L’EREDITÀ.

Il grande niveo armento riprendeva le vie della campagna, chè già era

prossimo il mezzodì e fin dall’alba soave si era accolto nel campo

alberato giungendo e dalle foci remote e dai colli inghirlandati di

mandorli.

Ora l’inegual tocco dei campani, il grido dei biolchi, il fondo

muggito dei bovi si disperdeva lungo le vie maestre e le viottole; si

allontanava verso i chiusi e le stalle prossime e remote, dal mare alla

montagna. E non restavano, nel campo alberato, se non i ritardatari,

i mercanti, coloro che attendevano a riscuotere o a pagare, e qualche

disperso che era giunto senza saper che volere e così se ne tornava

maledicendo, curvo su le pediche innumerevoli dei trascorsi.

Non per anco dalle rogge torri e dai campanili sereni era disceso lo

stormo delle campane del meriggio; nè dalle piazze della bianca città

si era levato il volo delle colombe al consueto richiamo; ma presso

era il punto dell’ora che divide il giorno fra i due crepuscoli e i

bifolchi cercavano, nel cammino dell’ombra e nell’arco solare, il tempo

alla sosta ed al sonno.

Già le osterie intorno al mercato rigurgitavano di genti, di grida

e dell’acciottolìo che riempie quei luoghi quando la fame degli

uomini impera; già chi non aveva se non il suo pane nei tasconi della

cacciatora, lo traeva e lo addentava in pace, seduto ad un’ombra, in

disparte, e molti si affrettavano, accesi dal caldo e dal vino, verso

gli stallatici rigurgitanti a riprender la brenna o il ciuco e a partir

sotto il sole per le remote case.

Non uno era solo sul proprio barroccino o sul calesse dal mantice

stinto, chè lo attendeva per la via una comare, un capoccio, un amico,

un conoscente a domandargli ospitalità al suo fianco e le brenne

arrancavano malinconiche.

Scarse eran le ombre, violentissimo il sole, accecante il bagliore

delle strade, i nembi della polvere, densi come la nube turbinosa.

E sempre suonavan campani, muggivano buoi, gridavano e sibilavano

biolchi astati, dietro le disciolte mandre dei vitelli, i quali,

impauriti da un nulla, si sbandavano e invadevano i campi e le vigne e

le maggesi in una scalpitante scorribanda tempestosa.

Uomini e fanciulli e cani si lanciavano all’inseguimento mentre,

ubbidienti alla mano di un bimbo, reggente la corda della nasaiola, i

giganteschi buoi seguivano le prode dei fossi ponendo nel sole l’acceso

bagliore dei loro fiocchi vermigli.

La fiumana si disperdeva; morivano i suoni lontanando nell’afa

meridiana; il niveo armento disceso con l’alba alle soglie della bianca

città ricinta da floridi orti, ritornava verso le foci silenziose e

verso le vigne degli armoniosi colli. Il campo del mercato era quasi

deserto, ma ancora vi si trattenevano i mercanti, e i capocci, e i

sensali.

Eran conclusi gli ultimi patti, risolti i più tardi dubbi fra un

intermesso scrosciar di bestemmie e un vociare e un tendersi di mani

avvinte e squassate dalla furia dei sensali e tanto più s’incaniva

la baraonda quanto più era presso il termine del mercato: ma padron

Cecco rideva. La sua rotonda faccia gioviale non era punto commossa

dall’impeto di coloro che gli si stringevano intorno nel passionato

desiderio di concludere l’affare col re del mercato; le parole, le

promesse, le esaltazioni, le grida, non turbavano la sua sorridente

impassibilità. Ascoltava tranquillo, lasciava che i venditori e i

sensali si sopraffacessero nella iperbolica esaltazione della merce,

non troncava mai a mezzo un discorso, non discuteva; solo, quando si

era al concludere, ripeteva l’offerta fatta fin dal principio:

— Quaranta marenghi!

— Ma, Dio mi faccia morire, se Paolino della Tuda non me ne ha offerti

quarantacinque!...

E padron Cecco:

— Dovevate darglieli!

— Un paio di buoi che porterebbero via una casa!

E un sensale:

— Padron Cecco, quarantadue marenghi e non se ne parli più!... Qua la

mano!

