivendo alle nostre spese

e secernono veleni e il sangue arde e i nervi inondati da un'onda

troppo calda si ribellano e sussultano. Il respiro è angoscioso; alla

coscienza di una vita tranquilla e lieta tien dietro il malessere di

tutti i visceri, di tutti i muscoli. Perfino il cervello, che pili

d'ogni altro viscere resiste alle lotte, alle invasioni, alle insidie,

perchè è responsabile di tutte quante le vite sparse nei suoi Stati;

soffre, vacilla e delira.

Ecco la febbre, ed ecco la rivoluzione.

E come nella febbre due elementi contrari si combattono con incerto

successo, e come essa può essere seguita dalla vittoria, cioè dalla

salute; così può distruggere l'organismo o lasciarlo così debole, da

farlo facile preda di altre febbri o di altri malanni.

Così nelle rivoluzioni i due avversarli che vengono in lotta si

urtano, si attaccano, si mordono e si feriscono, finchè l'uno sovrasti

all'altro, e lo vinca, lasciandolo morto o ferito.

Nella rivoluzione milanese, tutto era pronto e preparato da lunga mano.

— La polvere era accumulata nel sottosuolo, nei sotterranei, nei pili

sottili meandri della vita nazionale. Non mancava che la scintilla, e

questa guizzò nell'aria di Milano il 18 di marzo.

Noi lombardi eravamo italiani come i piemontesi, come voi altri gentili

toscani, e invece a vent'anni si doveva vestire l'uniforme del giallo

e del nero

Colori esecrabili

A un italo cuore.

I nostri vicini avevano un re italiano: noi avevamo il nostro re a

Vienna, e da Vienna, ci venivano leggi, maestri, soldati.

E prima di essere italiani eravamo uomini, e i nostri polmoni si

sentivano capaci di respirare l'aria della libertà; quella che

respiravano gli Inglesi, gli Americani, tanti altri popoli. Avevamo

nati nelle nostre mura il Manzoni, Carlo Porta, il Parini, e nelle

scuole dovevamo leggere libri tradotti dal tedesco e da chi non sapeva

l'italiano. Nessun libro poteva apparire, nessun giornale si poteva

leggere, senza che libro e giornale passassero prima tra i denti fitti

e crudeli della censura. Da quei denti nulla usciva, che non fosse

lacerato, storpiato, malmenato.

Ci sentivamo italiani e dovevamo essere nient'altro che sudditi

austriaci. Ci sentivano uomini civili e degni di libertà, e non

potevamo muoverci senza il permesso di poliziotti, di censori, di

passaporti.

L'uomo, che cade e si trova rinchiuso in una fogna, cerca l'aria pura e

unghie e muscoli punta e titanizza per cercarla. Si lacera le unghie,

si spezza le membra, si lacera i polmoni colle grida; ma vuol l'aria,

perchè l'aria vien prima del pane, prima dell'amore, prima della luce.

O respirare o morire.

E le rivoluzioni sono gli sforzi di un popolo, che vuole quell'aria dei

polmoni collettivi, che è la libertà. O morire o esser liberi.

L'uomo caduto nella fogna che lo asfissia, non misura le proprie forze,

nè calcola le speranze della salvezza; ma lotta, si agita e grida. O

morire o respirare.

E il popolo senza libertà non conta i nemici, non pesa le speranze, ma

lotta e grida. O morire o esser libero.

Ecco la rivoluzione, or vincitrice, or soccombente; ma sempre febbre

sociale, preparata da lunga mano, dal lento assorbimento dei miasmi

della tirannide. Ed ecco anche la rivoluzione di Milano, che potè

sembrare un miracolo, e non fu che una delle pagine di storia, che

scrisse la vittoria del diritto contro il dispotismo; la vittoria di

pochi che avevano ragione, contro i molti che avevano torto; ciò che

non succede ogni giorno.

Ecco le cinque giornate, nelle quali una popolazione inerme, senza

generali, senza cannoni, che si arma svaligiando le botteghe degli

armaiuoli e le collezioni archeologiche, che si batte con un esercito

di 15,000 uomini guidati dal Radetzky; ottimo generale, che ha cannoni,

razzi alla Congrève, baionette a mille e mille, e mitraglia.

*

* *

La sera del 17 marzo ed anche la mattina del 18, nessun milanese

pensava che sarebbe scoppiata la rivoluzione. Io poi meno di tutti, che

ero un giovanetto, quasi un fanciullo. Tanto ero gracile e sottile e

l'onor del mento era più un desiderio che una realtà.

Erano poco più delle 10 o delle 11 del mattino, quando dopo aver

studiato fisica (ero nel Liceo) col mio condiscepolo Boselli per

prepararci all'esame e dopo aver fatto colazione, mi affacciai alla

finestra che dava sulla piazza di San Giovanni in Conca, dove è il

Liceo, e vidi la piazza e le strade prese da pànico. Erano i brividi

della febbre che incominciava. Chi correva, chi fuggiva. Servi,

cameriere coi bimbi che non conducevano a scuola, ma che erano andati a

riprendere, e che dal passo concitato si vedeva che li riconducevano a

casa. Vedo chiudere le porte di molte case e dalle finestre semiaperte

e diffidenti affacciarsi gente curiosa, che guarda nelle vie e sulle

piazze.

