AVVERTENZA

Niuno si faccia a credere che, nella pubblicazione di questo libro, io

abbia avuto in animo porgere ammaestramenti di buona e gentile cucina:

no, per mia fede. Le ragioni che mi mossero a torlo dall'oblivione in

cui si giacea, trassero dal desiderio di accrescere sempre più la

messe de' vocaboli, spezialmente domestici e di cose attinenti alle

arti, della quale il nostro libro è assai abbondevole, e di offerire

un testo che ci rappresenta al vivo le costumanze de' nostri antichi,

per ciò che risguarda l'uso delle loro vivande e delle mense. La qual

cosa tanto più feci volentieri, in quanto che niun libro di simil

genere, secondo ch'è a mia notizia, scritto in volgare nel sec. XIV,

venne finora reso di pubblica ragione. Questo duplice vantaggio dunque

me ne dette stimolo, e m'avviso che bastar debba perch'ei torni bene

accetto al colto ed erudito leggitore. Nulla ha a fare coll'antico

libro _De re culinaria_ di Apicio, nè con altri trattati latini,

anteriori al sec. XIV; ma egli è senza dubbio scritto originalmente da

penna toscana, e per avventura, non ostante pochi senesismi ed altri

vocaboli speciali soltanto a diverse provincie italiane, fiorentina.

La semplicità, l'eleganza e la sobrietà, conforme il comporta la

materia trattata, vi spirano da ogni lato. Per comprovarlo a un girar

d'occhio, veggasi il seguente capitolo:

Nelle gran feste e dì pasquali, fà di pasta uno arbore o

vite, o giardino. E insù l'albore appicca pomi, pere, o

uccelli diversi, o uve, ciò che tu vuoli, fatti di pasta

distemperata con ova: e debbiansi empire di empiture

sopra dette e coloralle di diversi colori, come giallo,

verde, bianco e nero. A onore del detto arbore, poni nel

mezzo d'esso uno pastello, ovvero gabbia piena

d'uccelli; e in tale arbore puoi ponere tutti i frutti,

li quali troverai, secondo e diversi tempi. Quando si

portarà nella corte, facciasi sotto l'albore (o vite, o

giardino) fuoco di legne altamente, e ponanvisi vergelle

odorifere; e ponanvisi pomposamente.

Così scriveva forse un idiota cuoco, che vivea cinquecento anni fa!

Ciò nondimeno, colpa dell'antico amanuense, in assai luoghi mi sono

abbattuto, senza dubbio corrotti ed errati, la più parte de' quali io

mi cimentai colla critica a rettificare. Se ci riuscii felicemente,

bene sta; se non, sia come non fatto; anzi prego l'indulgenza del

cortese pubblico a passarsene come se le mie osservazioni non

fossero, lasciando nel senno de' meglio avveduti l'indovinare più

acconciamente, e darne spiegazioni meno lambiccate.

Secondo il mio costume, io mi tenni strettamente all'originale, nè

feci che leggerissime mutazioni di grafia, come _predicti_ in

_predetti_; _pescio_ in _pesce_; _poi_, verbo, in _puoi_; _de_ in

_di_, e cotali altre coserelle scambiai di niun momento, le quali nè

danno, nè tolgono la veste del tempo, ma non sono che varietà

introdotte per lo più da' copisti.

Oltre le opportune note, posi in fine una _Tavola_ di voci e modi

degni di osservazione, colla giunta di un _Indice_ di que' vocaboli,

che, sconosciuti affatto, indarno si cercherebbero ne' lessici della

nostra lingua; de' quali poi abbiamo la propria significazione dalla

specialità di ciascheduna vivanda, donde traggono il nome. Note

esplicative di antichi vocaboli, oggi disusati e proprii soltanto dei

primi secoli della lingua, non posi mai, o quasi; tenendo per fermo

che non n'avesse bisogno chi si fa a leggere in volumi di simil

genere, anco persuaso che per niuno de' miei leggitori non potrebbesi

giammai rinnovellare veruno equivoco, della foggia che intravvenne a

un cotal Borso Zeminian da Sant'Ambrosi; il qual come fosse, e come la

bisogna andasse, voglio brevemente, e secondo un manoscritto da me

posseduto, qui a piè dimostrare.

