Eccomi preso daccapo a quest'immensa rete dorata, in cui ogni tanto
bisogna cascare, volere o non volere. La prima volta ci restai quattro
mesi, dibattendomi disperatamente, e benedissi il giorno che ne uscii.
Ma vedo che la colpa era tutta mia, ora che ci ritorno
.... composto a nobile quiete,
perchè guai a chi viene a Parigi troppo giovane, senza uno scopo
fermo, colla testa in tumulto e colle tasche vuote! Ora vedo Parigi
serenamente, e la vedo a traverso all'anima d'un caro amico, che mi fa
risentire più vive e più fresche tutte le impressioni della
prima volta.
Ed ecco quelle del primo giorno, come le può rendere una mente
stanca e una penna presa ad imprestito dall'albergatore.
Prima d'esser condotto all'Esposizione, bisogna che il lettore entri
con noi in Parigi; daremo insieme un'occhiata al teatro prima di
voltarci verso il palco scenico.
Siamo discesi alla stazione della strada ferrata di Lione, alle otto
della mattina, con un tempo bellissimo. E ci trovammo subito
imbarazzati. Avevamo letto nei giornali che i fiaccherai di Parigi
spingevano le loro pretese fino al punto di non voler più
trasportare persone grasse. Io feci osservare al Giacosa che noi due
eravamo fatti apposta per provocare e giustificare un rifiuto sdegnoso
dal più cortese dei fiaccherai. Egli s'impensierì, io pure.
Avevamo indosso, per giunta, due spolverine che c'ingrossavano
spietatamente. Come fare? Non c'era che da tentare di produrre un po'
d'illusione avvicinandosi a una carrozza a passo di contraddanza e
interpellando l'uomo con una voce in falsetto. Il tentativo riuscì.
Il fiaccheraio ci rivolse uno sguardo inquieto, ma ci lasciò
salire, e si diresse rapidamente verso i _boulevards_.
Dovevamo andare fino al _boulevard_ degli Italiani, ossia diritti al
centro di Parigi passando per la più ammirabile delle sue strade,
La prima impressione è gradevole.
È la grande piazza irregolare della Bastiglia, spettacolosa e
tumultuosa, nella quale sboccano quattro _boulevards_ e dieci vie, e
da cui si sente rumoreggiar sordamente il vasto sobborgo di
Sant'Antonio. Ma s'è ancora intronati dallo strepito della grande
Stazione lugubre, dove s'è discesi rotti e sonnolenti; e quel vasto
spazio pieno di luce, quei mille colori, la grande colonna di Luglio,
gli alberi, il viavai rapidissimo delle carrozze e della folla,
s'intravvedono appena. È il primo soffio impetuoso e sonoro della
vita di Parigi, e si riceve a occhi socchiusi. Non si comincia a veder
nettamente che nel _boulevard_ Beaumarchais.
Qui comincia ad apparire Parigi. La via larghissima, la doppia fila
degli alberi, le case allegre; tutto è nitido e fresco, e da tutto
spira un'aria giovanile. Si riconoscono al primo sguardo mille piccole
raffinatezze di comodità e d'eleganza, che rivelano un popolo pieno
di bisogni e di capricci, per il quale il superfluo è più
indispensabile del necessario e che gode la vita con un'arte
ingegnosa. È la _buvette_ tutta risplendente di vetri e di metalli,
è il piccolo caffè pieno di pretese signorili, è la piccola
trattoria che ostenta i ghiottumi squisiti del gran _restaurant_, sono
mille piccole botteghe, linde e ridenti, che fanno a soverchiarsi le
une le altre a furia di colori, di mostre, d'iscrizioni, di fantocci,
di piccole gale e di piccoli vezzi. Fra le due file degli alberi è
un andirivieni di carrozze, di grandi carri, di carrozzoni tirati da
macchine a vapore, e d'omnibus altissimi, carichi di gente, che
sobbalzano sul selciato ineguale con un fracasso assordante. Ma è
un movimento diverso da quello di Londra. Il luogo aperto e verde, i
visi, le voci, i colori, danno a quel tramestìo l'aspetto più di
un divertimento che di un lavoro. E poi la popolazione non è nuova.
Son tutte figure conosciute, che fanno sorridere. È _Gervaise_ che
s'affaccia alla porta della bottega col ferro in mano, è _monsieur
Joyeuse_ che va all'ufficio fantasticando una gratificazione, è
_Pipelet_ che legge la Gazzetta, è _Frédéric_ che passa sotto
le finestre di _Bernerette_ la sartina del Murger, è la merciaia
del Kock, è il _gamin_ di Vittor Hugo, o il Prudhomme del Monnier,
è' l'_homme d'affaire_ del Balzac, è l'operaio dello Zola.
