III.

Per mezzo del mio caro amico Parodi, ebbi l'onore di conoscere lo

Zola, e di passar con lui parecchie ore in casa sua.

È un giovane ben piantato; _solidement bâti;_ un po'

somigliante, nella travatura delle membra, a Vittor Hugo; più

grasso, non molto alto, ritto come una colonna, pallidissimo; e la sua

pallidezza apparisce anche maggiore per effetto della barba e dei

cappelli neri, che gli stanno ritti sulla fronte come peli di

spazzola. È curioso che quasi tutti coloro che vedono il ritratto

dello Zola dicono:--Questo viso non mi riesce nuovo.--Ha il viso

rotondo, un naso audace, gli occhi scuri e vivi, che guardano con una

espressione scrutatrice, fieramente--, la testa d'un pensatore e il

corpo d'un atleta,--e mani ben fatte e salde, di quelle che si

stringono e si ritengono strette con piacere. Mi rammentò a primo

aspetto il suo Gueule-d'or, e mi parve che sarebbe stato in grado di

fare le stesse prodezze sopra l'incudine. La sua corporatura gagliarda

era messa meglio in evidenza dal suo vestimento. Era in babbuccie,

senza colletto e senza cravatta, con una giacchetta ampia e

sbottonata, che lasciava vedere un largo torace sporgente, atto a

rompere l'onda degli odii e delle ire letterarie. In tutto il tempo

che rimasi con lui non lo vidi mai ridere.

Mi ricevette cortesemente, con una certa franchezza soldatesca, senza

le solite formule di complimento. Appena fummo seduti, prese in mano

un tagliacarte fatto a pugnale, colla guaina, e lo ritenne finchè

durò la conversazione, sguainandolo e ringuainandolo continuamente

con un gesto vivace.

Eravamo nel suo studio: una bella sala piena di luce, decorata di

molti quadri a olio; da cui s'indovinava l'uomo che ama molto la casa

e che vive molto solo. Certe descrizioni, infatti, di stanze calde e

piene di comodi, che si trovano nei suoi romanzi, non possono essere

fatte che da un uomo che sta volentieri nel suo nido, in mezzo a tutte

le raffinatezze della buona vita casalinga. Aveva davanti un grande

tavolino coperto di carte e di libri, disposti con ordine, e sparso di

molti piccoli oggetti luccicanti, di forma graziosa, come il

tagliacarte; che rivelavano un fino gusto artistico. Tutta la sala

indicava l'agiatezza elegante dello scrittore parigino in voga. In una

parete c'era un suo grande ritratto a olio, di quando aveva ventisei

anni.

Parlò per prima cosa della lingua italiana.--Mi

rincresce,--disse,--di non poter leggere libri italiani. Noi altri

francesi, in questo, siamo proprio da compiangere. Non sappiamo

nessuna lingua. Ma io l'italiano lo dovrei sapere, essendo figliuolo

d'un italiano.--E ci accennò lo studio critico della nostra _Emma_

sopra la _Page d'amour_, pubblicato dall'_Antologia_, dicendo che era

costretto a farselo tradurre perchè, essendosi provato a leggerlo,

la metà del senso gli era sfuggita.

Si rassegnino dunque i nostri coraggiosi traduttori dell'_Assommoir_;

lo Zola non è in grado di compensare i loro sudori con una lode

sincera.

Poi diede al Parodi due risposte monosillabiche in cui si rivelò

tutta la franchezza della sua natura.

Il Parodi aveva inteso dire d'una discussione sopra il Chateaubriand

seguita a tavola fra il Turghenieff, lo Zola, il Flaubert e uno dei

fratelli Goncourt; che questa discussione era durata sei ore,

ardentissima, e che due dei commensali avevano difeso l'autore del

_Genio del Cristianesimo_ contro gli altri due, i quali negavano che

fosse un grande scrittore. Gli pareva che lo Zola fosse stato uno dei

difensori, e lo interrogò per accertarsene. E allora segui questo

curioso dialogo:

--_Vous aimez beaucoup Chateaubriand?_

--_Non_

--_Vous avez beaucoup lu Chateaubriand?_

--_Non._

--Allora non siete voi che l'avete difeso nella vostra discussione col

signor Turghenieff?

--_Jamais_.

I difensori del Chateaubriand erano stati il Turghenieff e il

Flaubert; lo Zola e il Goncourt l'avevano ostinatamente combattuto.

Tutti e quattro sogliono fare colazione insieme una volta al mese, e

ogni volta nasce fra loro una discussione di quel genere, che li tiene

inchiodati a tavola per mezza giornata.

Questa fu l'introduzione; dopo la quale lo Zola fu costretto a parlare

esclusivamente dello Zola. Il mio buon amico gli aveva detto il giorno

avanti, annunziandogli la mia visita:--Preparatevi a subire un

interrogatorio in tutto le regole,--ed egli aveva risposto

gentilmente:--Son bell'e preparato.--Si cominciò dunque

l'interrogatorio. Ma non lo feci io; non l'avrei mai osato: lo fece il

mio amico con un garbo squisito, e lo Zola cominciò a parlare di

sè, senza preamboli, naturalissimamente, come se parlasse d'un

altro. Non c'è da dire se stavo inteso con tutta l'anima alle sue

parole. Eppure, nel punto che cominciò a parlare, fui colto da una

distrazione che mi fece patir la tortura, Non so come, mi balenò

alla mente quella comicissima scena della _Faute de l'abbé Mouret_,

quando il vecchio ateo Jeanbernat dà un carico di legnate al

frataccio Archangias, al lume della luna, e mi prese tutt'a un tratto

così terribile bisogno di ridere, che dovetti mordermi le labbra a

sangue per non scoppiare.

Parlò prima della sua famiglia. La madre di suo padre era candiota, e

suo padre Francesco Zola, di Treviso. Dopo la pubblicazione

dell'_Assommoir_ egli ricevette dal Veneto parecchie lettere di parenti

lontani che non conosceva. Parlò con amore di suo padre. Era

ingegnere militare nell'esercito austriaco; era assai colto; sapeva lo

spagnuolo, l'inglese, il francese, il tedesco; pubblicò vari scritti

scientifici, che lo Zola conserva, e ce ne mostrò uno con alterezza.

