I.

Una volta, in un vagone, vidi un francese che leggeva un libro con

grande attenzione, facendo di tanto in tanto un segno di stupore.

Tutt'a un tratto, mentre cercavo di leggere il titolo sulla

copertina, esclamò:--_Ah! c'est dégoûtant!_--e cacciò il

libro nella valigia, con un atto di sdegno e di disprezzo. Rimase

qualche minuto sopra pensiero; poi riaperse la valigia, riprese il

libro e ricominciò a leggere. Poteva aver letto un paio di

pagine, quando diede improvvisamente in una grande risata, e

voltandosi verso il suo vicino, disse:--Ah! caro mio, c'è qui una

descrizione d'un pranzo di nozze che è una vera meraviglia!--Poi

continuò la lettura, dando a vedere in mille modi che ci provava

un gusto infinito. Il libro era l'_Assommoir_. Quello che accadde a

quel francese leggendo l'_Assommoir_, accade a quasi tutti alla

prima lettura dei romanzi dello Zola. Bisogna vincere il primo senso

di ripugnanza: poi, qualunque sia l'ultimo giudizio che si porta

sullo scrittore, si è contenti d'averlo letto, e si conclude che

si doveva leggere. Il primo effetto che produce, in specie dopo la

lettura d'altri romanzi, è come quello che si prova all'uscire da

un teatro caldo e profumato, ricevendo nel viso il soffio fresco

dell'aria aperta, il quale dà una sensazione viva di piacere,

anche quando porta un cattivo odore. Letti i romanzi suoi, pare che

in tutti gli altri, anche nei più veri, ci sia un velo tra il

lettore e le cose; e che ci corra la stessa differenza che fra visi

umani, gli uni ritratti in una tela e gli altri riflessi in uno

specchio. Par di vedere e di toccare la Verità per la prima

volta. Certo che, per quanto si abbia lo stomaco forte e _le nez

solide_; come _Gervaise_ all'ospedale, qualche volta bisogna fare un

salto indietro, come a una fiatata improvvisa d'aria pestifera. Ma

anche in quei punti, come quasi ad ogni pagina, nell'atto stesso che

protestiamo furiosamente:--Questo è troppo!--c'è un diavolo

dentro di noi che ride e strepita e se la gode mattamente, a nostro

dispetto. Si prova lo stesso piacere che a sentir parlare un uomo

infinitamente schietto, anche quando sia brutale; un uomo che

esprime, come dice Otello, la sua peggiore idea colla sua peggiore

parola, che descrive quello che vede, che ripete quello che ascolta,

che dice quello che pensa, che racconta quello che è, senza

nessun riguardo di nessunissima natura, come se parlasse a sè

stesso. Alla buon'ora. Fin dalle prime righe, si sa con chi s'ha da

fare. I delicati si ritirino. È un affar convenuto: egli non

tacerà nulla, non abbellirà nulla, non velerà nulla, nè

sentimenti, nè pensieri, nè discorsi, nè atti, nè

luoghi. Sarà un romanziere giudice, chirurgo, casista, fisiologo,

perito fiscale, che solleverà tutti i veli, e metterà le mani

in tutte le vergogne, e darà il nome proprio a tutte le cose,

freddamente, non badando, anzi meravigliandosi altamente della

vostra meraviglia. E così è in fatti. Nell'ordine morale, egli

svela dei suoi personaggi fin quei profondissimi sentimenti, che

sogliono essere per tutti segreti eterni, quando non si bisbiglino

tremando nel finestrino d'un confessionale; nell'ordine materiale,

ci fa sentire tutti gli odori, tutti i sapori e tutti i contatti; e

in fatto di lingua ci fa grazia appena di quelle pochissime parole

assolutamente impronunziabili, che i ragazzi viziosi cercano di

soppiatto nei vocabolari. Su questa via nessuno è mai andato

più in là, e non si sa proprio se si debba ammirare di più

il suo ingegno o il suo coraggio. Fra le miriadi di personaggi di

romanzo che abbiamo nella memoria, i suoi rimangono come affollati

in disparte, e sono i più grossi e i più palpabili di tutti.