Eccoli tutti! Come ci accorgiamo che, anche lontani le mille miglia,
si viveva nella immensa cinta di Parigi! Sono le otto e mezzo, e la
grande giornata della grande città,--giornata per Parigi, mese per
chi arriva,--è già cominciata, calda e clamorosa come una
battaglia. Di là dal clamore della strada, si sente confusamente la
voce profonda degli enormi quartieri nascosti, come il muggito d'un
mare mascherato dalle dune. S'è appena usciti dal _boulevard_
Beaumarchais, non s'è ancora arrivati in fondo al _boulevard_ delle
Figlie del Calvario, e già s'indovina, si sente, si respira, sto
per dire, l'immensità di Parigi. E si pensa con stupore a quelle
cittadine solitarie e silenziose, da cui s'è partiti; che si
chiamano Torino o Milano o Firenze; dove si stava tutti a uscio e
bottega, e si viveva quasi in famiglia. Ieri vogavamo in un laghetto;
oggi navighiamo in un oceano.
Si è fatto un po' più d'un miglio, s'entra nel _boulevard du
Temple_. Qui la strada larghissima s'allarga ancora, le case
s'innalzano, le vie laterali s'allungano. La maestà di Parigi
comincia ad apparire. E così, andando innanzi, tutto cresce di
proporzioni e s'ingentilisce. Cominciano a sfilare i teatri: il Circo
olimpico, il _Lyrique_, la _Gaîtè_, _les Folies_; i caffè
eleganti, i grandi «magazzini», le trattorie signorili; e la
folla va pigliando un aspetto più schiettamente parigino. Il
movimento è notevolmente maggiore che nei tempi ordinarii. La
nostra carrozza è costretta a fermarsi ogni momento per aspettare
che la lunga fila che la precede si metta in moto. Gli omnibus di
tutte le forme, che paion case ambulanti, s'incalzano. La gente
s'incrocia correndo in tutte le direzioni come se giocasse a bomba da
una parte all'altra della strada, e sui due marciapiedi passano due
processioni non interrotte. S'entra nel _boulevard Saint Martin._ È
un altro passo innanzi sulla via dell'eleganza e della grandezza. I
chioschi variopinti si fanno più fitti, le botteghe più
splendide, i caffè più pomposi. I terrazzini e le righinette
delle case si coprono di cubitali caratteri dorati che danno a ogni
facciata l'aspetto del frontispizio d'un libro gigantesco. I frontoni
dei teatri, gli archi delle gallerie di passaggio, gli edifizi
rivestiti di legno fino ai primi piani, le trattorie che s'aprono
sulla strada in forma di tempietti e di teatri luccicanti di specchi,
si succedono senza interstizii, gli uni congiunti agli altri, come una
sola bottega sterminata. Mille ornamenti, mille gingilli, mille
richiami, vistosi, capricciosi, ciarlataneschi, sporgono, dondolano,
si rizzano da tutte le parti, luccicano a tutte le altezze,
confusamente, dietro agli alberi, che stendono i loro rami frondosi
sui chioschetti, sui sedili dei marciapiedi, sulle piccole stazioni
degli omnibus, sulle fontane, sui tavolini esterni dei caffè, sulle
tende ricamate delle botteghe, sulle gradinate marmoree dei teatri. Al
_boulevard Saint Martin_ succede il _boulevard St. Denis_. La grande
strada s'abbassa, si rialza, si stringe, riceve dalle grandi arterie
dei popolosi quartieri vicini ondate di cavalli e di gente, e si
stende davanti a noi, a perdita d'occhi, brulicante di carrozze e nera
di folla, divisa in tre parti da due enormi ghirlande di verzura che
la riempiono d'ombra e di freschezza. Son tre quarti d'ora che si va a
passo a passo, serpeggiando, rasentando file interminabili di carrozze
che danno l'immagine di favolosi cortei nuziali che si estendano da un
capo all'altro di Parigi. Si entra nel _boulevard Bonne nouvelle_, e
cresce ancora il formicolìo, il ronzìo, lo strepito; la pompa
dei grandi «magazzini» che schierano sulla strada le vetrate
enormi; l'ostentazione della _réclame_, che sale dai primi piani ai
secondi, ai terzi, ai cornicioni, ai tetti; le vetrine diventan sale,
le merci preziose s'ammucchiano, i cartelloni multicolori si
moltiplicano, i muri delle case spariscono sotto una decorazione
smagliante, puerile e magnifica che seduce e stanca lo sguardo. Non
è una strada per cui si passa; è una successione di piazze, una
sola immensa piazza parata a festa, dove rigurgita una moltitudine che
ha addosso l'argento vivo. Tutto è aperto, trasparente, messo in