Cecco dall’Orto rideva.

— Allora dite che non volete farne nulla!...

E il venditore ai sensali:

— Dio mi faccia perder la vista e ch’io non veda più i miei figliuoli

se non mi offrivan di più questa mattina!... Due buoi senza difetto!...

Grassi che sembran da macello!

— Qua la mano, padron Cecco; quarantadue marenghi e pace è fatta!

— Quaranta marenghi!

La disputa si accendeva, traviava in qualche velata insolenza, ma

Cecco dall’Orto non perdeva contegno e misura essendo convinto che,

per l’offerta avanzata, gli avrebber condotte le bestie fino alla sua

stalla lontana.

Così avvenne. Il patto fu conchiuso e fu versata una parte del prezzo.

La gente sapeva, d’altra parte, che se Ceccone dall’Orto, il mercante

milionario, aveva stimato che un par di buoi non valesse più che tanto,

non sarebbe stato possibile elevarne il valore perchè il parere di

Ceccone imperava per tutti i mercati della grassa terra fruttifera.

Ed anche gli ultimi preser la via del ritorno. Non rimaneva, fra la

scarsa ombra degli alberi, allineati attorno attorno al campo, se

non qualche miserrimo ciuco che fiutava la polvere. I bifolchi e i

sensali si sbandarono. Padron Cecco s’avviò solo verso lo stallatico

a riprender la cavalla e già stava per uscire su la via quando si

vide alle terga una donna in gramaglie che lo seguiva. Si rivolse

mediocremente incuriosito. La donna si fermò e fece per calarsi la

pezzuola su gli occhi, ma Ceccone disse ridendo:

— Oh! La Gilda!...

La donna levò gli occhi torvi su la rotonda faccia gioviale del

mercante e non parlò.

E padron Cecco:

— Mi cercavi?... Sei a piedi?... Vuoi salire con me sul barroccino?...

— No, non voglio!

— Be’!... E allora?...

— Allora, sempre così!... — gridò la donna.

— Sempre così.... sempre così!...

E gli occhi di lei, accesi di sdegno, dopo aver squadrato una seconda

volta il giocondo colosso, si rivolsero altrove; ed ella prese una

strada diversa e si allontanò rapidamente.

Padron Cecco sorrise e, abbassata un poco la testa, appoggiandosi

a quando a quando sul suo rozzo bastone da fattore, si avviò allo

stallatico. Quivi trovò gli amici mercanti e, come era consuetudine

sua, chè avrebbe preferito digiunare anzichè mangiar solo, li convitò

alla sua mensa.

Partirono al trotto serrato dei cavalli iniziando ben presto la gara

fra i singoli corsieri; tutti affannati, impolverati, sudanti; ebbri

dei buoni guadagni e del caldo e dell’amore delle facili femmine

lascive, sempre soggette e dimesse, come i nivei bovi al curvo giogo di

salice.

❦

Così la vita a Ceccone dall’Orto, l’astuto bifolco alunno della

fortuna. Egli era cresciuto in ricchezza e in gagliardia da quando,

abbandonato l’aratro fra le maggiatiche, lasciate le costumanze degli

avoli, e l’antico podere, troppo violentato dall’adunco vomere perchè

potesse dare buon frutto, si era dato a bazzicare pei mercati e a

intessere i suoi primi imbrogli ben riusciti.

Allora non aveva che la sua giocondità, un discreto acume per gli

affari ed una furberia malandrina. Aveva anche l’arte di piacere agli

uomini benchè gli fossero tutti ugualmente indifferenti. La fortuna

lo adocchiò. In quel tempo egli poteva giuocare tutto per tutto; la

prigione non lo spaventava nè l’opinione che i suoi simili potevano

farsi sul conto di lui. Sapeva che il danaro rinnova le coscienze

stinte e che la gente indignata non rivolge il proprio furore là dove

l’oro ristagna e la sua giocondità non si oscurò per un attimo solo.

Tentò un colpo canaglia. Gli riuscì. Mandò all’aria una famiglia di

onesti sciagurati e da un giorno all’altro si trovò possessore di

trentacinquemila lire. Aveva ciò che gli abbisognava per dare alla

propria attività il largo campo necessario.