Corro nel cortile, che nelle case lombarde è come la piazza della casa,

e trovo che i vicini hanno sentito lo stesso bisogno che ho sentito io;

quello di rivolgersi domande e aspettar risposte; di sapere perchè si

corre, si fugge.

Le domande si incrociano colle risposte, si parla in due, in tre;

si interrompe chi parla e si fa parlare chi tace. Raccolgo notizie

confuse, incerte, contraddittorie.

Sento dire che a Porta Renza vi sono uomini attruppati, chi dice di

popolo armato, chi di austriaci pronti alla lotta. Si assicura che sono

cittadini e che hanno una bandiera tricolore. — Al Broletto i cittadini

fanno folla per iscriversi nei ruoli della guardia civica, che nasceva

per la prima volta.

Riporto, correndo su per le scale, le notizie raccolte. La mamma manda

subito la nostra balia, rimasta cameriera in casa da tanti anni, a

riprendere mio fratello Emilio e riportarlo a casa.

Mi ero offerto io, ma la mamma, che era a letto malata, non volle. — La

balia parte, ma non ritorna. I minuti ci sembran secoli. La mamma salta

dal letto, si veste, sta alla finestra a spiare il sospirato ritorno. —

Se la balia non si vede, si vestirà e colla febbre in corpo andrà essa

stessa a cercar di Emilio.

Io poi avrei accompagnato la mamma: questo nessuno poteva impedirmelo,

ma balia e Emilio ritornano. Vengono in furia, correndo anch'essi. Pare

che in questi giorni tutti debbano correre.

Abbracciato e baciato Emilio, stiamo tutti alla finestra, divenuta il

nostro osservatorio.

Passan gruppetti di uomini, di giovani, colle coccarde tricolori

all'occhiello e gridano: _Viva la Repubblica: Viva Pio IX_. — Molti

sono inermi, ma altri hanno spade, bastoni armati, poche pistole o

fucili da caccia.

Dirimpetto alla nostra casa vi è una gran _sostra di legna_, e tre o

quattro giovanotti armati di coccarde picchiano, ma invano. La porta

è chiusa. Se non si apre la porta, incendieranno il magazzino delle

legna. Questa minaccia si fa anche alle case vicine, e _sostra_ e case

si aprono.

E là entrano e se ne cava un gran numero di casse, di scale, di stie e

si trascinano in piazza e si gettano a traverso la via. Io non sapevo

che cosa fosse una barricata, e mi si dice che tutti quegli oggetti

devono servire ad impedire il passaggio della cavalleria. Son quelle le

barricate, fortezze del popolo delle città contro le truppe regolari.

Ma ecco che ad uno di quei rivoluzionari viene l'idea di aprire il

magazzino delle carrozze vicereali, che è appunto nella vecchia e

abbandonata chiesa di San Giovanni in Conca.

Qui non si può picchiare, nè suonare il campanello per farsi aprire,

perchè nel magazzino non stanno di guardia che i topi. Conviene dunque

buttar giù la porta, e a colpi di ascie, di martelli, di grossi pali,

si sfondano le vecchie tavole e se ne cavan venti e più carrozze

coperte d'oro, di festoni, di ghirigori, campate in alto su ruote

colossali, ballonzolanti sulle loro quattro gambe. Si portano a braccia

di popolo, fra grida, fra urli di evviva e di gioia, e si rovesciano

all'entrata delle vie, che sboccano nella piazza, divenuta così una

fortezza.

Mentre le carrozze vicereali divengono barricate e vanno a gambe

all'aria, alcuni cittadini hanno portato una scala e l'hanno appoggiata

alla porta del Liceo di Sant'Alessandro, dove campeggia l'aquila

austriaca e in men che non lo dico l'hanno buttata giù a colpi di scure

e di martello. E chi sta ai piedi della scala la rompe fra grida e urli

e risate assordanti, e coi piedi vi saltan sopra e la calpestano e la

fanno a pezzi. Io scendo precipitoso dalle scale con un coltellaccio di

cucina, e voglio anch'io ferire quell'aquila grifagna, che per meglio

mangiar due becchi tiene; voglio anch'io avere una reliquia di quel

cadavere.

Ma ahimè, le mamme e i babbi della nostra casa hanno barricata la

porta, e non s'esce. Allora da una inferriata di una camera a pian

terreno chiamo uno dei fortunati demolitori dell'aquila grifagna, e

che era un mio condiscepolo. Porgo il mio coltellaccio a lui che era

inerme. Lo adoperi, e dia a lui e a me un osso, anche una scheggia sola

di questo cadavere imperiale.

Quel giorno si passò fino a sera alla finestra, passando di angoscia in

angoscia, di trepidazione in trepidazione.