Non ricordo in che anno, ma ancora assai giovane, lasciò il servizio

militare e si mise a far l'ingegnere civile. Andò in Germania, dove

lavorò alla costruzione d'una delle prime strade ferrate; poi in

Inghilterra, poi a Marsiglia, donde fece varie escursioni in Algeria,

sempre lavorando. Da Marsiglia fu chiamato a Parigi per le

fortificazioni. Qui si ammogliò e qui nacque Emilio Zola, che rimase

a Parigi fino all'età di tre anni. Poi la famiglia andò a

stabilirsi a Aix, dove Francesco Zola lavorò alla costruzione d'un

gran canale, che fu battezzato col suo nome o lo serba ancora. Il padre

Zola possedeva una gran parte delle «azioni» di questo canale;

circa centocinquantamila lire. Morto lui, la società fallì, e alla

stretta dei conti, pagati i creditori, non rimase alla vedova che un

piccolissimo capitale. Il figliuolo Emilio provò perciò la

strettezza fin da ragazzo, ed ebbe una giovinezza poco lieta. A

diciott'anni venne a Parigi a cercar fortuna, e qui cominciò, per lui

una serie di prove durissime. Fu per qualche tempo impiegato nella casa

Hachette, prima a cento lire il mese, poi a cento cinquanta, poi a

duecento. Poi fu collaboratore del _Figaro_. Dopo poco tempo, perdette

quel posto, e rimase sul lastrico. Arrivato a questo punto lo Zola

tagliò corto, ma capii da certi lampi de' suoi occhi e da certi suoi

stringimenti di labbra, che quello dev'esser stato un periodo tremendo

della sua vita. S'ingegnò di campare scribacchiando qua e là; ma

ne cavava appena tanto da reggersi, e non tutti i giorni. Fu quello

il tempo in cui fece quegli studi tristi e profondi sul popolo

parigino, che appariscono particolarmente nell'_Assommoir_ e nel

_Ventre de Paris_. Visse in mezzo alla povera gente, abitò in

parecchie di quelle case operaie che descrisse poi maestrevolmente

nell'_Assommoir_;--in una, fra le altre, dove stavano trecento

operai dei più miserabili;--studiò il vizio e la fame, conobbe

delle _Nana_, faticò, digiunò, pianse, si perdette d'animo,

lottò con coraggio; ma infine il suo carattere si fortificò in

quella vita, e ne uscì armato e preparato alle battaglie che lo

aspettavano nella grande arena dell'arte. All'età della leva,

però, non era ancora nè francese nè italiano, e poteva scegliere

fra le due nazionalità.--Ma ero nato qui,--disse--avevo qui molti

ricordi e molti legami; cominciavo ad aprirmi una strada; amavo il

luogo dove avevo sofferto; scelsi per patria la Francia.

Questa è la sua prima vita d'uomo. La sua prima vita letteraria non

è meno singolare, ed egli la espose colla medesima franchezza,

continuando a giocare col pugnaletto.

Cominciò tardi le sue scuole perchè aveva poca salute.--Studiai

poco,--disse;--prendevo dei premi; ma ero un cattivo scolaro.--Sentì

il primo impulso a scrivere verso i quattordici anni. Era in Umanità.

Scrisse fra le altre cose un romanzo sulle Crociate, che conserva

ancora, e mise in versi dei lunghi squarci di prosa del Chateaubriand;

cosa che deve sconcertare alquanto i critici che vogliono ad ogni costo

veder gl'indizii dell'indole d'un grande scrittore anche nelle prime

manifestazioni dell'ingegno adolescente. Le sue prime letture furono

Walter Scott e Vittor Hugo.--Lessi i due autori insieme--disse--ma

senza sentir gran fatto la differenza, perchè non capivo ancora nè lo

stile nè la lingua di Vittor Hugo.--Poi cominciò a leggere il

Balzac. E anche questa è strana. Il Balzac l'annoiò; gli pareva

lungo, pesante, poco «interessante»; non lo capì e non lo fece

suo che lungo tempo dopo. Fin qui nessuna lettura gli aveva lasciata

una profonda impressione. Più tardi, quando cominciò a leggere

pensando, i suoi tre scrittori prediletti furono il Musset, il

Flaubert e il Taine. Nel Musset non si vede chiaramente che cosa abbia

attinto, se non è il sentimento di certe finezze voluttuose della

vita signorile, ch'egli esprime però senza compiacenza, da artista

profondo, ma freddo. Del Flaubert non occorre dire: è l'arte

medesima, spinta più in là, più minuziosa, più cruda, più

vistosamente colorita, e anche più faticosa. Del Taine ritrae

specialmente nell'analisi. Il suo metodo è quello seguito dal Taine

nello studio sopra il Balzac; procede come lui ordinato, serrato,

cadenzato, a passi eguali e pesanti; dal che deriva, a giudizio di

alcuni, un certo difetto di sveltezza al suo stile, che è in ispecial

modo apparente nei suoi ultimi libri. Egli ha un po', come si dice in

Francia, _le pas de l'éléphant_. L'azione poi che esercitò su

di lui il Balzac è immensa e visibilissima in tutte le sue opere.

Egli l'adora, è suo figlio, e se ne gloria. All'apparire dei suoi

primi romanzi, tutti pronunziarono il nome del Balzac. Il Charpentier lo

presentava agli amici dicendo:--Ecco un nuovo Balzac.--Perciò

toccò appena di volo di questo suo padre letterario, come se la cosa

dovesse essere sottintesa. Dei suoi studii non disse altro. Non deve

avere coltura classica, poichè confessò egli stesso d'essersi

trovato imbarazzato a leggere certi libri in latino volgare; e in questo

è alla pari con molti dei più illustri scrittori francesi di

questi tempi. Ma fece la sua educazione da sè stesso; studiò

combattendo, come i generali della rivoluzione; studia man mano che ha

da scrivere un romanzo, per quel romanzo, tutte le quistioni che v'hanno

attinenza, come faceva George Sand; legge continuamente, forzato dalle

esigenze imperiose della polemica; ha sulla punta delle dita tutto il

romanzo di questo secolo, conosce profondamente Parigi, padroneggia

insuperabilmente la lingua--e pensa.

Si venne poi al più importante degli argomenti. Il Parodi gli

domandò ex-abrupto come faceva a fare il romanzo. Era proprio un

toccarlo sul vivo. Sguainò quasi tutto il suo pugnaletto, lo

ricacciò con forza nel fodero, e cominciò a parlare speditamente,

animandosi a grado a grado.