Da quel tempo gli scrupoli suoi furono anche minori, se ciò era

possibile, e siccome natura lo aveva fatto di solida tempra ed egli

poteva tranquillamente non dormir le notti, mangiare poco e a furia,

resistere per giorni e settimane, alla baraonda dei mercati senza

risentirne stanchezza, non si risparmiò. Volle da se stesso il massimo

sforzo per il maggior risultato e l’ottenne. In pochi anni la sua

fortuna decuplicò e siccome il denaro, fra le sue mani, ad altro non

serviva se non ad accrescersi di continuo, Ceccone dall’Orto si trovò

a possedere, su la sua cinquantina, quattro milioni e mezzo. Ma il

patrimonio accumulato non gli fece mutar gusti nè abitudini; egli

rimase il rozzo bifolco che era il giorno in cui aveva gettato la marra

e abbandonata la famiglia per seguire il suo destino dissimile. Come

non mutò la foggia del vestire e la casa e sempre fu contento della sua

cacciatora di _mezzalana_ e del suo stambugio disadorno fra i campi,

così i desideri suoi non si accrebbero per altre vie. Gli era gioia

spadroneggiare pei mercati, far ribotta quanto più sovente poteva,

cambiare le sue grosse amiche gioconde che non conoscevan sospiri. Non

aveva famiglia. Gli eran compagni, nella casa solitaria, due garzoni e

una cuoca. La stalla e la cucina erano le sue sale.

Ottuso ad ogni sentimento, di qualsiasi natura esso fosse, non aveva

provato mai commozione nessuna nè per sè nè verso i suoi simili.

Amava la sincerità brutale; le cose che hanno un volto e una parola

cruda. Pel resto la sua nativa diffidenza di bifolco e di mercante si

esplicava nel suo immutabile riso.

Assediato dai suoi parenti, che il suo patrimonio cospicuo faceva

delirare, Cecco dall’Orto rideva; perseguitato da ogni sorta di gente,

losca nella sua umile devozione, non ne era vinto. Nessuno mai aveva

avuto da lui un solo scudo. Ceccon dall’Orto rideva.

Tale era il re delle sonanti adunate, l’astuto bifolco squadrato a

gagliardia; gran mangiatore e grande amatore al cospetto dei compagni

suoi bercianti che sempre gli erano da presso.

Ora egli non pensava alla morte più che non pensasse a impoverire

e benchè i parenti suoi innumerevoli sempre gli stesser d’intorno,

quasi a ricordargli la fragilità della sua materia, non eran riusciti

tuttavia a far sì che padron Cecco testasse. Egli sapeva che le

sue amiche e le genti alle quali dimostrava qualche simpatia erano

osservate, circuite, minacciate chè, nel novero dei suoi parenti, v’era

qualcuno del suo conio, pronto a qualsiasi prova pur di riuscire dove

mirava; sapeva che ogni sua parola detta era vagliata e soppesata, che

ogni ora della sua vita era a conoscenza de’ suoi devotissimi aguzzini,

che non poteva far cosa che non fosse risaputa e tutto questo in attesa

della sua bene augurata morte; ma non mutava volto nè anima, nè la

giocondità di lui era per annebbiarsi menomamente. Anzi il giuoco lo

divertiva. E se qualcuno fra i più arditi gli faceva osservare talvolta

che un uomo dell’età sua avrebbe dovuto pensare a disporre de’ suoi

beni, rispondeva ridendo:

— Fra tutti voi, davanti alla morte, io mi chiamo Ultimo!

Ora quel giorno, dopo aver fatto ribotta con i mercanti amici suoi,

se ne stava seduto, verso sera, innanzi alla tavola apparecchiata

attendendo che Carlotta ritornasse dall’orto e gli apprestasse la cena,

quando udì qualcuno che si rimuoveva sotto il portico. Non vi pose

mente. La porta era spalancata, ma padron Cecco non levò gli occhi a

guardare. Pensava ad un suo nuovo raggiro. Così non badò a chi entrava

nella cucina e solo alzò il capo quando udì la voce di Carlotta dire:

— Oh!... Come mai vi si vede, Gilda!...

