Una mattina, appena levati da letto, prima ancora di prendere il caffè,
chi trovammo in cucina? La balia!
Era partita da Musocco all'alba, in compagnia del suo Giuseppe,
unicamente per vedere la _sua_ creatura; Giuseppe era andato per certa
faccenda di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè anche lui,
poverino, non sapeva più resistere senza vedere Augusto.
Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva ancora; ma in quale
maniera!
La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto; pareva che ce lo
leggesse in cuore, ce ne domandava scusa cogli occhi.
Evangelina era impietosita; io no; pensando agli strilli notturni
di Augusto, durati quasi fino alla vigilia, non trovavo dentro di me
neppure tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore.
— Non sono che otto giorni! — dissi — la vostra visita ci fa sempre
piacere; che vogliate bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto vi
vede, si torna da capo...
La mia vanità paterna era mortificata nel fare questa confessione;
nondimeno la feci intera.
— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi; ancora non è avvezzo bene
alla separazione; ha pianto anche ieri... (non era vero, da due notti
non piangeva) domani non avrà più pace...
Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò sorridendo fra le
lagrime.
— Ha pianto perchè voleva me, non è così? Voleva proprio me?...
— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è avvezzo a voi; se vi
vede è capace di piangere una settimana di seguito... potrebbe anche
ammalarsi...
Non avendo potuto difendere il mio amor proprio di padre, esageravo il
pericolo.
Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente non sapeva che
risolvere, quando si udì il gemito di Augusto, che si era svegliato e
ci chiamava.
— Anima cara! — esclamò Marianna.
Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non volendo far aspettare
mio figlio.
Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi a vestirlo, ma Augusto
ed io ci eravamo affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e
quando essa entrava, noi terminavamo appunto d'infilare il vestitino
azzurro.
Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia moglie non me ne diede
tempo.
— L'ho persuasa — disse melanconicamente.
— Chi?
— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene.
— Se n'è andata?
— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe...
— Possono ben fare colazione prima... — mi suggerì il rimorso.
— La stanno facendo.
— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino fra
un mese, magari fra quindici giorni, quando questo piccolo mariuolo
abbia imparato tutta la differenza che corre fra i suoi genitori e la
balia... allora potranno vederlo quanto vogliono.
— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse Evangelina
tranquillamente.
— Vederlo?
La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a galla, perchè subito
mia moglie mi spiegò in che modo innocente intendeva di lasciar vedere
nostro figlio alla balia.
— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto; lo vedrà dal
buco della serratura.
Era una magnifica idea, e non trovai a ridire, se non che mi offersi di
stare anch'io in cucina dietro all'uscio.
— Perchè?
— Non si sa mai.
Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi in cucina. Trovai
Marianna pronta; Giuseppe, che aveva un grosso boccone in bocca, lo
mandò giù a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno.
— È pronto — dissi — se volete vederlo...
La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla toppa: «Eccolo! —
balbettò, e proseguì a mormorare delle parole incoerenti che erano
carezze... — Dio! com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu,
Giuseppe...».
Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette farle intendere i
propri diritti con uno spintone.
Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si pose anche lui in
osservazione.
La balia era impaziente, guardava me, guardava il marito, e ripeteva
a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè, parendole d'aver concesso
troppo al suo uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui adoperato
poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi fece vedere una faccia
trasfigurata, dicendomi con una filosofia di cui non vidi il fondo, che
«era un destino fatto così».
Intanto Marianna mormorava:
— Caro! la signora gli dice di guardare di qua, e lui, povero
innocente, lui guarda; non lo sa che sono qua io... non lo sai... anima
bella! Ah! se potessi baciarmelo tutto!
E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere se vi fosse ancora una
speranza di ottenere questa grazia, poi senza aspettare la risposta,
rimetteva l'occhio alla toppa.
— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici giorni forse... ora
sarebbe volergli male.
E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe, che me la dava
docilmente, a malincuore.
*
* *
— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare che voglia camminare.....
la signora l'ha messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si
stacca...
Non seppi più resistere.
— Voglio vederlo anch'io!
Marianna mi lasciò il posto: guardai.
Augusto si era veramente staccato dalla seggiola, stava in bilico alla
meglio, ma non osava muoversi, benchè Evangelina, china a due passi
dinanzi a lui e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo, lo
tentasse con le parole e con le moine.
Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia di correre a buttarsi
nelle braccia di sua madre, e la distanza che lo separava gli faceva
paura.
Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi forte: — Mi raccomando,
non facciamo imprudenze.
Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare, ed entrai dicendo
a mio figlio: — C'è qua anche il babbo.
Intese benissimo che quando c'è il babbo non si deve aver paura di
nulla, e appena mi fui curvato anch'io facendogli delle mie braccia un
baluardo, egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla sua
audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle braccia... della mamma.
Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me un piccolo grido
d'entusiasmo; Augusto non l'udì, ed io scoccandogli un bacio sulla
bocca:
— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo passo l'hai fatto; ed ora,
figlio mio, coraggio e avanti!