Ecco,--disse,--come faccio il romanzo, Non lo faccio affatto. Lascio

che si faccia da sè. Io non so inventare dei fatti; mi manca

assolutamente questo genere di immaginazione. Se mi metto a tavolino per

cercare un intreccio, una tela qualsiasi di romanzo, sto anche lì tre

giorni a stillarmi il cervello, colla testa fra le mani, ci perdo la

bussola e non riesco a nulla. Perciò ho preso la risoluzione di non

occuparmi mai del soggetto. Comincio a lavorare al mio romanzo, senza

sapere nè che avvenimenti vi si svolgeranno, nè che personaggi vi

avranno parte, nè quale sarà il principio e la fine. Conosco

soltanto il mio protagonista, il mio Rougon o Macquart, uomo o donna;

che è una conoscenza antica. Mi occupo anzi tutto di lui, medito sul

suo temperamento, sulla famiglia da cui è nato, sulle prime

impressioni che può aver ricevute, e sulla classe sociale in cui ho

stabilito che debba vivere. Questa è la mia occupazione più

importante: studiare la gente con cui questo personaggio avrà che

fare, i luoghi in cui dovrà trovarsi, l'aria che dovrà respirare,

la sua professione, le sue abitudini, fin le più insignificanti

occupazioni a cui dedicherà i ritagli della sua giornata. Mettendomi

a studiare queste cose, mi balena subito alla mente una serie di

descrizioni che possono trovar luogo nel romanzo, e che saranno come lo

pietre miliari della strada che debbo percorrere. Ora, per esempio, sto

scrivendo _Nana_: una _cocotte_. Non so ancora affatto che cosa

seguirà di lei. Ma so già tutte le descrizioni che ci saranno nel

mio romanzo. Mi son domandato prima di ogni cosa:--Dove va una

_cocotte_?--Va ai teatri, alle prime rappresentazioni. Sta bene. Ecco

cominciato il romanzo. Il primo capitolo sarà la descrizione d'una

prima rappresentazione in uno dei nostri teatri eleganti. Per far questo

bisogna che studi. Vado a parecchie prime rappresentazioni. Domani sera

vado alla _Gaité_. Studio la platea, i palchi, il palcoscenico;

osservo tutti i più minuti particolari della vita delle scene;

assisto alla toeletta d'un'attrice, e tornato a casa, abbozzo la mia

descrizione. Una _cocotte_ va alle corse, a un _grand prix_. Ecco

un'altra descrizione che metterò nel romanzo, a una conveniente

distanza dalla prima. Vado a studiare un _grand prix_. Una _cocotte_

frequenta i gran _restaurants_. Mi metto a studiare i gran

_restaurants_. Frequento quei luoghi per qualche tempo. Osservo,

interrogo, noto, indovino. E così avanti fin che non abbia studiato

tutti gli aspetti di quella parte di mondo in cui suole agitarsi la vita

d'una donna di quella fatta. Dopo due o tre mesi di questo studio, mi

sono impadronito di quella maniera di vita: la vedo, la sento, la vivo

nella mia testa, per modo che son sicuro di dare il mio romanzo il

colore e il profumo proprio di quel mondo. Oltrecchè, vivendo per

qualche tempo, come ho fatto, in quella cerchia sociale, ho conosciute

delle persone che vi appartengono, ho inteso raccontare dei fatti veri,

so quello che vi suole accadere, ho imparato il linguaggio che vi si

parla, ho in capo una quantità di tipi, di scene, di frammenti di

dialogo, di episodi d'avvenimenti, che formano come un romanzo confuso

di mille pezzi staccati ed informi. Allora mi riman da fare quello che

per me è più difficile: legare con un solo filo, alla meglio,

tutte quelle reminiscenze e tutte quelle impressioni sparse. È un

lavoro quasi sempre lungo. Ma io mi ci metto flemmaticamente, e invece

d'adoperarci l'immaginazione, ci adopero la logica. Ragiono tra me, e

scrivo i miei soliloqui, parola per parola, tali e quali mi vengono, in

modo che, letti da un altro, parrebbero una stranissima cosa. Il tale fa

questo. Che cosa nasce solitamente da un fatto di questa natura?

Quest'altro fatto, Quest'altro fatto è tale che possa interessare

quell'altra persona? Certamente. È dunque logico che quest'altra

persona reagisca in quest'altra maniera, E allora può intervenire un

nuovo personaggio; quel tale, per esempio, che ho conosciuto in quel tal

luogo, quella tal sera. Cerco di ogni più piccolo avvenimento le

conseguenze immediate; quello che deriva logicamente, naturalmente,

inevitabilmente dal carattere e dalla situazione dei miei personaggi.

Faccio il lavoro d'un commissario di polizia che da qualche indizio

voglia riuscire a scoprire gli autori d'un delitto misterioso. Incontro

nondimeno, assai sovente, molte difficoltà. Alle volte non ci sono

più che due sottilissimi fili da annodare, una conseguenza

semplicissima da dedurre, e non ci riesco, e mi affatico e m'inquieto

inutilmente. Allora smetto di pensarci, perchè so che è tempo

perduto. Passano due, tre, quattro giorni. Una bella mattina,

finalmente, mentre fo colazione e penso ad altro, tutto a un tratto i

due fili si riannodano, la conseguenza è trovata, tutte le

difficoltà sono sciolte. Allora un torrente di luce scorre su tutto

il romanzo. _Un flot de lumière coule sur tout le roman_. Vedo tutto

e tutto è fatto. Riacquisto la mia serenità, son sicuro del fatto

mio, non mi resta più a fare che la parte tutta piacevole del mio

lavoro. E mi ci metto tranquillamente, metodicamente, coll'orario alla

mano, come un muratore. Scrivo ogni giorno quel tanto; tre pagine di

stampa; non una riga di più, e la mattina solamente. Scrivo quasi

senza correggere perchè son mesi che rumino tutto, e appena scritto,

metto le pagine da parte, e non le rivedo più che stampate. E posso

calcolare infallibilmente il giorno che finirò. Ho impiegato sei mesi

a scrivere _Une page d'Amour_; un anno a scriver l'_Assommoir_.

--L'_Assommoir_,--soggiunse poi, dando un colpo della mano aperta sul

manico del pugnale,--è stato la mia tortura. È quello che m'ha

fatto penare di più per mettere insieme i pochissimi fatti su cui

si regge. Avevo in mente di fare un romanzo sull'alcoolismo. Non

sapevo altro. Avevo preso un monte di note sugli effetti dell'abuso

dei liquori. Avevo fissato di far morire un beone della morte di cui

muore Coupeau. Non sapevo però chi sarebbe stato la vittima, e

anche prima di cercarla, andai all'ospedale di Sant'Anna a studiare la

malattia e la morte, come un medico. Poi assegnai a Gervaise il

mestiere di lavandaia, e pensai subito a quella descrizione del

lavatoio che misi nel romanzo; che è la descrizione d'un lavatoio

vero, in cui passai molte ore. Poi, senza saper nulla del Goujet, che

immaginai in seguito, pensai di valermi dei ricordi d'un'officina di

fabbro ferraio, dove avevo passato delle mezze giornate da ragazzo, e

che è accennata nei _Contes à Ninon_. Così, prima d'aver

fatto la tela del romanzo, avevo già concepita la descrizione di un

pranzo nella bottega di Gervaise, e quella della visita al museo del

Louvre. Avevo già studiate le mie bettole, l'_Assommoir_ di

_père Colombe_, le botteghe, l'_Hôtel Boncoeur_, ogni cosa.