Fatte le barricate, rovesciati i carrozzoni vicereali, demolito lo

stemma del liceo, si sentirono da lungi, a lunghi intervalli, delle

schioppettate, poi qualche campana che suonava a martello e poi e

poi, con un crescendo formidabile di triste augurio, anche un colpo di

cannone.

Ma dunque la battaglia si era impegnata, ma dunque la città di Milano

aveva sollevato lo stendardo della rivoluzione, ma dunque si battevano.

— Da una parte un esercito ben armato, con cannoni appoggiati ad un

castello, dall'altra cittadini inermi o quasi, che senza misurar le

proprie forze volevano la libertà.

Che la battaglia si fosse impegnata, anche senza i colpi di cannone e

senza le fucilate, io avrei dovuto già saperlo, perchè fra il popolo

che trascinava le carrozze e le gettava gambe all'aria, avevo veduto

due cittadini vestiti colle spoglie di due soldati di fanteria, e due

altri colle giacche di due ussari. Avevo visto un altro, che correva

schiamazzando e gridando, ebbro di gioia e che sulla punta di una spada

portava il cappello d'un soldato.

Intanto pioveva a dirotto, ma la pioggia non impediva che corressero

per le vie drappelli di cittadini, e che alle 24 gridassero: _Fuori i

lumi! Fuori i lumi!_

Fu in quell'ora che 15 o 20 croati, malgrado le barricate, passarono

correndo e tirando in aria verso le finestre chiuse colpi di fucile.

*

* *

Ma lasciamo il povero giovinetto, che si accontentava di prendere una

scheggia della terribile aquila grifagna e vediamo che cosa volesse e

facesse in quel giorno la città di Milano.

Questa pacifica città voleva assai più di quel giovanetto: voleva

almeno ciò che l'Imperatore aveva dato a Vienna, che per una strana

coincidenza insorse anch'essa il 18 di marzo.

Vienna è in rivoluzione e i Milanesi esclamano: _Se tanto si fa dai

Viennesi, come staremo noi tranquilli?_

Già da molti giorni, se di fuori nessun sintomo esteriore diceva

che Milano era minacciata da una gran febbre, la polizia però aveva

toccato il polso alla città ed era inquieta. L'arciduca Ranieri partiva

con tutta la sua famiglia per Verona il 16 marzo, accompagnato da un

reggimento di granatieri italiani, che non si credeva prudente lasciare

in quella città. E prima di lui era partito anche lo Spaur, governatore

della Lombardia, lasciandovi il vicepresidente O'Donnell.

La mattina del 18 marzo si legge su tutti i canti delle vie un editto

imperiale e reale, nel quale si diceva che _Sua Maestà ha determinato

di concedere ai suoi popoli istituzioni liberali, e convocherà i

rappresentanti dei diversi paesi a Vienna per il 3 luglio_.

Sapete tutti che quando si vuol elevare la temperatura di un forno

vi si getta un po' d'acqua. Molta acqua lo spegnerebbe, ma pochina lo

ravviva. L'ordinanza imperiale fece l'effetto di quella poca acqua.

Per tutte le vie si formano capannelli di persone, che anche senza

conoscersi, per l'emozione comune e forte che ne fa battere il cuore,

diventano amici, quasi parenti per un momento. Vi è una consanguineità

più calda di quella del sangue, ed è quella del sentimento e del

pensiero. In una rivoluzione tutti quelli che s'incontrano diventan più

che amici, fratelli.

E in quei crocchi si sente dire:

_Oggi si fa la dimostrazione al Governo. — Vanno tutti al Broletto. —

Bisogna finirla. — Vienna è insorta: non è più tempo di dimostrazioni;

ci vogliono dei fatti._

Quelle esclamazioni (che esclamazioni erano e non discorsi),

sottolineate dall'accento poderoso e dalle voci grosse, esprimevano due

opposte correnti, che in ogni moto popolare delineano i temperamenti di

due diversi caratteri, il prudente ed il violento.

Dall'una parte si vuole raggiungere lo scopo per le vie legali:

dall'altra si vuole la lotta, la guerra; si aspira con voluttà al

sangue.

Alle 10 del mattino tutta Milano era in moto; non v'era mente che

stesse ferma, non cuore che non battesse più forte.

Il carattere violento trascina il carattere prudente. La folla irrompe

nella bottega del Colombi, il primo armaiuolo di Milano, e la svaligia.

Ne escono con pistole, con fucili da caccia, con carabine, con

sciabole; con tutto ciò che può uccidere.

Ma le armi non bastano; si dirigono tutti al Borgo Monforte, dove è

il Palazzo di Governo e il Torelli si unisce alla folla. Domanda che

cosa si vuole e gli rispondono: _Si fa una grande dimostrazione per

appoggiare la domanda di concessioni che si vogliono dal Governo e

quanto prima verrà il Municipio, verrà anche il Delegato (Prefetto) in

persona_.

Più in là il Torelli vede un giovane, che escito dalla bottega di un

tappezziere, con un grosso ferro acuto e forte, tenta di smuovere il

selciato per fare una barricata.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 2 Terza serie - Storia · 第 7 / 58 题