Secondo che io ho udito raccontare da persona degna di

fede, egli ebbe, non sono ancora molti anni passati, nel

contado modanese, un cotal Borso Zeminian da

Sant'Ambrosi, il quale, tuttavia essendo fanciullo,

checchè la cagione si fusse, a Bologna da' genitori suoi

fu condotto. Dove poi crescendo negli anni, e, com'è

costume, mandato alle scuole perchè egli apparasse

leggere e scrivere, ed essere un savio e prob'uomo,

intervenne che, stante ch'egli avea dalla natura sortito

un così ruvido e ottuso ingegno da non isperarne cosa

che buona si fusse, per quanto ei s'affaticasse, e per

quantunque i precettori si dessero attorno ad

ammaestrarlo, e' non venne giammai a capo di alcun poco

di bene; sicchè, pure quasi come colui che non isguardò

a libri di sorte alcuna, nella sua innata ignoranza

sempre poi fino alla morte si rimase. Ma però che dove è

ignoranza, ivi suole essere prosunzione, così perch'egli

avea letto più volte il _Fiore di Virtù_, la _Storia di

Barlaam_, i _Reali di Francia_ e _Guerrino detto il

Meschino_, e ne avea spigolati e ricolti in un suo

quadernuccio, come gemme e tesori di lingua, tutti i

riboboli e le parole strane che in que' libri si

trovano, egli si credeva un gran Sere, e si spacciava

per un gran letterato e conoscitore e ristauratore delle

opere del trecento: e di libri e di scrittori e di cose

letterarie nelle brigate e fuori non finava giammai di

strombazzare; e ne diceva le più stolte cose del mondo,

e le più ridevoli; e tali e tante in somma da

disgradarne quel benedetto Calandrino, e il Carafulla:

