IX.

I rabbuffi di donna Vittoria s’erano fatti più radi: ella si

abbandonava con maggiore confidenza alla conversazione; trattava

Zaverio amichevolmente e il suo linguaggio non rifuggiva da quelle

vivacità che hanno un’intonazione molto simile alla tenerezza.

Il suo contegno era sempre irreprensibile, severo: ella non era

disposta ad accordar delle licenze — e tanto meno a tollerarne. Ma la

sua fierezza aveva delle distrazioni, commetteva delle inavvertenze.

Come tutte le donne veramente caste non sentiva la necessità di

vegliare su sè stessa e di prevenire le tentazioni che la sua bellezza

doveva suscitare. Certo ella non era complice della imprudenza con cui

il suo piedino irrequieto spuntando improvviso rialzava le gonne e

scopriva una caviglia perfetta — e neppure della fedeltà con cui la sua

veste disegnava le forme elette della sua persona.

Ma a Zaverio ne fremevano i polsi.

Ed ella, che con uno sguardo sapeva reprimere la sua adorazione, non si

curava di evitarla; soltanto gli faceva morire sul labbro le parole che

gli traeva dal fondo del cuore.

Tutta la sua persona comandava l’amore: il suo cipiglio lo vietava.

Ma un dì che Zaverio s’era trattenuto un po’ tardi e la baronessa s’era

dimenticata di domandare il lume, — il silenzio che durava da un pezzo

lasciando libero il freno alle provocazioni della fantasia, l’aria

tepida e profumata, l’aspetto di quella bella donna, di cui il barlume

del crepuscolo carezzava misteriosamente il viso bianco — l’intimità di

quell’ora e di quell’abbandono fecero girar vertiginosamente la testa

al giovane che, spinto da passione violenta, le prese ad un tratto la

mano e la coperse di baci.

La baronessa balzò in piedi fieramente corrucciata.

— Ah dimenticavo, disse con voce tremante dalla collera, che voi siete

incapaci di aver amicizia per una donna. Peggio per voi che me ne

avvertite.

Zaverio intimidito, mortificato, balbettò qualche parola e si scostò.

Seguì un lungo e molesto silenzio.

La baronessa non chiamò neppure allora la cameriera. Si ritrasse

lentamente nel vano della finestra e voltò le spalle in fuori.

Zaverio provava un gran bisogno di dir qualcosa pur di parlare. Egli

disse poi:

— Era meglio che non fossi mai venuto. Ve l’ho detto la prima volta che

voi mi riceveste, di mandarmi via. Perchè non l’avete fatto?

Egli non poteva scorgere il viso della baronessa che rimaneva

nell’ombra.

Ripetè:

— Perchè non l’avete fatto?

— Ah, rispose cupamente donna Vittoria, ve lo dirò un dì o l’altro.

Ella soggiunse con accento di dolore:

— Peggio, peggio per voi... Voi volevate meritare la mia stima!...

Zaverio ammutolì: preferiva la sua collera. Egli rimase là inchiodato

nel suo angolo, col capo fra le mani.

Finalmente fe’ uno sforzo, s’alzò e s’inchinò profondamente.

La baronessa riavendosi da una penosa meditazione disse, come le altre

sere:

— Arrivederci.

Zaverio fe’ naturalmente i più solenni propositi di non tornar più al

villino: ma ci venne l’indomani stesso.... e ricadde negli eccessi

della vigilia.

Ella forse lo presentiva e stava in guardia. Lo salutò freddamente

senza porgergli la mano. E non sedette.

Ma questo suo contegno provocò più violenta la tempesta:

— Voi mi avete permesso di tornare, mormorò Zaverio.

— Sì, capitano, rispose alteramente donna Vittoria, era necessario che

vi persuadeste della inutile sconvenienza di certe scene, che forse

sono per voi un sistema calcolato d’insidie... ma che appena meritano

la mia pietà.

— Donna Vittoria, se la vostra pietà è questa, vi prego di essere con

me crudele.

— Non potrete oramai vantarvi d’aver turbata la serenità del mio

spirito. Non so quali pazze speranze abbiate concepito, nè voglio

conoscerle: certe offese non esistono se non quando si raccolgono.

Voi non siete del resto peggiore degli altri e non è colpa tutta

vostra se non potete capire da voi certe finezze che forse non siete

avvezzo a trovare troppo spesso nel mondo da voi frequentato. Io però

debbo assicurarvi che una Tizzano non si piegherà mai, qualunque sia

la violenza delle circostanze e per quanto scabrosa sia la posizione

in cui il destino l’ha messa. — Una donna per rispetto a sè, non si

sottrae agli obblighi che s’è assunti, neanche se il suo assenso le fu

carpito colla frode: — o li adempie o li spezza...

Zaverio si alzò agitatissimo.

Ma la baronessa lo costrinse con un cenno a sedere.

— Ascoltatemi, disse, spero riconoscerete che io non vi ho dato alcun

diritto — l’errore è tutto vostro.

— Vi scongiuro, donna Vittoria, poichè io non ho forza di andarmene da

me, cacciatemi.

— Perchè? la vostra presenza non è punto un pericolo.

— Ma io soffro, impazzisco... io vi amo.

E chinò il capo aspettando che lo sdegno provocato scoppiasse.

Niente.

Donna Vittoria disse soltanto:

— Andate dunque, chi vi trattiene?... siete libero.

Un triste sorriso le errava sul labbro.

Zaverio ebbe un lampo di speranza.

— Non posso, sclamò, lo sapete bene... non posso!

— Ah se il barone, l’amico vostro vi sentisse!

— Per carità non me ne parlate.

— Il solo suo nome vi ributta — e me! non debbo io sopportar la sua

presenza, vivere sotto lo stesso tetto con quell’uomo che ha scroccata

la mia gioventù, s’è impadronito della mia vita, ha ucciso il mio cuore

— mi ha rubato per sempre la libertà di pensare, di amare!...

Il suo viso sfavillava di un odio ineffabile, il suo sguardo abbacinava

quello di Zaverio.

S’interruppe: aspettava forse una risposta.

— Capite? riprese dopo un po’, voi mi parlate di tormenti; ne avete che

valgano i miei?

Zaverio la guardava sbalordito.

— Avete ragione, disse.

— Ah grazie! ho ragione; lo so io! voi vi degnate di riconoscerlo?

quanta generosità. E per conforto mi offrite il vostro amore!

Gli si avvicinò e disse con un singolare tono di voce.

— Bisognerebbe, perchè almeno valesse qualcosa, che potesse cancellare

il nome che porto.

— Ohimè, pur troppo questo è impossibile.

Donna Vittoria rise amaramente.

— È impossibile, vedete?

Tacquero: il coraggio, l’impeto di Zaverio erano svaniti ad un tratto:

gli avvinghiava il cuore uno strano malessere.

Sua madre, quando egli tornò a casa, si avvide, dal suo pallore, che

qualcosa di penoso gli era accaduto. La poveretta non aveva più pace.

Essa studiava dì e notte il modo di strappare il figliuolo a quel

tormento che glielo consumava.

Da qualche mese egli le aveva promesso di accompagnarla a Reggio, suo

paese, e differiva sempre la partenza.

Quella sera tornò a rammentargli il progetto ed ebbe la consolazione di

trovarlo insperatamente arrendevole.

Quand’ella gli fe’ osservare che anche lui aveva bisogno di svago,

rispose:

— È vero, è vero.

E senza farsi pregare, le assicurò che avrebbe affrettato il viaggio

divisato.

Candaule · 第 16 / 41 题