I.

In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la

misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un

braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa

tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi

saperne di riconoscere la mia prole.

Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo

amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un

momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno,

andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci

avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi

nel vano, ci disse sottovoce:

— Silenzio... è un maschio!

Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella

manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un

pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò

stare e mi ripetè sottovoce:

— Silenzio... è un bel maschio!

Entrammo.

La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto,

e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte,

le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli;

ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo

indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli

si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che,

nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o

con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva

l'arte di portare in braccio mio figlio!

Ma dov'era mio figlio?

Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova

e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola.

Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo

stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora

Geltrude.

— Dov'è? — chiesi sottovoce.

Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un

tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo

stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i

merletti di una cuffia troppo larga.

Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!

Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della

camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò

senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio

dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la

carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che

dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.

Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente

sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto

cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me,

all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare

e per ridere alla muta.

— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo

goda anch'io.

E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a

dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio

lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere

i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando

gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la

camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po'

di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo

che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad

Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col

medico e con la signora Geltrude.

La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il

nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di

dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la

punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che

lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di

vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio

gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli

piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo,

temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era

contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a

tacere.

— Dàllo a me — gli dissi solennemente.

E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito

stato zitto.

— Dàllo a me — insistei.

Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.

Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio

figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia

estatico.

Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non

vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura.

Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era

il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e

perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi.

— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.

Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo

per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto

che vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la

propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più

burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a

descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi.

Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi

sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato

civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio

sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato

di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio

suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero

e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì

d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco

liscie del mio viso.

Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua

vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che

lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modo _sta in fatto_,

come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno

di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario.

La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè

Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso

coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva

che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre

vanaglorioso.

Io lasciava dire.

— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire

perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.

Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il

naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo:

— Non può essere.

Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e

veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per

ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il

sussiego di collaboratrice.

— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti

paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano

se hanno voglia.

Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere

d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere

dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse

una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura,

dicendo:

— Glielo dia da succhiare.

La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi

compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente

mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio

uffizio di nutrice.

Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il

poppatoio nell'acqua inzuccherata, mandavo in giro un'occhiata

ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano

tutti: «Che appetito!... e che balia!».

Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò

tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza

parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie

e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò

d'averne abbastanza, gli disse:

— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a

succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato?

Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un

uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo

per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha

insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir

altro; è un segreto.

Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la

testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da

uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era

tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni

accanto alla mamma sorridente.

Mio figlio! · 第 17 / 92 题