Il mio primo passo verso la sacra montagna abitata dalle nove
Sorelle, fu un passo falso. Voglio ricordarlo in pubblico senza troppa
compunzione e umiltà, ma anche senza vanteria.
S’era nel 1860 ed io facevo il mio primo anno di legge alla Università
di Bologna. È ancora ben vivo il ricordo di quei tempi. L’atmosfera
era calda di patriottismo e la politica entrava per tutto. In
piazza, bandiere e dimostrazioni all’ordine del giorno e anche della
notte: negli atrii della Università affollamenti di scolari, grida,
schiamazzi, discorsi e discorse.
La politica era anche montata in cattedra, massime nella facoltà di
giurisprudenza. Anzi aveva invaso i programmi d’insegnamento in modo
ch’ormai vi stava dentro da padrona. Quante volte s’entrava in iscuola
coll’idea di ascoltare, per esempio, una lezione di filosofia del
diritto, e il professore ci somministrava un focoso commento all’ultimo
discorso di Cavour o all’ultimo proclama di Garibaldi! E passi per
le lezioni di filosofia del diritto. Attesa la sconfinata ampiezza
della materia, le affinità cogli argomenti politici del tempo potevano
essere o parere meno stiracchiate; ma gli è che anche i professori
che trattavano le materie più esatte del giure, non escluse quelle di
diritto canonico, non sapevano resistere alla tentazione; e di botto,
nel bel mezzo di una trattazione aridamente metodica, uscivano con
allusioni ed apostrofi agli avvenimenti, agli uomini, ai timori, alle
speranze che in quel giorno tenevano più occupata l’attenzione del
pubblico.
S’intendeva acqua ma non tempesta! Noi studenti, dopo aver continuato
un pezzo ad applaudire, si cominciò a mormorare. — Un po’ s’era
stanchi di sentirci sempre la stessa solfa negli orecchi, un po’
non ci pareva vero di pigliare un’aria d’emancipazione, censurando i
nostri insegnanti. Non andò molto tempo che nei nostri professori noi,
colla nostra fantasia critica, già avevamo, per così dire, eliminato e
disfatto tutto quello che essi avevano di serio e d’autorevole; e non
restava dinanzi a noi che quella loro posa declamatoria, quello zelo
intempestivo d’apostolato politico che noi, nella nostra benevolenza,
confondevamo assai volentieri colla poca voglia di far lezione per
davvero e col ticchio di procacciarsi applausi a buon mercato.
Per tal modo nacque a poco a poco nel mio cervello il disegno d’una
satira. E mi sorrideva l’idea d’erigermi, io giovane scolaretto,
giudice e flagellatore dei miei togati insegnanti. Questo mi dava
un’aria fiera e ribelle che mi piaceva infinitamente.
Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare, dice il proverbio.
Probabilmente io mi sarei fermato a quel disegno astratto senza venir
mai a nulla di positivo; giacchè per nove decimi, lo sento ora con
amarezza, il lavoro dei miei anni migliori potrebbe paragonarsi ad una
serie lunghissima di tele di ragno appena incominciate e distrutte da
un colpo di vento. Volle però la mia buona o cattiva stella che in quel
tempo io ammalassi per una storta a un piede, che mi obbligava al letto
senza darmi nè febbre nè dolore troppo vivo.
Allora, in quell’ozio forzato, ripresi l’idea della mia satira; e in
breve l’ebbi condotta a termine. Non la riporto qui, un poco perchè
non me n’è restato nella memoria che qualche passo e non saprei ora
ove rivolgermi per averla intera, un poco ancora perchè, in tutta
confidenza, non credo che ne verrebbe incremento alla mia riputazione
letteraria.
Era composta di strofe di tre endecasillabi alla saffica, col quarto
verso quinario. La diressi al mio amico Luigi Adolfo Borgognoni e
cominciava:
La scienza, Gigi mio, che disser morta
Vive di vita disdegnosa e fiera;
E suona da le cattedre di sorta
La cantafera,
Che, per gli orecchi entrando entro il cervello,
Desta furor di plausi e di baccani....
Poi venivano ad una ad una le figure dei professori del mio corso,
tutte in aspetto passabilmente buffo. — Allora, più che mai, le poesie
del Giusti facevano testo nell’Università; ed io col capo pieno
di quelle reminiscenze avevo impinzata la mia satira di emistichi
giustiani. Anzi, come suol sempre accadere, le frasi del Giusti sotto
le mie mani inesperte venivano svisate, gonfiate, contorte o messe male
a proposito. Ricordo questo: il Giusti per dire che un tale, mediocre
o piccolo, vuol scimmiottare un dato grand’uomo, lo chiama quel
grand’uomo _in sedicesimo_. Io per dare la berta a uno dei professori
che empiva i suoi discorsi di formule giobertiane lo chiamo: _Abortito
Gioberti in sessantesimo_. Vale a dire che, amplificando l’immagine,
la sciupo e la rendo impropria. — Anche nelle volatine liriche, con cui
tramezzo l’intonazione generale della satira, la reminiscenza giustiana
si fa sentire:
Fame di gloria, a te la gente bassa
Chiede pregando un genïal sorriso,
Ma chi una volta t’ha veduto in viso,
Sorride e passa.