Allora guardò dall’altro lato della tavola e si trovò innanzi la donna

che l’aveva seguito furtivamente quando ritornava dal mercato. Vestiva

sempre il lutto, aveva la pezzuola nera sul capo e gli occhi suoi

grandi fiammeggiavano di sdegno.

La Gilda non rispose a Carlotta. Guardava Ceccone dall’Orto, fissamente.

Questi non si scompose, la sua faccia gioviale non ebbe un sol guizzo.

Disse in tono placido:

— Sei venuta a farmi compagnia, Gilda?

La Gilda, senza mutar volto, come fosse irrigidita, mormorò:

— Imbroglione!...

Allora Ceccon dall’Orto si rivolse a Carlotta che si scandalizzava e

riprese:

— La Gilda non si sente bene, forse! Hai fatto il brodo questa sera?

— Sì, padrone!

— Be’, apparecchia per due.

E siccome padron Cecco non disse altro, ogni conversare finì.

Rimasero di fronte e l’una pareva volesse distruggere l’altro solo

col fiammeggiare degli occhi suoi fissi. Aveva puntato i cubiti su la

tavola e si stringeva la faccia fra le palme.

Padron Cecco riprese l’ordine de’ suoi pensieri e nulla perse della

sua tranquillità giuliva; ma quando Carlotta si fece alla tavola con

una scodella e la pose innanzi alla Gilda, questa si levò di scatto,

scaraventò l’arnese in mezzo alla stanza e riprese la via dell’uscio.

Ceccon dall’Orto die’ nel ridere e a Carlotta che gli chiese:

— Ma che ha quell’indemoniata?

rispose:

— È un po’ matta, ma fa ridere! È la seconda volta che la vedo, oggi!

— Badate, padrone, che è della razza dei Giuli!... Badate non faccia

uno sproposito!

— E che dovrebbe fare?

— Non si sa mai!... Una donna come quella!...

— Hai paura che mi ammazzi?

— Io non porrei la mano sul fuoco, sapete!... È una donna capace di

tutto!

— Ma no!

— Per me, fate quel che volete; ma, se fossi in voi, terrei gli occhi

aperti.

— E li tengo chiusi, io?

— Non dico questo. Ma non è prudente lasciarsi accostare così da

un’indemoniata come quella.

— Ma credi sia la prima volta? Sarà un anno che mi perseguita così; da

quando l’ho lasciata! Le ho offerto del denaro, non ne vuole! Le ho

domandato che cosa le abbisognava e neppure mi ha risposto. Che cosa

devo fare, allora?... Vuoi che me la sposi?... Una volta mi aspettava

o all’osteria o sulla strada; mi capitava fra i piedi ogni due ore e si

accontentava di guardarmi malamente. Ora pare voglia stare più comoda,

viene in casa; e tu lasciala venire. Che vuoi farci?

— Io la metterei alla porta!

— Ma no, poveraccia!

— Non vedete che vuol farvi dispetto?

— Be’, ti pare che le riesca?

Carlotta si strinse fra le spalle e ritornò ai suoi fornelli

brontolando:

— Se se ne accorgono i vostri parenti!

— Credi non lo sappiano?... No, di quella non hanno paura!

E Ceccon dall’Orto rise, divertito dalla lotta che gli si muoveva

intorno sorda e continua per il possesso dei suoi beni.

E la Gilda continuò ad apparire, imperturbabile, ogni sera, quando

padron Cecco era per mettersi a cena. Entrava per la porta aperta,

senza dir parola, senza badare a quelli che potevano essere nella

cucina, sedeva in faccia al suo vecchio amante, puntava i gomiti

sulla tavola, la faccia fra le palme e così restava mezz’ora e più

in perfetto silenzio, guardando a sdegno padron Cecco. Che fosse

tuttavia innamorata di Ceccon dall’Orto nessuno credeva, come non si

credeva che un qualsiasi interesse potesse spingerla ad agire in sì

strano modo; ella ubbidiva unicamente alla sua natura dispettosa, al

bisogno di riuscire intollerabile a chi non si era occupato di lei

per tutta la vita e le aveva detto addio con la tranquillità con la

quale si abbandona un indifferente. Nel sottile groviglio della sua

docile perfidia ella aveva cercato e cercava tuttavia la persecuzione

più sorda, più continua, più implacabile; quella che esaurisce ogni

pazienza e si termina in aspri litigi quando non ceda al peggio.

