Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno....
Lasciamo stare l'anno.
Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in
mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di
metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio
vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con
voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.
Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che
il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a
mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono
con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri
reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere
dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza
di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in
punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima
un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi
l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il
vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...
E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che
cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua
invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;»
raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun
bisogno.
Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più
belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e
di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù
frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla
ridere quando le permetteva di ballare con altri.
Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti
all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi
a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse
proprio le _nostre donne_ — si avviassero innanzi e prese me con molto
mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi
solennemente e semplicemente:
— L'ho trovato.
— Chi?
— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un
nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina
chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei
pensato... indovina...
— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un
po' confusa...
— È il signor Paolo!...
— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!
Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.
— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è
mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove
andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho
notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo...
pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a
ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore
lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi
è uscito di mente.
Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel
signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.
— Dicevi che il signor Paolo...
— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.
Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era
sicuro del fatto suo.
— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola
di seta?
— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente
nelle tasche.
— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel
_cotillon_...
— Sì, ma te l'ho restituita...
— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver
frugato in tutte le tasche.
Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che
era inutile...
— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.
— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti
puoi buscare qualche malanno.
— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio —
gliel'ha rubata...
— Chi?
— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento
in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene
facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore,
per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così
pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...
— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre
qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.
— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.
— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...
Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.
— Anche il guanto!
— Crederesti?
— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.
— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.
— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.
— E Laura?
— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà
anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un
partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli;
lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il
nido, m'hanno detto...
Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
*
* *
Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi
sgomento.
«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è
un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
Non era di questa opinione il nonno.
— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte;
egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha
capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po'
più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia
la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene
io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di
chimica.
Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina
di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo,
si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato,
e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure
la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa
guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento,
senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero
trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.
— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.
Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro
nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i
mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo
di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.
Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del
segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore
disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare
un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non
vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come
schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale
non si faceva pregare.
Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli
pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle
dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare
una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente
sopra tutte e due le mani di Laurina.
E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_
e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava
le pagine ed era felice.
Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via
più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.
Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale,
perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che
nel coro delle risate metteva la nota robusta.
Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi,
giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne
avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del
prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il
vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa
di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.
Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran
fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta
dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.
— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace
di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla
finita; invitalo a venire a casa il sabato...
— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.
Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva
accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto
d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.
Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana;
ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio.
Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo
regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor
Paolo.
— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte
nella vetrata.
E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava
vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.