Chi t’ha veduto della tua corona,
Che tanta speme e tant’ansia accarezza,
Cinger la vanità che par persona,
Passa e disprezza!
All’amico Borgognoni la mia satira non era spiaciuta in genere; ma
al suo gusto fine non erano sfuggite tutte quelle zeppe e quelle
imitazioni, e me le notò.
Intanto io, rimesso in salute, tornai a frequentare l’Università
dove, fino dal primo giorno, m’avvidi che qualche cosa di insolito
era accaduto in ordine alla mia persona. La mia satira, copiata già
a dozzine d’esemplari e sparsa fra la scolaresca, era stata gustata
moltissimo. Era un piccolo successo letterario o un successo di piccolo
scandalo? C’era da credere molto più al secondo che al primo. A ogni
modo, la mia satira faceva _furore_ quasi come la prima ballerina al
Comunale; ed io a un tratto mi trovai presso che celebre!
Ebbi dagli amici congratulazioni caldissime. Molti mi vollero
conoscere; e passando per l’atrio in mezzo alla folla degli studenti
che aspettavano l’ora della lezione o n’uscivano, io era additato e
accompagnato da quel mormorìo di cui tanto inorgogliva a’ suoi tempi il
poeta Marziale. Parlando di me si diceva: _quello della satira!_
Io ero contentone. Assaporavo quel po’ di gloriola con una grande
soddisfazione interna, abilmente dissimulata sotto una maschera
d’indifferenza. Non dimenticherò mai il fresco delizioso che mi sentii
scorrere su e giù per la spina dorsale, un giorno in cui, trovandomi
presso il caffè di San Pietro, notai un vecchio notaio da me conosciuto
di fama, il quale era tutto intento a leggere con aria di mistero ad un
suo amico un manoscritto.... Passandogli accanto sentii che leggeva a
bassa voce i miei versi....
Però di lì a qualche tempo tutta quella mia soddisfazione cominciò
a sbollire e a raffreddarsi fino a lasciar luogo a un senso di
malcontento sempre più vivo. Sentivo già anch’io l’_amari liquid_ di
cui parla Lucrezio, in mezzo al profumo dei fiori della gloria!
E pensavo fra me: — che ragione ho io avuto per pigliar a bersaglio
de’ miei dardi avvelenati (li credevo proprio dei dardi avvelenati)
tre o quattro individui che, oltre ad essere miei superiori e
maestri, avevano anche il merito d’essere tre persone da bene e
rispettabilissime? — Sotto gli allori spuntavano le spine de’ rimorsi;
le quali spine non dico che, come a Macbeth, mi facessero la notte da
guanciale e mi uccidessero il sonno; ma mi molestavano, mi rendevano
inquieto e poco contento di me.
Poi c’era un altro guaio: gli esami! — Con quel po’ po’ di rumore
che la mia satira aveva sollevato (anche qualche giornale aveva fatto
l’eco) non era credibile che i miei professori l’ignorassero; e nemmeno
sul suo vero autore potevano aver dubbio!... Io già me li immaginavo
crucciati, furibondi, anelanti vendetta; e dalla cattedra parecchie
volte m’era parso di cogliere qualche sguardo diretto sopra di me,
più fulmineo di quello con cui dal pulpito fra Cristoforo atterrì don
Rodrigo, nel famoso sogno....
Vidi dunque con una certa trepidazione avvicinarsi il giorno degli
esami. E la trepidazione si convertì in paura vera, al momento di
entrare nella temuta sala dinanzi ai giudici temuti; tanto più che mi
sentivo tutt’altro che invulnerabile sulle materie de’ miei quattro
corsi.... Ma quale fu l’animo mio quando vidi uno dopo l’altro i miei
professori rivolgermi la parola col più grazioso e incoraggiante
dei loro sorrisi, e farmi interrogazioni discretissime e, alla più
piccola mia titubanza, incoraggiarmi, sorreggermi, suggerirmi quasi
le risposte?... Arrivai alla fine della seduta sorpreso, stordito
e, in fondo, contentissimo; ma pieno di confusione pensando a quella
maledetta mia satira che avrei voluto aver lì fra le mie mani per farla
in mille pozzetti e gettarla sul tavolo, ostia di espiazione, sotto
il naso dei miei professori. Uno di essi (un bravo prete, celebre per
le sue distrazioni, per la sua smania di polemizzare clamorosamente
con tutti, anche coi bidelli e coi tavoleggianti dei caffè), finito
l’interrogatorio, spinse la bontà sua fino a stringermi la mano,
volgendomi parole d’elogio a cui gli altri assentirono.... Parola
d’onore io ero commosso! E fui sul punto di chiedere perdono, dinanzi
al pubblico, a quelle tre ottime paste di professori.
Non arrivai fino a questo e ora me ne dispiace. Giurai però allora
di non scrivere più satire personali; e ho mantenuto, credo, la mia
promessa.