Quando tutto il rimanente fu predisposto, cominciai a occuparmi di

quello che doveva accadere; e feci questo ragionamento, scrivendolo.

Gervaise viene a Parigi con Lantier, suo amante. Che cosa seguirà?

Lantier è un pessimo soggetto: la pianta. E poi? Lo credereste che

mi sono intoppato qui, e che non andai più avanti per vari giorni?

Dopo vari giorni feci un altro passo. Gervaise è giovane; è

naturale che si rimariti; si rimarita, sposa un operaio, Coupeau. Ecco

quello che morirà a Sant'Anna. Ma qui rimasi in asso da capo. Per

mettere a posto i personaggi e le scene che avevo in mente, per dare

un'ossatura qualunque al romanzo, mi occorreva ancora un fatto, uno

solo, che facesse nodo coi due precedenti. Questi tre soli fatti mi

bastavano; il rimanente era tutto trovato, preparato, e come già

scritto per disteso nella mia mente. Ma questo terzo fatto non

riuscivo a raccappezzarlo. Passai varii giorni agitato e scontento.

Una mattina, improvvisamene, mi balena un'idea. Lantier ritrova

Gervaise,--fa amicizia con Coupeau,--s'installa in casa sua.... _et

alors il s'établit un ménage a trois, comme j'en ai vu plusieurs_;

e ne segue la rovina. Respirai. Il romanzo era fatto.

Detto questo, aperse un cassetto, prese un fascio di manoscritti e me

li mise sotto gli occhi. Erano i primi studi dell'_Assommoir_, in

tanti foglietti volanti.

Sui primi fogli c'era uno schizzo dei personaggi: appunti sulla

persona, sul temperamento, sull'indole. Ci trovai lo «specchio

caratteristico» di Gervaise, di Coupeau, di maman Coupeau, dei

Lorilleux, dei Boche, di Goujet, di madame Lérat: c'eran tutti.

Parevano note d'un registro di questura, scritte in linguaggio

laconico, e liberissimo, come quello del romanzo, e interpolate di

brevi ragionamenti, come:--Nato così, educato così; si porterà

in questo modo.--In un luogo c'era scritto:--E che può far altro una

canaglia di questa specie?--M'è rimasto impresso, fra gli altri, lo

schizzo di Lantier, che era un filza d'aggettivi, che formavano una

gradazione crescente d'ingiurie:--_grossier, sensuel, brutal, egoiste,

polisson_.--In alcuni punti c'era detto:--servirsi del tale--una persona

conosciuta dall'autore. Tutto scritto in caratteri grossi e chiari, e

con ordine.

Poi mi caddero sotto gli occhi gli schizzi dei luoghi, fatti a penna,

accuratamente, come un disegno d'ingegnere. Ce n'era un mucchio: tutto

l'_Assommoir_ disegnato: le strade del quartiere in cui si svolge il

romanzo, colle cantonate, e coll'indicazione delle botteghe; i zig-zag

che faceva Gervaise per scansare i creditori; le scappate domenicali

di _Nana_; le pellegrinazioni della comitiva dei briaconi di

_bastringue_ in _bastringue_ e di _bousingot_ in _bousingot_;

l'ospedale e il macello, fra cui andava e veniva, in quella terribile

sera, la povera stiratrice straziata dalla fame. La gran casa del

Marescot era tracciata minutissimamente; tutto l'ultimo piano; i

pianerottoli, le finestre, lo stambugio del becchino, la buca di

_père Bru_, tutti quei corridori lugubri, in cui si sentiva _un

souffle de crevaison_, quei muri che risonavano come pancie vuote,

quelle porte da cui usciva una perpetua musica di legnate e di strilli

di _mioches_ morti di fame. C'era pure la pianta della bottega di

Gervaise, stanza per stanza, coll'indicazione dei letti e delle

tavole, in alcuni punti cancellata e corretta. Si vedeva che lo Zola

ci s'era divertito per ore e per ore, dimenticando forse anche il

romanzo, tutto immerso nella sua finzione, come in un proprio ricordo.

Su altri fogli c'erano appunti di vario genere. Ne notai due

principalmente:--venti pagine di descrizione della tal cosa,--dodici

pagine di descrizione della tal scena, da dividersi in tre parti.--Si

capisce che aveva la descrizione in capo, formulata prima d'essere

fatta, e che se la sentiva sonar dentro cadenzata e misurata, come

un'arietta a cui dovesse ancora trovare le parole. Son meno rare di

quello che si pensi, queste maniere di lavorare, anche in cose

d'immaginazione, col compasso. Lo Zola è un grande meccanico. Si

vede come le sue descrizioni procedono simmetricamente, a riprese,

separate qualche volta da una specie d'intercalare, messo là

perchè il lettore ripigli rifiato, e divise in parti quasi

uguali; come quella dei fiori del parco nella _Faute de l'abbé

Mouret_, quella del temporale nella _Page d'amour_, quella della morte

del Coupeau nell'_Assommoir_. Si direbbe che la sua mente, per lavorar

poi tranquilla e libera intorno alle minuzie, ha bisogno di tracciarsi

prima i confini netti del suo lavoro, di sapere esattamente in quali

punti potrà riposare, e quasi che estensione e che forma

presenterà nella stampa il lavoro proprio. Quando la materia gli

cresce, la recide per farla rientrare in quella forma, o quando gli

manca, fa un sforzo per tirarla a quel segno. È un invincibile

amore delle proporzioni armoniche, che qualche volta può generare

prolissità; ma che spesso, costringendo il pensiero ad insistere sul

suo soggetto, renda l'opera più profonda e più completa.

C'erano, oltre a queste, delle note estratte dalla _Réforme sociale

en France_ del Le Play, dall'_Hérédité naturelle_ del dottor

Lucas, e da altre opere di cui si valse per scrivere il suo romanzo;

_Le sublime_, fra le altre, che dopo la pubblicazione dell'_Assommoir_

fu ristampato e riletto; poichè è un privilegio dei capolavori

quello di mettere in onore anche le opere mediocri di cui si sono

giovati.

Lo interrogammo intorno ai suoi studi di lingua.