Non li abbiamo solamente visti passare e sentiti discorrere; ci

siamo strofinati contro di loro, abbiamo sentito il loro fiato,

l'odore delle loro carni e dei loro panni; abbiamo visto circolare

il sangue sotto la loro pelle; sappiamo in che atteggiamento

dormono, che cosa mangiano, come si vestono e come si spogliano;

conosciamo il loro temperamento al pari del nostro, le predilezioni

più segrete dei loro sensi, le escandescenze più turpi del

loro linguaggio, il gesto, la smorfia, le macchie della camicia, le

scaglie della cute e il sudiciume delle unghie. E come i personaggi,

ci stampa nella mente i luoghi, poichè contempla tutte le cose

collo stesso sguardo, che abbraccia tutto, e le riproduce colla

stessa arte, a cui non sfugge nulla. In una stanza già disegnata

e dipinta, si sposta il lume; egli interrompe il racconto per dirci

dove guizza e in che cosa si frange, nella nuova direzione, il

raggio della fiammella, e come luccicano, in un angolo oscuro, le

gambe d'una seggiola e i cardini d'una porta. Dalla descrizione

d'una bottega ci fa capire che è sonato da poco mezzogiorno, o

che manca un'ora circa al tramonto. Nota tutte le ombre, tutte le

macchie di sole, tutte le sfumature di colore che si succedono d'ora

in ora sulla parete, e rende ogni cosa con una così meravigliosa

evidenza, che cinque anni dopo la lettura, ci ricorderemo

dell'apparenza che presentava una tappezzeria, verso le cinque di

sera, quando le tendine della finestra erano calate, e dell'azione

che esercitava quella apparenza sull'animo d'un personaggio ch'era

seduto in un angolo di quella stanza. Non dimentica nulla, e dà

vita ad ogni cosa, e non c'è cosa dinanzi a cui il suo pennello

onnipotente s'arresti; nè i mucchi di biancheria sudicia, nè i

vomiti dei briachi, nè la carne fradicia, nè i cadaveri

disfatti. Ci fa uscire col mal di capo dall'alcova profumata di

Renée, e ci fa stare un'ora in una bottega da salumaio, in

compagnia della bella Lisa, dal seno saldo e immobile che pare un

ventre, in mezzo alle teste di porco affondate nella gelatina, alle

scatole di sardelle, che trasudano l'olio, ai prosciutti

sanguinanti, al vitello lardato e ai pasticci di fegato di lepre,

dipinti, o piuttosto dati a fiutare e a toccare in maniera, che,

terminata la lettura, si lascia il libro, senz'avvedersene, e si

cerca colle mani la catinella. E via via, il buon odore delle spalle

di Nana, l'odor di pescheria delle sottane della bella normanna, il

puzzo dell'alito di Boit-sans-soif, il tanfo del baule di Lantier;

egli ci fa sentir tutto, inesorabilmente, aprendoci le narici a

forza coll'asticciuola della penna; e descrive il parco del Paradou

fiore per fiore, il mercato di Sant'Eustachio pesce per pesce, la

bottega di madame Lecoeur cacio per cacio, e il pranzo di Gervaise

boccone per boccone. Nella stessa maniera procede riguardo alle

occupazioni dei suoi personaggi, alle quali ci fa assistere,

spiegandole minutamente, di qualunque natura esse siano, in modo che

s'impara dai suoi romanzi, come da Guide pratiche d'arti e mestieri,

a fare i biroldi, a lavorar da ferraio, a stirar le camicie, a

trinciare i polli, a saldar le grondaie, a servire la messa, a

dirigere una contraddanza. Fra tutte queste cose, in tutti questi

luoghi, di cui si respira l'aria, e in cui si vede e si tocca tutto,

si muove una folla svariatissima, di signore corrotte fino alla

midolla, d'operai incarogniti, di bottegaie sboccate, di banchieri

bindoli, di preti bricconi, di sgualdrinelle, di bellimbusti, di

mascalzoni e di sudicioni d'ogni tinta e d'ogni pelo,--fra i quali

apparisce qua e là, _rara avis_, qualche faccia di galantuomo,--:

