Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si
affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento
come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino
accanto.
Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti
e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria
sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote,
rincula e si avvia.
Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena
a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi
indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio:
poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime...
poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima
ribelle.
Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che avevo dimenticato un
istante, non sorridono più; la luminaria è spenta.
In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è
uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per
sempre.
Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli
si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e
sorride.
I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti
soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di
due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un
giovinotto e due signore mature fuggivano.
— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto
per Parma.
— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero,
provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli.
Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci
avviammo.
— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la
monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire
gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri
augurii agli sposi fino alla stazione.
— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.
Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa:
— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino
a casa.
Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:
— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma
dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.
Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione
contenta.
— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del
capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi
amici.
*
* *
Evangelina non era proprio allegra.
— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa,
lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al
mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano
le spalle per seguire il mondo che li chiama.
Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto
che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la
mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi
era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale;
poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso,
che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità,
mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza
neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi,
l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa
per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia
indulgenza paterna.
Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e
genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per
pigliare il tono della celia.
— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano,
pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di
studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che
abbiamo penato tanto a metterli al mondo...
Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io
mi feci serio.
— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo?
— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo:
— Così ha fatto.
Aveva proprio fatto così.
— E non si è neppure voltato!
— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati
sul portone...
Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora
il capo dicendo:
— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo
accompagnavano, di chi la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche
nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante
cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro
ad amarci.
— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.
— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a
sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se
ne vergogna.
— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo
di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe,
gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per
parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli
comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La
tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola
evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe
cattedra di amor filiale all'università?
Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa
bisognasse fare.
— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio:
onora tuo padre e tua madre?
— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto,
perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!
— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della
sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta.
— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi
sento così sola, ora che quella poveretta è partita...
— Così _sola_! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo
senso arcano — così _sola_.
*
* *
Laura non è _sola_ — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. —
Laura non è _sola_, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo
padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi
sorrise.
— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre
dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in
casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi
ritorna, andiamo.
Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci
nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di
sole.
Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far
fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie
va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel
guanciale di sua figlia.