La Gilda avrebbe dato metà del suo sangue per vedere la faccia di

Ceccone travolgersi nell’ira brutale; l’anima sua maligna ne avrebbe

goduto come del più bel trionfo; ma come non le riusciva neppure

a scomporre per il battito di un secondo la tetragona placidità

dell’antico amante, sempre più si incaniva in se stessa, struggendosi

dalla bile e pronta ad ogni più sorda lotta pur di riuscire al suo

còmpito.

Altro non voleva se non tormentare e l’immutata giocondia di padron

Cecco la faceva tormentata.

Ora avvenne che, cadendo l’autunno ed essendo tempo di grande caccia,

Ceccon dall’Orto, per imbandire certi suoi germani che aveva uccisi

nella palude, convitasse ad un festino gargantuesco tutti gli amici

suoi ed i parenti e le donne dei parenti e degli amici. Due cuochi

giunsero dalla città in aiuto di Carlotta. L’ampia cucina brillò per le

grandi fiammate e sì empì di grassi odori e di un festevole vocìo fin

dalle prime ore del giorno.

Si apprestava il banchetto classico romagnolo, ponderoso ed

interminato, in cui le portate si succedono e si moltiplicano, si

sovrappongono e si ripetono in tale abbondanza da farne sazio un paese.

La brigata incominciò a giungere fin dalla mattina. Ora era un

barroccino, ora un calesse, ora un bagherino.

Ogni nuovo arrivato incominciava a gridare fin dalla strada per

manifestar la sua gioia e la sua fame.

L’aver fame, molta e bramosa fame, è il complimento più grato

all’ospite che convita. E Ceccone accoglieva gli invitati di su

la soglia, ridendo e vociando a sua volta, tutto rosso e grasso

e colossale che pareva lo specchio dell’uomo che non sa se non la

robustezza del proprio stomaco insaziabile come il sepolcro.

La stalla rigurgitò di cavalli e di ciuchi; l’aia fu piena di calessi e

di _bagher_; la casa di genti, strillanti come la scimmia e la gazza.

Le donne si ritraevano in cucina; gli uomini si adunavano su l’aia.

Erano una coorte. E la frase che correva intorno più frequente, a

manifestar la bramosia del gregge, era:

— Quando si mangia?

E ognuno faceva sollecitudine ai cuochi e alle donne chè si

affrettassero e dessero il cenno che allieta colui che si appresta ad

ingozzarsi. Il cenno fu dato che ancora non era il meriggio e l’immensa

tavola imbandita fu presa d’assalto. L’orgia bacchica incominciò. Il

sangiovese, l’albana, il pagadebiti, la canina, corsero a fiumi giù

per le sitibonde gole. L’acqua fu bandita come una cosa immonda; come

la compagna dell’anatra e del luccio e dei ridevoli ranocchi. E fra

bere e impinzarsi la buona gente romagnola si sentì a suo agio. Il

cuore crebbe a mano a mano che lo stomaco si saziò. Tutti si vollero

bene e vollero bene alle donne e ai cuochi e ai cani e alle galline

che razzolavano sotto la tavola. La nativa scurrilità si elevò di

tono. Ogni sporca cosa divertì la brigata, ma sopratutto le donne. Chi

le diceva più grasse più era apprezzato dalla compagnia e le risate

succedevano alle risate in un assordante baccano. E fra tutte risuonava

più alta la voce di Ceccon dall’Orto. Egli non poteva dir cosa, anche

fra le più stupide, senza sollevare un clamore di approvazioni e di

risate, e, se apriva bocca, tutti tacevano e si protendevano, rapiti.

Ma avvenne che, sul più bello di un enorme boccone, e il simposio

volgeva alla fine, padron Cecco stralunasse.

Dapprima gli ospiti risero, credendo che il milionario celiasse; ma

quando videro la rotonda faccia del mercante, di vermiglia divenir

paonazza e inturgidirsi nelle vene; e videro gli occhi farsi di un

subito sanguigni e metà viso stravolgersi in una smorfia orrenda,

balzarono in piedi, ammutoliti.

