La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era
già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come
un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una
missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la
fede cristiana.
La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo
sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco
disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in
testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno,
allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di
beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.
Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della
sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo
ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in
latino.
Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo
resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era
inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui
tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.
D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al
battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio,
vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più
grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso
visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo
aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta
la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar
della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio
suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per
la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva
dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che
bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè
l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora
si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.
Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono
di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla;
ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.
Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti
da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno
festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino,
poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho
mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe
mangiare!
Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.
D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono
andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando
l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre
accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra
creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella
malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col
lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi
parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto
rapidamente si era cancellata dal mio spirito.
Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce
di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo
di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della
buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero
ci fosse stata una festa in casa mia.
Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche
allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe,
in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e
rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.
La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò
chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche
del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero
baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci
tremendi alla _sua_ creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette
la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della
chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di
aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non
lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli
era rimasto? Ve la do in mille.
— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, _te lo raccomando_.
Misericordie celesti!
Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso
benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima
l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di
averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di
aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di
carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e
per poco non aggiunse «di volergli bene».
Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie:
«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito,
data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.
Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a
me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio,
perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria
fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per
cavarmi questo capriccio paterno!
— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e
perdi la corsa... Buon viaggio!
Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima
d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e
mi disse:
— Non dimenticare la cicoria!