Ne parlò con molta compiacenza. Si crede generalmente che abbia

studiato l'_argot_ nel popolo; sì, in parte; ma più nei

dizionarii speciali, che son parecchi, e buonissimi; come imparò in

special modo dai dizionari d'arti e mestieri quella ricchissima

terminologia d'officina e di bottega, che è nei suoi romanzi

popolari. Ma per scrivere l'_argot_ non bastava consultare il

dizionario; bisognava saperlo, ossia rifarselo. Si fece perciò un

dizionario diviso a soggetti, e vi andò man mano registrando le

parole e le frasi che trovava nei libri e che raccattava per la

strada. Scrivendo _Assommoir_, prima di trattare un soggetto, scorreva

la parte corrispondente del dizionario; poi scriveva tenendolo sotto

gli occhi, e cancellava con un lapis rosso ogni frase, via via che la

metteva nel libro, per evitar di ripeterla.--Io son un uomo paziente,

vedete,--disse poi;--lavoro colla placidità d'un vecchio

compilatore; provo piacere anche nelle occupazioni più materiali;

prendo amore alle mie note e ai miei scartafacci; mi cullo nel mio

lavoro, e mi ci trovo bene, come un pigro nella sua poltrona.

Lo strano è che diceva tutte queste cose senza sorridere; ma

nemmeno con un barlume di sorriso. Il suo viso pallidissimo non ebbe

mai una di quelle mille espressioni convenzionali di amabilità o di

gaiezza, che si usano dalle persone più fredde per dar colore alla

conversazione. In verità non ricordo d'aver mai visto al mondo un

viso più «indipendente.» Faceva un solo movimento di tratto

in tratto: dilatava le narici e stringeva i denti, facendo risaltar le

mascelle; il che gli dava un'espressione più vigorosa di

risoluzione e di fierezza.

Parlò del successo dell'_Assommoir_. Disse che, mentre scriveva

quel romanzo, era le mille miglia lontano dal prevedere il chiasso che

fece. Era stato costretto a interromperlo per una malattia della sua

signora; ci s'era poi rimesso di mala voglia; il cuore non gliene

diceva bene. Di più, un amico di cui egli faceva gran conto, letto

il manoscritto, gli aveva presagito un mezzo fiasco. A lui stesso

pareva che il soggetto non fosse «interessante.» Lasciò

indovinare, insomma, che nemmeno dopo il suo grande successo, non era

quello il romanzo a cui teneva di più.

--Qual è dunque?--gli domandai.

La sua risposta mi diede una grande soddisfazione.

--_Le ventre de Paris_,--rispose.

E infatti la storia di quel grasso e iniquo pettegolezzo plebeo, che

finisce per perdere un povero galantuomo, e che si svolge dalla prima

all'ultima pagina in quel singolarissimo teatro delle Halles, pieno di

colori, di sapori e d'odori, fra quelle pescivendole dalle rotondità

enormi e impudenti, fra quegli amori annidati nei legumi e nelle penne

di pollo, in mezzo a quello strano intreccio di rivalità bottegaie e

di congiure repubblicane, m'è sempre parsa una delle più originali

e delle più felici invenzioni dell'ingegno francese.

Venne a parlare delle critiche che si fecero all'_Assommoir_. Anche

parlando, egli sceglie sempre la frase più dura e più recisa per

esprimere il proprio pensiero. Accennando a una _scuola_ che non gli va

a genio, disse:--Vedrete che famoso colpo di scopa ci daremo dentro!--In

ogni sua parola si sente il suo carattere fortemente temprato, non solo

alle resistenze ostinate, ma agli assalti temerarii. Nelle sue critiche,

infatti, dà addosso a tutti. Ne raccolse parecchie in un volume e le

intitolò:--I miei odii.--Si capisce. Deve tutto a sè stesso, è

passato per tutte le prove, è coperto di cicatrici: la battaglia è

la sua vita; vuole la gloria, ma strappata a forza; e accompagnata dal

fragore della tempesta. Le critiche più spietate non fanno che

irritare il suo coraggio. Gli gridarono la croce per le crudità della

_Curée_; egli andò del doppio più in là nell'_Assommoir_.

Prova una feroce voluttà nel provocare il pubblico. «Gli

insuccessi» non gli passano nemmeno la prima pelle. Avanti!--disse

dopo una delle sue più grandi cadute--; io sono a terra; ma l'arte

è in piedi. Forse che la battaglia è perduta perchè il soldato

è ferito? Al lavoro, e ricominciamo!--E dice il fatto suo alla

critica, alla sua maniera.--La critica francese manca d'intelligenza--;

nientemeno.--Non ci sono in tutta la Francia che tre o quattro uomini

capaci di giudicare un libro.--Gli altri o giudicano con tutti i

pregiudizii letterarii degli sciocchi, o sono pretti impostori.--Ha

questo gran difetto,--come gli diceva un amico:--che quando

parla con un imbecille, gli fa capire immediatamente che è un

imbecille;--difetto,--dice,--che gli chiuderà sempre tutte le porte.

Ma a lui non importa d'essere, amato. Egli considera il pubblico come il

suo nemico naturale. Che serve accarezzarlo? È una mala bestia che

risponde alle carezze coi morsi. Tanto vale mostrargli i denti e fargli

vedere che non sono meno forti dei suoi. Latri a sua posta, purchè ci

segua. Eppure s'ingannano quelli che argomentano da questa sua asprezza

di carattere ch'egli non abbia cuore. Tutti i suoi amici intimi lo

affermano. In casa, colla sua famiglia, è un altro Zola; ha pochi

amici, ma li ama fortemente; non è espansivo, ma servizievole. E

scrive delle lettere piene di sentimento. Ha un cuore affettuoso, sotto

una corazza d'acciaio.

Spiegò poi meglio il concetto che ha del pubblico, parlando della

vendita dei libri a Parigi.

--Qui non si fa nulla,--disse, smettendo per la prima volta il

pugnale, ma riafferrandolo subito,--nulla, se non si fa chiasso.

Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal bollore delle

ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente,

per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando

glie ne hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un

avvenimento da cronaca, del quale bisogna saper dir qualche cosa in

conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una

fortuna. La critica vivifica tutto; non c'è che il silenzio che

uccida. Parigi è un oceano; ma un oceano in cui la calma perde, e

la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l'indifferenza

di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi

piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i

ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!

È quello che mi diceva il Parodi:--Qui non si stima chi mostra di

non stimare sè stesso. Per prima cosa bisogna affermare

risolutamente il proprio diritto alla gloria. Chi si fa piccino, è

perduto. Guai al modesto!