Fu prima una donna che disse piano:

— Gli è venuto un colpo!...

Poi l’attimo dello sbalordimento fu superato e furono in venti a

soccorrerlo. Padron Cecco non dava più segno di conoscenza. Gli

slacciarono i panni, lo portarono al piano superiore, nel suo letto, e

mentre gli uomini correvano per il medico altri andarono per il prete.

Tutti lo videro morto. Al baccano smodato subentrò un pavido silenzio.

Ormai si poteva esporre apertamente il proprio pensiero, Ceccone

dall’Orto non capiva più.

Ancora fu prima una donna che disse:

— Bisogna cercare il testamento!

E un’altra:

— Non ne ha fatto!

Un brivido corse fra i muti parenti, torvi dinanzi alla morte che

poteva carpir loro l’agognata fortuna.

Poi fu come una vandalica intesa e mentre il moribondo rantolava nello

spasimo della soffocazione, l’avida muda si gettò sui canterali, sugli

armadi, sulle arche, rompendo e devastando nell’ansia della suprema

ricerca.

Solo Carlotta singhiozzava muta in un angolo.

Non fu trovata nè una carta nè un soldo e la turbolenta masnada si

rivolse a guardare il moribondo, obliqua e sinistra. Su tutti quei

volti non era che il lampo dell’odio.

Giunse il medico, intraprese la sua inutile cura.

Gli fu chiesto:

— Morirà?

— Sì.

— Potrà parlare?

— Forse sì.

— Ah!... — Una speranza si fece largo fra la tenebra improvvisa.

Ed anche il prete venne e dietro di lui la Gilda vestita di nero. Aveva

la pezzuola calata su la fronte. Passò muta fra l’indifferenza degli

astanti, non salutò e non fu salutata. Ristette in piedi, vicino al

capezzale, le braccia pendule e le mani incrociate. Sul volto di lei

non era se non la sua continua smorfia sdegnosa.

Ora tutti erano intenti a seguire l’opera del medico. Non rifiatavano.

Vi fu un punto in cui il rantolo di padron Cecco si affievolì e si

spense. Allora le donne mormorarono:

— È morto!...

E già il prete si chinava sul capezzale e dietro di lui la Gilda,

quando il morituro ebbe una subitanea scossa, levò un poco il capo,

aperse gli occhi:

— Parla, parla!... — susurrarono le donne protese. — Parla!... Potrà

far testamento!

E tutti si fecero innanzi togliendosi il cappello e richinando

umilissimamente la faccia. Vi fu chi disse:

— Coraggio, Checco!

Ed altri:

— È nulla!... Guarirete, coraggio!...

E i mormorii passavan via col brivido del cuore in tumulto.

Ceccon dall’Orto volse gli occhi intorno, disse:

— Ho sete!

Venti mani si protesero all’arida bocca rossigna.

E Ceccone bevve e tutti lo guardarono assiepandosi intorno a lui e

attendendo le sue parole. Fu un silenzio eterno.

Padron Cecco richiuse gli occhi, li riaprì, fissò ad una ad una

le facce degli astanti volgendo lentamente il capo. E su tutte le

tragiche maschere vide la stessa ansia rapinatrice, velata di umiltà;

su tutte, tranne una. Una donna era là con l’anima sua di sempre, col

suo dispetto nemico, dipinto sul viso pallido. Padron Cecco la guardò,

disse:

— La Gilda!...

E questa, senza scomporsi, senza mutar voce nè tono, come tante volte

rispose:

— Crepa, cane!...

Ceccon dall’Orto tentò un sorriso, ricadde spossato sui guanciali; ma

poi lo videro muovere un braccio come a chiamar qualcuno e riaprì gli

occhi e fe’ segno che il medico ed il prete gli andasser vicini.

— Parla, parla!...

— Fa testamento!... Ha chiamato i testimoni!... Fa testamento!...

Non fu mai ansia più tremenda, forse, neppure in chi attendeva dal

giudice la morte o la vita.

Il medico e il prete si chinarono sul morituro.

— Volete parlare?

— Sì... ecco... la mia ultima... volontà!...

La vigna vendemmiata: novelle · 第 15 / 26 题