Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente
meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio
figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano
orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.
Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima
tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo
idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me
ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men
formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi
accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè
essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io
diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».
La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo
tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime
volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese
notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la
mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte
l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.
Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii
forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia
dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri
l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto
il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco,
vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla
vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più
felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia,
la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io
forse un erede legittimo?
Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a
volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili
avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i
miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno,
non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che
il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la
generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo
rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere
press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.
Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi
venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo
bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una
non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a
spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare,
portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di
mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e
fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia
brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura
quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non
mio.
E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che
passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno
belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e
ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a
darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva
diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto,
non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche
cosa di magnifico che l'altro non aveva.
Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il
sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e
mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della
loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi,
avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».
Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne,
spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e
sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei
calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e
dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per
la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti
ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo
ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo
allora!».
«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a
diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente
grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella
gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia
del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì,
bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi
compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente
grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica.
E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico
perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una
eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose
enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente
che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri,
a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per
voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle
scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e
prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto
questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di
piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede
di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per
voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie,
le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio,
furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè
non hai nemmeno bisogno di capire».
Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo
color di rosa, la mammina pallida e sorridente.