E lo Zola non è nè modesto, nè orgoglioso; è schietto. Colla

stessa schiettezza con cui riconosce i lati deboli del suo ingegno, come

si è visto, ne dice i lati forti. Parlando dei suoi studi dal vero

dice:--Non ho però bisogno di veder tutto; un aspetto mi basta, gli

altri li indovino; qui sta l'ingegno.--Quando scriveva la _Page

d'amour_, diceva:--Farò piangere tutta Parigi.--Difendendo una sua

commedia caduta dice:--Perchè è caduta? Perchè il pubblico

s'aspettava dall'autore dei Rougon-Macquart una commedia straordinaria,

di primissimo ordine; qualcosa di miracoloso.--Ma dice questo con una

sicurezza e con una semplicità, che non vien nemmeno in capo di

accusarlo di presunzione. E in ciò si rivela appunto la sua natura

italiana, meno inverniciata della francese, come si rivela nelle sue

critiche, in cui dice le più dure cose senza giri di frase e senza

epiteti lenitivi, e paccia le pillole amare senza dorarle; cosa che

ripugna all'indole della critica parigina. Ed è italiano anche in

questo, che ha la nostra causticità genuina, consistente più nella

cosa che nella parola, e non il vero spirito francese. E lo riconosce e

se ne vanta.--_Je n'ai pas cet entortillement d'esprit.--Je ne sais

parler le papotage à la mode._--Io detesto i _bons mots_ e il

pubblico li adora. Questa è la grande ragione per cui non ci possiamo

intendere.

Accennò pure, di volo, alla gran quistione del realismo e

dell'idealismo. Su questo argomento rispetto profondamente le opinioni

di uno scrittore come lo Zola. Ma a queste professioni di fede

irremovibile e a queste bandiere sventolate con tanto furore, ci credo

poco. Uno scrittore si trova a scrivere in una data maniera perchè la

sua indole, la sua educazione, le condizioni della sua vita lo spinsero

da quella parte. Quando ha fatto per quella via un lungo cammino, quando

ha speso in quella forma d'arte un gran tesoro di forze, e v'ha

riportato dei trionfi, e s'è persuaso che non andrà mai innanzi

altrettanto in una direzione diversa, allora alza la sua insegna e

dice:--_In hoc signo vinces_.--Ma che diverrebbe l'arte se tutti lo

seguissero? Mi vien sempre in mente quella sentenza del Rénan:--Il

mondo è uno spettacolo che Dio dà a sè stesso. Per carità,

non facciamolo tutto d'un colore, se non vogliamo annoiarci anche

noi.--C'è posto per tutti--come diceva Silvio Pellico--e nessuno se

ne vuol persuadere.--Non capisco come ci sia della gente d'ingegno che

picchia sulla testa a una parte dell'umanità unicamente perchè non

sente e non esprime la vita come essi la sentono e la esprimono. È

come se i magri volessero mettere al bando dell'umanità i grassi; e i

linfatici, i nervosi. In fondo, chi non vede chiaramente che è una

guerra che certe facoltà dello spirito fanno ad altre facoltà?

Emilio Zola, non men degli altri, non fa che tirar l'acqua al suo

mulino, Egli dirà, per esempio, che la tragedia greca è

realistica, e che non si deve descrivere che quello che si vede o che

s'è visto, e che quando si mette un albero sulla scena, dev'essere un

albero vero; e forse, in cuor suo, sorriderà di queste affermazioni.

E quando qualcuno lo coglierà in contraddizione, risponderà

ingenuamente:--_Que voulez vous? Il faut bien avoir un drapeau._--Siamo

d'accordo; ma è quasi sempre la bandiera, non della propria fede, ma

del proprio ingegno. E lo stesso Zola è sempre realista, anche quando

dà cuore e mente agli alberi e ai fiori? A un uomo come lui si può

ben dire quello che si pensa.

Parlò pure del teatro. Disse che era falsa la notizia data dai

giornali, che egli avesse incaricato due commediografi, di cui non

ricordo il nome, di fare un dramma dell'_Assommoir_. S'era parlato

pure, a questo proposito, della _Curée_, per la cui protagonista,

_Renée_, la celebre attrice Sarah Bernard aveva manifestato una

gran simpatia. Ma dei suoi romanzi, uno solo, finora, _Thérèse

Raquin_, fu convertito da lui stesso in un dramma, nel quale è

riuscita una fortissima scena la descrizione di quella tremenda notte

nuziale di Teresa e di Laurent, fra cui s'interpone il fantasma

schifoso del marito annegato. Il Teatro però esercita anche sullo

Zola un'attrazione irresistibile e inebriante, come su tutti gli

scrittori moderni, ai quali nessuna gloria letteraria pare bastevole,

se non è coronata da un trionfo sulle scene. Poichè a Parigi, la

città più teatrale del mondo, una vittoria drammatica dà d'un

solo tratto la fama e la fortuna che non dà il buon successo di

dieci libri. A questo scopo egli converge perciò tutti i suoi

sforzi. La sua grande ambizione è di fare un _Assommoir_ teatrale.

Finora non lavorò, si può dire, che per prepararsi a questa gran

prova. Non ebbe successi notevoli; cadde più d'una volta; ma

persiste tenacemente. E s'affatica a sgombrarsi il passo colla

critica, battendo in breccia la commedia alla moda, _la comédie

d'intrigue, ce joujou donné au public, ce jeu de patience, che egli

vorrebbe ricondurre alla forma antica, alla comicità di buona lega,

la quale consiste tutta nei tipi e nelle situazioni, e non in quello

spirito _fouetté en neige, rélevé d'une pointe de musc_, che

piace per la novità, e che non saprà più di nulla fra cinque

anni; ai caratteri largamente sviluppati in un'azione semplice e

logica, alle analisi libere e profonde, e ai dialoghi sciolti da ogni

convenzione; a una forma insomma, in cui possano spiegarsi e prevalere

le sue forti facoltà di romanziere. E propugnando queste teorie,

difende ostinatamente i suoi lavori drammatici. Un amico andò a

visitarlo dopo la caduta del suo _Bouton de rose_ al _Palais Royal_, e

lo trovò a tavolino con davanti un mucchio di fogli scritti.--Che

cosa fate?--gli domandò,--_Vous comprenez_--rispose--_je ne veux

pus lâcher ma pièce._--» Stava facendo una difesa del _Bouton

de Rose_, curiosissima, nella quale si rivela il suo carattere meglio

che in un epistolario di cinque volumi. Cominciò coll'esporre il

soggetto della commedia, ricavata in parte dai _Contes drólatiques_

del Balzac, e come si svolse nella sua mente, e le ragioni d'ogni

personaggio e d'ogni scena. E poi:--Sta bene--disse--il dramma è

caduto.--Riferisco presso a poco le sue parole.--Io accetto altamente

tutte le responsabilità. Questo dramma m'è diventato caro per la

brutalità odiosa con cui fu trattato. Lo scatenamento feroce della

folla l'ha rialzato e ingrandito ai miei occhi. Più tardi ci

sarà appello: i processi letterari sono suscettibili di cassazione.