e lì fanno fra tutti un po' di tutto, dal furto all'incesto,

girando fra il codice penale e l'ospedale o il monte di pietà e

la taverna, a traverso a tutte le passioni e a tutti gli

abbrutimenti, fitti nel fango fino al mento, in un'aria densa e

grave, ravvivata appena di tempo in tempo dal soffio d'un affetto

gentile, e agitata alternatamene da alti cachinni plebei e da grida

strazianti di affamati e di moribondi. E malgrado ciò, egli è

uno scrittore morale. Si può affermarlo risolutamente. Emilio

Zola è uno dei romanzieri più morali della Francia. E fa

davvero stupore che ci sia chi lo mette in dubbio. Del vizio egli fa

sentire il puzzo, non il profumo; le sue nudità son nudità di

tavola anatomica, che non ispirano il menomo pensiero sensuale; non

c'è nessuno dei suoi libri, neanche il più crudo, che non

lasci nell'animo netta, ferma, immutabile l'avversione o il

disprezzo per le basse passioni che vi sono trattate. Egli non è,

come il Dumas figlio, legato da un'invincibile simpatia ai suoi

mostri di donne, a cui dice:--Infami--ad alta voce o--care--a fior

di labbra. Egli mette il vizio alla berlina, nudo, brutalmente,

senza ipocrisia e senza pietà, e standone tanto lontano che non

lo sfiora neanche coi panni. Forzato dalla sua mano, è il vizio

stesso che dice:--sputate e passate.--I suoi romanzi, come dice egli

stesso, sono veramente «morale in azione.» Lo scandalo che

n'esce non è che per gli occhi e per gli orecchi. E come si tien

fuori, come uomo, dalla melma che rimescola colla penna, si tien

fuori completamente, come scrittore, dai personaggi che crea. Non

c'è forse altro romanziere moderno che si rimpiatti più

abilmente di lui nelle opere proprie. Letti tutti i suoi romanzi,

non si capisce chi sia e che cosa sia. È un osservatore profondo,

è un pittore strapotente, è uno scrittore meraviglioso, forte,

senza rispetti umani, brusco, risoluto, ardito, un po' di malumore e

poco benevolo; ma non si sa altro. Soltanto, benchè non si veda

mai a traverso le pagine del suoi libri il suo viso intero, si

intravvede però la sua fronte segnata da una ruga diritta o

profonda, o s'indovina ch'egli deve aver visto da vicino una gran

parte delle miserie e delle prostituzioni che descrive. E pare un

uomo, il quale essendo stato offeso dal mondo, se ne vendichi

strappandogli la maschera e mostrando per la prima volta com'è:

in gran parte odioso e schifoso. Una persuasione profonda lo guida e

lo fa forte: che si debba dire e descrivere la verità; dirla e

descriverla ad ogni proposito, a qualunque costo, qualunque essa

sia, tutta, sempre, senza transazioni, sfrontatamente. Ha in questo

anche lui, come dice dello Shakespeare Vittor Hugo, _une sorte de

parti pris gigantesque_. A questo «partito preso» adatta

conseguentemente l'arte sua, che viene ad essere una riproduzione

piuttosto che una creazione; ed è infatti un'arte tranquilla,

paziente, metodica, che non manda grandi lampi, ma che rischiara

ogni cosa, d'una luce eguale, da tutte le parti; ardimentosa, ma

guardinga nei suoi ardimenti; sempre sicura dei fatti propri; che

s'alza poco, ma non casca mai, e procede a passo lento, ma per una

via direttissima, verso un termine che vede chiarissimamente. I suoi

romanzi non son quasi romanzi. Non hanno scheletro, o appena la

colonna vertebrale. Provate a raccontarne uno: è impossibile.

Sono composti d'una quantità enorme di particolari, che vi

sfuggono in gran parte dopo la lettura, come i mille quadretti senza

soggetto d'un museo olandese. Perciò si rileggono con piacere. Vi

si aspetta di pagina in pagina un grosso fatto, che ci fugge

davanti, e non si raggiunge mai. Non vi accade mai un urto forte di

affetti, d'interessi, di persone, che tenga l'animo sospeso, e da

cui tutto il romanzo dipenda. Non ci sono punti alti, da cui si

domini con uno sguardo un grande spazio; è una continua pianura

in cui si cammina a capo chino, deviando ogni momento e arrestandosi

ad ogni passo ad osservare la pietra, l'insetto, l'orma, il filo

d'erba. I suoi personaggi non agiscono quasi. La maggior parte non

sono necessarii a quella qualsiasi azione che si svolge nel romanzo.