vista, come in un grande mercato signorile all'aria libera. Lo sguardo
penetra fin nelle ultime sale delle botteghe straricche, fino ai
_comptoirs_ lontani dei lunghi caffè bianchi e dorati, e nelle
stanze alte dei _restaurants_ principeschi, e abbraccia a ogni
leggerissimo cambiamento di direzione, mille bellezze, mille sorprese,
mille minuzie pompose, una varietà infinita di tesori, di
ghiottonerie, di giocattoli, di opere d'arte, di bagattelle rovinose,
di tentazioni di ogni specie, da cui non si libera che per ricadervi
dall'altra parte della strada, o per ricrearsi lungo le due file senza
fine di chioschi, scaccheggiati di tutti i colori d'arlecchino,
coperti d'iscrizioni e di figure grottesche, tappezzati di giornali
d'ogni paese e di ogni forma, che danno al vasto _boulevard_
l'apparenza bizzarra e simpatica d'una grande fiera letteraria
carnovalesca. E intanto dal _boulevard Bonne nouvelle_ si entra nel
_boulevard Poissonnière_, e lo spettacolo si fa sempre più
vario, più ampio e più ricco. E s'è già percorsa una lunghezza
di quattromila metri; provando di più in più un vivo sentimento
nuovo, che non è sola meraviglia, ma una scontentezza confusa, un
rammarico pieno di desiderii, l'amarezza del giovinetto che si sente
umiliato al suo primo entrare nel mondo, una specie di delusione
d'amor proprio, che si esprime in occhiate pietose e stizzose sulla
miseria del proprio bagaglio, messo là alla berlina, sulla cassetta
della carrozza, in mezzo a quel lusso insolente.
E finalmente s'entra nel _boulevard Montmartre_, a cui fa seguito
quello degl'Italiani, quello delle _Capucines_, e quello della
_Madeleine_.
Ah! ecco il cuore ardente di Parigi, la via massima dei trionfi
mondani, il grande teatro delle ambizioni e delle dissolutezze famose,
dove affluisce l'oro, il vizio e la follia dai quattro angoli della
terra!
Qui è la pompa suprema, è la metropoli della metropoli, la
reggia aperta e perpetua di Parigi, a cui tutto aspira e tutto tende.
Qui la strada diventa piazza, il marciapiede diventa strada, la
bottega diventa museo; il caffè, teatro; l'eleganza, fasto; lo
splendore, sfolgorìo; la vita, febbre. I cavalli passano a stormi e
la folla a torrenti. Vetri, insegne, avvisi, porte, facciate, tutto
s'innalza, s'allarga, s'inargenta, s'indora, s'illumina. È una gara
di sfarzo e di appariscenza che tocca la follia. V'è la pulizia
olandese, la gaiezza d'un giardino, e tutta la varietà di colori
d'un bazar orientale. Pare una sola smisurata sala d'un museo enorme,
dove gli ori, le gemme, le trine, i fiori, i cristalli, i bronzi, i
quadri, tutti i capolavori delle industrie, tutte le seduzioni delle
arti, tutte le gale della ricchezza, tutti i capricci della moda si
affollano o si ostentano con una profusione che sgomenta e una grazia
d'esposizione che innamora. Le lastre gigantesche di cristallo o gli
specchi innumerevoli, le rivestiture di legno nitidissimo che salgono
fino a mezzo degli edifizi, riflettono ogni cosa. Le grandi iscrizioni
d'oro corrono lungo tutti i rilievi delle facciate, come i versetti
del Corano sulle pareti delle moschee. L'occhio non trova spazio dove
riposare. Da ogni parte brillano i nomi illustri nel regno dei piaceri
e della moda; i titoli dei _restaurants_, celebrati da Nuova York a
Pietroburgo; gli alberghi dei principi e dei Cresi; le botteghe di cui
si apre la porta colla mano tremante. Per tutto un lusso
aristocratico, provocante e sfacciato, che dice:--Spendi, spandi e
godi--e nello stesso tempo suscita e umilia i desiderii. Non vi è
nessuna bellezza monumentale. È una specie di magnificenza teatrale
e femminea, una maestà d'apparato, eccessiva, e piena di civetteria
e di superbia, che sbalordisce ed abbaglia come un immenso tremolìo
di punti luminosi; ed esprime appunto la natura della grande città
opulenta e lasciva, che lavora per furore di godimento e di gloria. Ci
si prova una certa soggezione. Non par di passare in un luogo
pubblico, tanta è la nitidezza e la pompa. La folla stessa vi passa
con una certa grazia contegnosa come per una grandissima sala,
scivolando sull'asfalto, senza rumore, come sopra un tappeto. I
bottegai stanno dietro alle colossali vetrine con una dignità di
gran signori, come se non aspettassero che avventori milionari.