Il pubblico non ha voluto capire il mio lavoro, perchè non vi ha

trovato quella specie di _vis comica_ che vi cercava, che è un

fiore tutto parigino, sbocciato sui marciapiedi dei _boulevards_. Ha

trovato il mio spirito grossolano! Diavolo! Come si fa a sopportare la

franchezza d'un uomo che viene avanti con un stile diretto e che

chiama le cose col loro nome? Già, il sapore dell'antico racconto

francese non si sente più; non si capiscono più quei tipi: io

avrei dovuto mettere un avviso a stampa sulla schiena dei miei

personaggi. E poi una buona metà del teatro faceva voti ardenti

perchè il mio _Bouton de rose_ capitombolasse. Erano andati là

come si va nella baracca d'un domatore di fiere, col segreto desiderio

di vedermi divorare. Io mi son fatti molti nemici colle mie critiche

teatrali, in cui la sincerità è la mia sola forza. Chi giudica i

lavori degli altri, s'espone alle rappresaglie. I _vaudevillisti_

vessati e i drammaturghi esasperati si son detti:--Finalmente! Lo

andremo a giudicare una volta, questo terribile uomo! Nell'orchestra

c'erano dei signori che si mostravano reciprocamente le chiavi. C'era

poi un'altra ragione. Io sono romanziere. Questo basta. Riuscendo nel

teatro, avrei occupato troppo posto. Bisognava impedire. E d'altra parte

era giusto che io espiassi le quarantadue edizioni dell'_Assommoir_ e le

diciasette edizioni della _Page d'amour_.--Schiacciamolo,--si son detti.

E l'han fatto. Si ascoltò il primo atto, si fischiò: il secondo e

non si volle sentire il terzo. Il fracasso era tale che i critici non

potevano neppur sentire il nome dei personaggi; alcune innocentissime

parole di _argot_ scoppiarono nel teatro come bombe; i muri minacciavano

di crollare; non si capiva più nulla. E così sono stato ammazzato.

Ora non ho più nè rancore nè tristezza. Ma il giorno dopo non

riuscii a soffocare un sentimento di giusta indignazione. Credevo che la

seconda sera la commedia non sarebbe arrivata di là dal secondo atto.

Mi pareva che il pubblico pagante dovesse completare il disastro. Andai

al teatro, a ora tarda, e salendo le scale, interrogai un

artista:--Ebbene, vanno in collera, di sopra?--L'artista mi rispose

sorridendo:--Ma no, signore! Tutti i frizzi sono gustati. _La salle est

superbe_, e si smascella dalle risa.--Ed era vero; non si sentiva una

disapprovazione; il successo era enorme. Io rimasi là per tutto un

atto, ad ascoltare quelle risa, e soffocavo, mi sentivo venir le lagrime

agli occhi. Pensavo al teatro della sera prima, e mi domandavo il

perchè di quella inesplicabile brutalità, dal momento che il vero

pubblico faceva al mio lavoro una accoglienza tanto diversa. Questi sono

i fatti. Mi diano una spiegazione i critici sinceri. Il _Bouton de rose_

ebbe quattro rappresentazioni; l'incasso maggiore fu quello della

seconda. Per che ragione, se è lecito? Perchè la stampa non aveva

ancora parlato e il pubblico veniva e rideva con confidenza. Il terzo

giorno la critica comincia il suo lavoro di strangolamento; una prima

scarica di articoli furibondi ferisce la commedia al cuore; e allora la

gente esita e s'allontana da un'opera che non una voce difende e che i

più tolleranti gettano nel fango. I pochi curiosi che si arrischiano,

si divertono sinceramente; l'effetto cresce ad ogni rappresentazione;

gli artisti, rinfrancati, recitano con un accordo maraviglioso. Che

importa? Lo strangolamento è riuscito; il pubblico della prima sera

ha stretto la corda e la critica ha dato l'ultimo strappo. Eppure!

Eppure il _Bouton de rose_ resiste solidamente sulle scene pur che ci

sia chi si degni di sentirlo. Io credo che sia ben fatto, che certe

situazioni siano comiche e originali, e che il tempo gli darà

ragione. Un tale, la prima sera, nei corridoi del teatro diceva ad alta

voce:--Ebbene, farà ancora il critico teatrale Emilio Zola?--Perdio

se lo farò ancora! E più ardentemente di prima, potete andarne

sicuri.

La conversazione cadde ancora una volta sui romanzi, e lo Zola

soddisfece parecchie mie vivissime curiosità. I suoi personaggi son

quasi tutti ricordi, conoscenze sue d'altri tempi; alcuni già

abbozzati nei _Contes à Ninon_. Il Lantier, per esempio, lo conobbe

in carne ed ossa, ed è infatti uno dei caratteri più stupendamente

veri dell'_Assommoir_. L'idea del frate _Archangias_ della _Faute de

l'abbé Mouret_, di quel comicissimo villanaccio incappucciato, che

predica la religione con un linguaggio da facchino ubbriaco, gli venne

dall'aver letto in un giornale di provincia, d'un certo frate, maestro

di scuola, stato condannato dai tribunali per abuso.... di forza. Certe

rispostaccie date dall'accusato ai giudici gli avevano presentato il

carattere bell'e fatto. Poichè si parlava di quel romanzo, non potei

trattenermi dall'esprimergli la mia viva ammirazione per quelle

splendide pagine, in cui descrisse i rapimenti religiosi del giovane

prete dinanzi all'immagine della Vergine; pagine degne davvero d'un

grande poeta.

--Voi non potete immaginare,--mi rispose, la fatica che mi costò quel

benedetto abate Mouret. Per poterlo descrivere all'altare, andai

parecchie volte a sentire tre o quattro messe di seguito a Nôtre

Dame. Per la sua educazione religiosa consultai molti preti. Nessuno

però mi volle o mi seppe dare tutte le spiegazioni di cui avevo

bisogno. Misi sottosopra delle botteghe di librai cattolici; mi digerii

dei grossi volumi di Cerimoniali religiosi e di Manuali da curati di

campagna. Ma non mi pareva ancora di possedere abbastanza la materia. Un

prete spretato, finalmente, completò le mie cognizioni.

Gli domandai se aveva fatto pure degli studi così accurati e

così pratici per descrivere la vita delle _halles_, le botteghe di

formaggi, il lavoro delle stiratrici, le discussioni del Parlamento,

le ribotte degli operai.

