V.

Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente

meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio

figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano

orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.

Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima

tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo

idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me

ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men

formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi

accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè

essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io

diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».

La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo

tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime

volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese

notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la

mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte

l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.

Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii

forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia

dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri

l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto

il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco,

vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla

vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più

felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia,

la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io

forse un erede legittimo?

Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a

volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili

avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i

miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno,

non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che

il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la

generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo

rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere

press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.

Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi

venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo

bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una

non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a

spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare,

portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di

mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e

fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia

brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura

quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non

mio.

E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che

passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno

belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e

ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a

darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva

diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto,

non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche

cosa di magnifico che l'altro non aveva.

Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il

sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e

mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della

loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi,

avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».

Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne,

spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e

sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei

calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e

dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per

la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti

ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo

ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo

allora!».

«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a

diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente

grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella

gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia

del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì,

bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi

compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente

grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica.

E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico

perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una

eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose

enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente

che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri,

a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per

voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle

scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e

prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto

questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di

piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede

di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per

voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie,

le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio,

furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè

non hai nemmeno bisogno di capire».

Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo

color di rosa, la mammina pallida e sorridente.

Mio figlio! · 第 21 / 92 题