Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè,
trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di
dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a
Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle
difficoltà.
— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà
la sua disinvoltura di fanciulla...
— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata
senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.
Evangelina non si spaventava di questo pericolo.
— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non
lo guarda.
— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non
era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.
Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo
da dirle.
— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.
Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.
— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi
fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti
vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel
signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato
con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti
piaccia o non ti piaccia...
Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e
fuggire piangendo.
Sua madre le andò dietro.
*
* *
Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un
po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.
Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna,
e questo sentimento nuovo era una forza.
Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.
Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane
dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina
s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»
Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza
avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.
— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.
— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.
Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col
marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra
visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.
— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.
Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.
— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.
Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.
*
* *
— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto
Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di
studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con
tutti!
— Silenzio!
Era cosa giurata.
Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni
cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e
ridemmo.
Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana
successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro;
sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno
finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si
rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci
annunciò le sue nozze future.
— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?
La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.
— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. —
Non ha ancora diciotto anni.
— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche
mostriccino in gonnella, spero?
Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!
Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere
aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne
tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.