--Necessariamente,--rispose.

--E per descrivere il temporale della _Page d'amour_?

--Per descrivere il temporale, mi asciugai parecchie volte tutta

l'acqua che Dio ha mandata, osservando Parigi dalle torri di Nôtre

Dame.

Gli domandai se era mai stato presente a una battaglia. Disse di no, e

questo mi fece gran meraviglia, perchè nella descrizione del

combattimento fra gl'insorti e le truppe imperiali, nella _Fortune des

Rougons_, si sente il fischio delle palle e si vede il disordine e la

morte, come nessun scrittore li ha mai resi.

Da ultimo venne a parlare dei suoi romanzi futuri, e in questo

discorso si animò più che non avesse fatto fino allora; il suo

viso si colorò d'un leggero rossore, la sua voce si rinvigorì, e

non dico come lavorasse il pugnaletto.

Egli farà un romanzo in cui descriverà la vita militare francese,

com'è. Questo solleverà una tempesta; gli daranno del nemico della

Francia; sta bene. Il suo romanzo sarà intitolato _Le soldat_, e

conterrà una grande descrizione della battaglia di Sédan. Egli

andrà apposta a Sédan, ci starà quindici giorni, studierà il

terreno con una guida palmo per palmo, e forse.... ne uscirà qualche

cosa. In un altro romanzo metterà la descrizione d'una morte per

combustione spontanea, d'un bevitore. Altri l'han fatta; egli la farà

a modo suo. L'uomo avrà l'abitudine di passare la sera accanto al

camino, colla pipa in bocca, e piglierà fuoco accendendo la pipa.

Egli descriverà tutto--e dicendo questo corrugò le sopracciglia e

gli lampeggiarono gli occhi, come se vedesse in quel punto lo spettacolo

orrendo.--La gente di casa entrerà la mattina nella stanza e non

troverà più che la pipa e _une poignée de quelque chose_. Poi

scriverà un romanzo che avrà per soggetto il commercio, i

«grandi magazzini» come il _Louvre_ e il _Bon Marché_, la lotta

del grande commercio col piccolo, dei milioni coi cento mila franchi: un

soggetto vasto e originale, pieno di nuovi colori, di nuovi tipi e di

nuove scene, col quale tratterà a ferro rovente una nuova piaga di

Parigi. Poi un altro romanzo: le lotte dell'ingegno per aprirsi una

strada nel mondo, un drappello di giovani che vanno a cercar fortuna a

Parigi, la vita giornalistica, la vita letteraria, l'arte, la critica,

la miseria in abito decente, le febbri, le disperazioni e i trionfi del

giovane di genio, divorato dall'ambizione e dalla fame: una storia in

cui riverserà tutto il sangue che uscì dalle ferite del suo cuore

di vent'anni. E infine un romanzo più originale di tutti, che si

svolgerà sopra una rete di strade ferrate: una grande stazione in cui

s'incrocieranno dieci strade, e per ogni «binario» correrà un

episodio, e si riannoderanno tutti alla stazione principale, e tutto il

romanzo avrà il colore dei luoghi, e vi si sentirà, come un

accompagnamento musicale, lo strepito di quella vita precipitosa, e vi

sarà l'amore nel vagone, l'accidente nella galleria, il lavoro della

locomotiva, l'incontro, l'urto, il disastro, la fuga; tutto quel mondo

nero, fumoso e rumoroso, nel quale egli vive col pensiero da lungo

tempo. E saran tutti romanzi del «ciclo» Rougon Macquart. Egli ne

ha già nella mente, come una visione, mille scene: abbozzi confusi,

pagine lucidissime, catastrofi tremende e avventure comiche e

descrizioni sfolgoranti, che gli ribollono dentro senza posa, e sono

l'alimento vitale dell'anima sua. Ha ancora otto romanzi da scrivere.

Quando la storia dei Rougon Macquart sarà finita, egli spera che,

giudicando l'opera intera, la critica gli renderà giustizia. Intanto

lavora tranquillamente, e va diritto alla sua meta, senza guardar nè

indietro nè ai lati, Il suo studio è la sua cittadella, nella

quale egli sì sente sicuro, e scorda il mondo, tutto assorto nelle

_graves jouissances de la recherche du vrai_.

--Vedete,--disse in fine,--io sono un uomo tutto di casa. Non son

buono a nulla se non ho la mia penna, il mio calamaio, quel quadro

là davanti agli occhi, questo panchettino qui sotto i piedi.

Portato fuor del mio nido, son finito. Ecco perchè non ho passione

per viaggiare. Quando arrivo in una nuova città, mi segue sempre la

medesima cosa. Mi chiudo nella mia camera d'albergo, tiro fuori i miei

libri e leggo per tre giorni filati senza mettere il naso fuor

dell'uscio. Il quarto giorno m'affaccio alla finestra e conto le

persone che passano. Il quinto giorno riparto.

--C'è un viaggio però--soggiunse--che farò sicurissimamente:

un viaggio in Italia.

--Quando?--gli domandai ansiosamente.

--Quando avrò finito _Nana_,--rispose.--Probabilmente la ventura

primavera. È un mio antico desiderio.

E domandò infatti quali erano i mesi propizii per fare un viaggio

in Italia colla famiglia. È inutile che io dica se lo scongiurai di

non cambiar proposito, e con che piacere intravvidi lontano una mensa

splendida, coronata di realisti e d'idealisti italiani d'ogni età e

d'ogni colore, affratellati almeno una sera per onorare un grande

ingegno e un carattere forte e sincero.

E intanto egli continuava a discorrere, in piedi, vicino alla porta,

colla sua amabile e virile franchezza, coi suoi gesti risoluti, col

suo bel viso pallido e fiero, e veduto così sul fondo del suo

studio elegante, pieno di libri e di carte, e dorato da un raggio di

sole, dava l'immagine d'un bellissimo quadro, che rappresentasse

l'ingegno, la fortuna e la forza; e il gridio dei due piccoli Zola che

giocavano nella stanza accanto, vi aggiungeva una nota di gentilezza,

che lo rendeva più nobile e più caro.

E mi suonano sempre all'orecchio le ultime parole che mi disse sulla

soglia, stringendomi la destra con una mano e tenendo su coll'altra la

tenda della porta:

--_Je suis toujours très-sensible aux poignées de main amicales

qui me viennent des étrangers; mais ce n'est pas d'un étranger

que me vient la vôtre; c'est de l'Italie, de ma première patrie,

ou est né mon père. Adieu!_

Ricordi di Parigi · 第 24 / 27 题