e, secondo il vezzo degl'ignoranti, a quale vi vogliate

scrittura, anche di dott'uomo, che venisse alla luce,

costui apponeva, e ne voleva trovar difetti, e ne diceva

le sconcie parole con ognuno, ora appuntando una

virgola, ora trovando un _c_ rovescio, ora un _o_

corsivo dove tondo, siccome lui, esser dovea, e cotali

altre stucchevoli miseriuole, menando per ciò tanto

scalpore con chiunque s'abbattesse, ch'e' riusciva più

impronto della tosse. A questa sua prosunzione e follia

aggiugnevasi per soprappiù una sì sfrenata e sudicia e

abbominevole e calunniatrice lingua, che egli avrebbe

detto corna anche di messer Domeneddio, quando glie ne

fosse venuto il mal talento. Nel contendere, ed anco nel

favellare tranquillo e dimestico era sì insolente,

plebeo e svergognato, che avrebbe vinto un granducale

gabellier livornese, e un birro papale. Insomma egli era

uno di que' cotali omicellacci, quasi idrofobi, che,

conoscendosi inetti affatto a ogni buon'opera, ed avendo

pure il ruzzo in capo di volere apparir dotti,

s'ingegnano e brigano di mettere in iscredito le fatiche

degli studianti, avvisandosi mattamente, coll'abbassare

altrui, di innalzar sè medesimi; e così provocano e

prendono per lo petto i pacifici uomini, acciò ch'ei

divengan per forza irosi e mordaci. Era costui bassotto

di sua persona, con un cotal viso arcigno e molesto,

che, fisamente sguardandolo, avresti detto: oh! ei ci

venne per fare uggia ad altrui! ove stavano due

disuguali occhiuzzi porcini (l'un de' quali

inferiormente bitorzoluto), che indicavano orgoglio,

ignoranza e ingratitudine; e donde lieto sporgeva un

nasello, nella sua picciolezza pieghevole e mobile come

la proboscide d'un liofante, tanto rivolto all'in su ed

aperto, che parea ch'ei sogghignasse alle glorie. La

bocca era tagliata conforme le parole luride, che del

continuo da essa partivano; e l'orecchie poco si

discostavano dalle comuni, salvo che le estremità, più

ardite, signoreggiavano intellettualmente, forse di

qualche pertica, la cima del cucuzzolo. E dalla parte

superiore della manca guancia discendeva una lista di

pelo bianco quasi come la neve; la quale, a modo di

barbagianni, girando sotto la gola, risaliva poi

convenevolmente lungo la diritta, fino alla uguale

altezza della contrapposta; sicchè Borso era ancor

giovane allora ch'ei dette una solenne mentita a quel

proverbio, che dice:—Gli ultimi a incanutir sono i

c....ni.—Onde tra per le suddette ragioni, e perchè

egli avea non so quale altra cosa, ch'io non vo' dire,

sì prolungata, immensa e sconcia, da potersene fare la

cuffia alla testa d'ogni gran toro, veniva dal popolo,

per dispregio, non Borso Zeminian da S. Ambrosi, ma

Borson Birrino il maldicente, comunemente appellato. Ora

lasciando da una parte queste ed altre simili tacche, e

a quel venendo che più importa, dirò, che egli stava

compilando, per alfabeto, non so quale suo _Operone_

sugli spropositi di tutti i filologi italiani, forse da

Adamo in qua, niuno eccettuato (a compiere il quale,

_lavorando dì e notte_, ci avrebbe spesi bene un otto

anni, abborracciando un 6000 pagine, in gran foglio); e

già era pervenuto, a quanto egli stesso affermava, al _c

o co, e gli cresceva la materia tra le mani_, quando gli

avvenne quel ch'io sono per dirvi. Invasato costui e

fradicio nelle storpiature del 300, oltre le quali, come

dicemmo, niuna cosa più conosceva, accadde, che, dovendo

egli condursi una volta per certe sue bisogne (forse a

cercar fave, di cui andava assai ghiotto) su quel di

Pontecchio, diessi attorno per rifornirsi d'una

cavalcatura. E non potendo averne cavallo alcuno che ben

gli stesse, stante che pochi bolognini volea trar fuori

di quella sua stemperata e maledetta borsa, piena tutta

di borra e di fastidio, alla perfine, mettendo in non

cale la gelosia che nascere ne potesse e il pericolo di

fare a' calci, pose di torre a fidanza un asino. Misesi

dunque per la città dimandando or l'uno or l'altro se

avea l'asino da prestargli; e niuno non ritrovandone per

domandare che si facesse, accadde, ch'e' venne ad

abbattersi in una contrada detta san Mamolo, dove al

sommo della porta d'una bottega stava scritto con tanto

di lettere:—Spaccio d'Anisi.—Or ciò vedendo

Borsacchione, e risovvenendosi un tratto, come gli

antichi talvolta, per trasponimento di sillabe,

scambiavano il significato d'una parola in quello

d'un'altra, e che per ciò stesso in luogo di _prefetto_

dicevan _perfetto_, di _indivia_ _invidia_, di _prelato_

_perlato_ e cotali altri ciancioni; grosso come era e

materiale oltremodo, non ricordandosi punto il

tristanzuolo, che non già nel secolo XIV, ma nel XIX

vivea, s'avvisò troppo bene, che _Anisi_ ed _Asini_

fosse una sola cosa, sicchè di presente disse fra sè:

Hojo, gnaffe, el fristolo m'àe dibonaire mente atato:

alle guagnele, eo en caballo, et _ratearòe_ a bolontate,

et fave manicaròe a dispitto de fratelmo, et diverròe

piùe _rogente_! ed entrò sicuramente alla bottega, e

incominciò a voler fare il nolo. Ma coloro che là entro

erano, riconosciutolo per Borson Birrino il maldicente,

credendosi che questo egli avesse fatto per torsi giuoco

di loro, dicendogli le maggior villanie del mondo,

fuggendo egli, se gli cacciaron dietro con grossi e

nocchieruti querciuoli; e, raggiuntolo, il conciaron sì

bene, che non gli lasciaron in dosso parte alcuna del

corpo, che macera non fosse; e avvegnachè troppo tardi,

pure il cattivello alla perfine s'avvide, che mal fanno

coloro, che vogliono esercitare l'altrui mestiere. Ma

questo, secondo che mi fu raccontato, poco gli giovò poi

nel rimanente, perchè in iscambio di mutar modi, e di

attendere a portar some, vieppiù accrebbe e in petulanza

e in maldicenza e in odio verso altrui; nel che, come

d'animo perverso ch'egli era e turpe, se ancora fosse

per i tempi, tuttavia si rimarrebbe[1].

¹ In questo medesimo ms. stanno molte altre avventure di

costui, intitolate: _Commentario della Vita e degli studii

di Borson Birrino_, corredato di preziosi documenti, che

alla circostanza produrremo per intero, perchè _gutta cavat

lapidem_.

Il codice manoscritto del LIBRO DELLA COCINA sta nella R. Biblioteca

dell'Università di Bologna, in una _Miscellanea_, segn. del num. 158;

il quale intendo qui appresso descrivere a utilità degli amatori della

bibliografia italiana. Valgano queste mie cure a rendermi vie più

benevoli gli amatori delle nostre antiche lettere.

Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato · 第 10 / 48 题