Non son personaggi che recitino la commedia; son gente intesa alle

proprie faccende, colta colla fotografia istantanea, senza che se

n'accorga. Nel romanzo c'è qualche mese o qualche anno della vita

di ciascuno. Li vedete vivere, ciascuno per conto proprio, e

ciascuno v'interessa principalmente per sè medesimo; poco o punto

per quello che ha che fare cogli altri. Di qui nasce la grande

efficacia dello Zola. Di quanto difetta il suo romanzo in orditura,

di tanto abbonda in verità. Non ci si vede la mano del romanziere

che sceglie i fatti, che li accomoda per congegnarli, che li

nasconde l'un dietro l'altro per sorprenderci, e che prepara un

grande effetto con mille piccoli sacrifizi della verosimiglianza e

della ragione. Il racconto va da sè, in modo che non par

possibile altrimenti, e sembra una esposizione semplice del vero,

non solo per i caratteri, ma anche per la natura dei fatti, e per

l'ordine in cui si succedono. Si legge e par di stare alla finestra,

e di assistere ai mille piccoli accidenti della vita della strada.

Perciò quasi tutti i romanzieri, in confronto suo, fanno un po'

l'effetto di giocatori di bussolotti. E non avendo la preoccupazione

comune degli scrittori di romanzo, d'annodare e di districare molte

fila e di tirarle da varie parti ad un punto, è libero di

rivolgere tutte le sue facoltà al proprio fine, che è di

ritrarre dal vero, e può così raggiungere in quest'arte un

grado altissimo di potenza. Non ha, d'altra parte, delle facoltà

molto varie; e lo sente; e quindi aguzza e fortifica mirabilmente

quelle che possiede, per supplire al difetto delle altre. E si

può mettere in dubbio se questo difetto sia a deplorarsi, che

forse una più vasta immaginazione avrebbe dimezzato da un altro

lato la sua potenza, distraendo una parte delle sue forze dalla

descrizione e dall'analisi. Dotato invece come si ritrova, egli

concepisce il romanzo in maniera, che il suo concetto e il suo

scopo, non inceppano menomamente la libertà del suo lavoro.

Inteso ad una scena e ad un dialogo, par che dimentichi il romanzo;

è tutto lì; vi si sprofonda e vi lavora con tutta l'anima sua.

