Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo
ammalato.
Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo
degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e
si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa
l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli
e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui
piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che
canta.
A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da
nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire
con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro
infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia
aveva letto la propria condanna.
Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico
mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che
bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e
mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente
dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino
ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava
domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:
— V'è pericolo?
— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie
sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la
sorellina.
Allora soltanto balbettai:
— Angina maligna, non è vero?
— Già, già — disse il medico — angina maligna.
— Però non è delle più gravi?
Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro,
dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino
della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.
— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa
troppo male.
E io sorrisi, me ne ricordo...
In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La
piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in
punta di piedi per guardarlo.
— Va via — gridai con collera.
Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia
ridendo.
Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il
cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di
portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che
stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se
ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.
La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non
quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse:
_Coraggio_. Era quella di Evangelina.
Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della
morte.