IX.

Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno....

Lasciamo stare l'anno.

Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in

mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di

metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio

vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con

voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.

Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che

il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a

mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono

con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri

reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere

dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza

di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in

punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima

un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi

l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il

vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...

E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che

cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua

invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;»

raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun

bisogno.

Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più

belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e

di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù

frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla

ridere quando le permetteva di ballare con altri.

Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti

all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi

a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse

proprio le _nostre donne_ — si avviassero innanzi e prese me con molto

mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi

solennemente e semplicemente:

— L'ho trovato.

— Chi?

— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un

nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina

chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei

pensato... indovina...

— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un

po' confusa...

— È il signor Paolo!...

— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!

Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.

— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è

mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove

andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho

notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo...

pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a

ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore

lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi

è uscito di mente.

Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel

signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.

— Dicevi che il signor Paolo...

— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.

Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era

sicuro del fatto suo.

— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola

di seta?

— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente

nelle tasche.

— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel

_cotillon_...

— Sì, ma te l'ho restituita...

— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver

frugato in tutte le tasche.

Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che

era inutile...

— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.

— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti

puoi buscare qualche malanno.

— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio —

gliel'ha rubata...

— Chi?

— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento

in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene

facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore,

per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così

pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...

— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre

qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.

— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.

— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...

Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.

— Anche il guanto!

— Crederesti?

— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.

— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.

— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.

— E Laura?

— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà

anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un

partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli;

lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il

nido, m'hanno detto...

Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.

*

* *

Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi

sgomento.

«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è

un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».

Non era di questa opinione il nonno.

— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte;

egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha

capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po'

più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia

la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene

io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di

chimica.

Era l'impazienza che lo faceva parlare così.

Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina

di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo,

si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato,

e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure

la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa

guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento,

senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero

trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.

— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.

— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.

Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro

nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i

mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo

di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.

Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del

segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore

disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare

un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non

vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come

schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale

non si faceva pregare.

Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli

pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle

dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare

una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente

sopra tutte e due le mani di Laurina.

E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_

e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava

le pagine ed era felice.

Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via

più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.

Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale,

perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che

nel coro delle risate metteva la nota robusta.

Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi,

giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne

avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del

prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il

vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa

di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.

Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran

fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta

dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.

— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace

di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla

finita; invitalo a venire a casa il sabato...

— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.

Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva

accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto

d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.

Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana;

ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio.

Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo

regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor

Paolo.

— Disgraziato! — gli gridammo insieme.

Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte

nella vetrata.

E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava

vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.

Mio figlio! · 第 76 / 92 题