Il dialogo procede senza scopo, la scena si svolge senza vincoli, e

perciò son sempre, l'uno e l'altra verissimi. Intanto egli coglie

a volo mille nonnulla, il carro che passa, la nuvola che nasconde il

sole, il vento che agita la tenda, il riflesso d'uno specchio, un

rumore lontano, e il lettore stesso, dimenticando ogni altra cosa,

vive tutto collo scrittore in quel momento e in quel luogo, e vi

prova una illusione piacevolissima, che non gli lascia desiderare

null'altro. Con questa facoltà di dar rilievo a ogni menoma cosa,

e lavorando, come fa, ordinato e paziente, riesce insuperabile

nell'arte delle gradazioni, nell'esporre, per una serie di

transizioni finissime, la trasformazione lenta e completa d'un carattere

o d'uno stato di cose, in modo che il lettore va innanzi, con lui,

senz'accorgersene, a piccolissimi passi, e prova poi un sentimento di

profonda meraviglia, quando arriva alla fine, e riconosce, voltandosi

indietro, che ha fatto un immenso cammino. La efficacia grande di

parecchi suoi romanzi consiste, quasi intera in quest'arte. I suoi

romanzi son fatti a maglia: una maglia fittissima di piccoli episodi,

formati di dialoghi rotti e di descrizioni a ritornello, in cui ogni

parola ha colore e sapore, e ogni inciso fa punta, e in ogni periodo

c'è, per così dire, tutto lo scrittore. È raro che ci si provi

una emozione fortissima e improvvisa. È forse unica nei suoi romanzi

la scena desolante e sublime del _Monsieur, écoutez donc_, di

Gervaise, quando s'offre a chi passa, moribonda di fame, e quando si

sfama, piangendo, sotto gli occhi di Goujet. Quasi sempre, leggendo, si

prova un seguito di sensazioni acri di piacere, di piccole scosse e di

sorprese che lasciano l'animo incerto; qui una risata, là un brivido

di ribrezzo, un po' d'impazienza, una meraviglia grande per una

descrizione prodigiosamente viva, una stretta al cuore per una piaga

umana spietatamente denudata, e un leggiero stupore continuo dalla prima

all'ultima pagina, come allo svolgersi d'una serie di vedute d'un paese

nuovo. Son romanzi che si fiutano, che si assaporano a centellini, come

bicchieri di liquore, e che lasciano l'alito forte e il palato

insensibile ai dolciumi. A ciò contribuisce in gran parte il suo

stile, solido, sempre stretto al pensiero, pieno d'artifizi

ingegnosissimi, accortamente nascosti sotto un certo andamento uniforme,

padroneggiato sempre dallo scrittore, stupendamente imitativo dei

movimenti e dei suoni, risoluto ed armonico, che par accompagnato dal

picchio cadenzato d'un pugno di ferro sul tavolino, e in cui si sente il

respiro largo e tranquillo d'un giovane poderoso. La forza, infatti,

è la dote preminente dello Zola, e chiunque voglia definirlo dice per

prima cosa:--È potente. Ognuno dei suoi romanzi è _un grand tour

de force_, un peso enorme ch'egli solleva lentamente e rimette

lentamente per terra, facendo quanto è in lui per dissimulare lo

sforzo. Letta l'ultima pagina, vien fatto di dire:--_Hein? quelle

poigne!_--come quei tre beoni dell'_Assommoir_, a proposito del marchese

che aveva steso in terra tre facchini a colpi di testa nel ventre. Ed

è strana veramente l'apparizione di questo romanziere in maniche di

camicia, dal petto irsuto e dalla voce rude, che dice tutto a tutti, in

piena piazza, impudentissimamente; la sua apparizione improvvisa in

mezzo a una folla di romanzieri in abito nero, ben educati e sorridenti,

che dicono mille oscenità in forma decente, in romanzetti color di

rosa fatti per le alcove e per le scene. Questo è il suo più alto

merito. Egli ha buttato in aria con un calcio tutti i vasetti della

toeletta letteraria e ha lavato con uno strofinaccio di tela greggia la

faccia imbellettata della Verità: Ha fatto il primo romanzo popolare

che abbia veramente «l'odore del popolo.» Ha aggredito quasi tutte

le classi sociali, flagellando a sangue la grettezza maligna delle

piccole città di provincia, la furfanteria dei faccendieri d'alto

bordo; la corruzione ingioiellata, l'intrigo politico, l'armeggio del

prete ambizioso, la freddezza crudele dell'egoismo bottegaio, l'ozio, la

ghiottoneria; la lascivia, con una tale potenza, che quantunque

preceduto su questa via da altri scrittori ammirabili, vi parve entrato

per il primo, e i flagellati si sentirono riaprire le ferite antiche con

uno spasimo non mai provato. Compiendo quest'ufficio, si è forse

spinto qualche volta di là dall'arte; ma aperse all'arte nuovi

spiragli, per cui si vedono nuovi orizzonti, e insegnò colori, colpi

di scalpello, sfumature, forme, mezzi d'ogni natura, da cui potranno

trarre un vantaggio immenso altri mille ingegni, benchè avviati, per

un'altra strada, ad una meta affatto diversa. E non c'è da temere che

derivi da lui una scuola eccessiva e funesta, poichè la facoltà

descrittiva, che è la sua dominante, non può arrivare più in

là sulla via che egli percorre, nè il culto della verità nuda

avere un sacerdote più intrepido e più fedele. Gli imitatori

cadranno miserabilmente sulle sue orme, sfiancati, ed egli rimarrà

solo dov'è giunto sull'ultimo confine dell'arte sua, ritto a filo

sopra un precipizio, nel quale chi vorrà passargli innanzi a ogni

costo, cadrà a capofitto. Ma non si può pronunciare su di lui, per

ora, l'ultimo giudizio. Non ha che trentasette anni, è ancora nel

fiore della sua gioventù di scrittore, ed è possibile che si

trasformi crescendo di statura. È vero che la strada per cui s'è

messo è così profondamente incassata e inclinata, che non si

capisce come ne possa uscire. Ma è certo che ci si proverà, e se

non riuscirà nel suo intento, noi assisteremo almeno a uno di quegli

sforzi potenti, e avremo da lui uno di quei «capolavori sbagliati»

che non destano minor meraviglia dei grandi trionfi.

Ricordi di Parigi · 第 22 / 27 题