La carrozza, abbandonata la via maestra, s’era messa pel lungo stradone
interno ombreggiato di pioppi altissimi, sussurranti appena nel placido
meriggio. Già si vedevano i tetti della villa al di là degli alberi
del giardino. A un tratto il proprietario, interrompendo il racconto
sulle peripezie dell’ultima corsa al galoppo e puntando il dito, gridò
ai suoi tre amici: ecco la Luisa! — Gli amici guardarono in direzione,
ma fecero appena in tempo a vedere dietro la siepe una testa bionda
di donna e due spalle coperte da un fazzoletto rosso, che si celavano
fuggendo entro alla folta verdura. — Galatea! — esclamò ridendo uno dei
quattro, che era addetto d’ambasciata. Non so se gli altri fossero in
grado di cogliere il senso di questa allusione classica; però ridendo
assentirono e ripeterono in coro:
— Galatea! Galatea!
La villa, pel nostro paese, aveva un aspetto insolito, e molto
somigliava ad una fattoria inglese. Una casa padronale vasta, quadrata,
pulitissima, senz’ombra d’ornamento esterno; poco lungi due altri
fabbricati più bassi, di forme alquanto irregolari, puliti e nudi come
il primo. Intorno alle case non viali imbrecciati, nè aiuole piene
di fiori, nè vasi d’agrumi, nè piante esotiche. Appena dal lato di
settentrione un gruppo di vecchi alberi, avanzo d’un vecchio parco,
e alcune fila di vasi allineati accanto al muro della casa padronale,
rimanevano ad attestare malinconicamente le sconfitte del giardinaggio,
in quel luogo ove da più anni regnava, signore esclusivo, lo _Sport_.
Una siepe alta di biancospino circondava in quadrato la fabbrica e dava
al prato interno l’aspetto taciturno di un cortile chiuso. Ma appena
vi giunse la carrozza, due stallieri uscirono in fretta di sotto il
portico d’una delle case basse, e con essi sbucò fuori una torma di
cani saltellando ed abbaiando allegramente. Cani d’ogni razza, d’ogni
grandezza, d’ogni pelo; dal mastino danese, enorme e fosco, al festoso
e piccolo _terrier_, pezzato in color bianco e avana come i porcellini
d’India. All’intorno i prati si estendevano largamente, quasi a
perdita d’occhio; e la vasta monotonia del verde pallido era qua e là
interrotta da palafitte, staccionate, fossi e rialzi di terreno. Qui
passeggiavano e galoppavano i cavalli apparecchiandosi alle corse,
mentre più lontano pascevano tranquillamente delle cavalle famose nelle
genealogie dei corridori italiani.
A sedici miglia da Bologna, giù verso il Ferrarese, in questa campagna
solitaria, in mezzo a cavalli, cani, _jockeys, trainer’s_, stallieri,
scozzoni, cocchieri e cacciatori, la Luisa conduceva, a vent’anni, la
sua vita.
Fra tante bestie e uomini, unica donna; a meno che non si volesse
contare anche una vecchia più che settuagenaria, vedova dell’antico
custode della villa, che si vedeva di solito seduta in un canto della
cucina, a spennare le galline faraone e le anitre selvatiche.
La colazione del proprietario co’ suoi tre ospiti fu assai gaia.
Concorsero l’ottima tavola e l’appetito, la gioventù dei commensali
e il salotto allegro ed elegante al pian terreno, con la porta aperta
sul prato, nel quale i quattro amici, quattro _sportmen_ appassionati,
vedevano, come riunite in un quadro, tante cose, in armonia con la loro
passione privilegiata.
Il caffè era già servito; gin e cognac s’alternavano nei bicchierini
con rapida vicenda fraterna; e fraternamente confusi salivano al
soffitto il fumo delle sigarette e il fumo delle pipe.
— Santa libertà dei campi! — esclamava l’addetto d’ambasciata, mettendo
lentamente i piedi sopra la tavola sparecchiata. Ma intanto uno degli
amici, sdraiato sul divano, apriva un numero del _Gil Blas_ e lo
risospingeva in piena civiltà, leggendogli forte i passi più piccanti
di un recentissimo scandalo parigino....
Il proprietario disse alcune parole al cameriere, che subito uscì dal
salotto. Dopo cinque minuti l’uscio si spalancò in fretta, e, in mezzo
al fumo delle sigarette e delle pipe, i quattro videro comparire la
Luisa.
Le bellezze della ragazza avevano già una certa rinomanza nei
circoli della città, perchè più di un visitatore della villa n’era
ripartito entusiasta e ne aveva detto _mirabilia_. E quando il giovane
proprietario annunziava di volersi ritirare per qualche tempo in
campagna ad attendere in pace alle sue faccende, gli amici ridevano e
le signore di sua conoscenza lo proverbiavano.... Pretta e gratuita
malignità. Ad ogni modo, i tre forestieri si convinsero subito che,
quanto alla bellezza della giovane, la fama non aveva esagerato il
vero.
Era nata sul mare in un paesello di confine fra la Romagna e le
Marche; e nel suo corpo parevano concordate e fuse mirabilmente le
formosità dei due tipi muliebri. Un artista erudito avrebbe pensato
contemplandola a Perugino insieme a Melozzo da Forlì. — Alcune fattezze
del corpo, all’occhio di un raffinato, potevano apparire alquanto
grosse, se non che riguadagnavano subito in eleganza considerate
nell’altezza slanciata della taglia giovanile. Sulle larghe spalle
campeggiava una testa relativamente piccola, ricchissima di capelli
biondi traenti al castagno, pura e dolce nei contorni dell’ovale e del
profilo. Ma quella pura dolcezza era temperata, come in certe teste
romane, da due occhi fortemente incassati sotto l’osso frontale, e
dallo sguardo naturalmente altero e tranquillo. In una figura del suo
affresco _L’incendio di Borgo_, Raffaello ha saputo raggiungere anche
questo tipo di bellezza femminile.