Persino le venditrici di giornali dei chioschi sono atteggiate a una
certa altezza letteraria. Par che tutti siano compresi della
sovranità del luogo, e che tutti si studino di aggiungere colla
propria persona una pennellata ben intonata al gran quadro dei
_boulevards_. Gran quadro davvero! E si possono accumulare col
pensiero, fin che si vuole, tutte le immagini sparse che se ne
ritrovano nelle nostre città più floride; ma non si riuscirà
mai, chi non l'abbia visto, nè a rappresentarsi lo spettacolo di
quella fiumana vivente che scorre senza posa tra quelle due
interminabili pareti di cristallo, in mezzo a quel verde e a
quell'oro, accanto a quel turbinio fragoroso di cavalli e di ruote, in
quella strada ampissima di cui non si vede la fine; nè a formarsi
una giusta idea della figura che facevano là in mezzo le nostre
miserabili valigie di letterati.
Appena s'ebbe ripreso fiato all'albergo si tornò sui _boulevards_,
davanti al _Cafè Riche_, attirati come farfalle al lume,
senz'accorgercene. Strano! Mi pareva d'essere a Parigi da una
settimana. La folla però ha un aspetto alquanto diverso dai tempi
ordinarii. Abbondano le faccie esotiche, i vestiti da viaggio, le
famiglie di provincia, affaticate e stupite; i visi bruni del
mezzogiorno e le barbe e le capigliature biondissime del settentrione.
Sul ponte di Costantinopoli si vede sfilare tutto l'Oriente; qua tutto
l'Occidente. Le solite gonnelle sono come smarrite in quel pelago. Di
tratto in tratto si vede una faccia giapponese, un negro, un turbante,
un cencio orientale; ma è subito travolto dal fiotto nero della
folla in cilindro. Ho notato molti soggetti di quella innumerevole
famiglia dei grandi uomini falliti, che tutti riconoscono a primo
aspetto: figure strane, col viso smunto e gli occhiali, coi capelli
cadenti sulle spalle, vestiti di nero, bisunti, con uno scartafaccio
sotto il braccio: sognatori di tutti i paesi venuti a Parigi in questa
grande occasione a tentare il terno della gloria e della ricchezza con
una invenzione meccanica o un capolavoro letterario. Questo è il
grande torrente dove annegano tutte le glorie di mezza taglia.
«Celebrità» di provincia e «illustrazioni» nazionali, gran personaggi
gallonati e blasonati, e principi e ricconi, dieci per una crazia!
Non si vedono nè faccie superbe, nè sorrisi di vanità soddisfatta.
Son tutte goccie indistinte dell'onda inesauribile, a cui non
sovrastano che i giganti. E si capisce da che molle formidabili, debba
prendere impulso l'ambizione della gloria per sollevarsi su questo
pandemonio, e con che rabbiosa ostinazione si rodano i cervelli per
trovare la parola ed il grido che faccia voltare le centomila teste di
questa folla meravigliosa! E si prova un piacere a esser là su quel
lastrico sparso d'ambizioni stritolate e di glorie morte, su cui altre
ambizioni si rizzano e altre forze si provano, senza posa; si gode di
trovarsi là, come in mezzo a una gigantesca officina vibrante e
sonora; di sentirsi aggregato anche per poco, molecola viva, al grande
corpo intorno a cui tutto gravita; di respirare una boccata d'aria su
quella torre di Babele, assistendo da un gradino della scala
sterminata al lavoro immenso, confortati dal dolce pensiero.... che si
scapperà fra quindici giorni.
Poi facciamo una corsa di due ore, in carrozza, descrivendo un immenso
zig-zag sulla destra della Senna, per veder circolare la vita nelle
arterie minori di Parigi. Rivedo con vivo piacere quel verdeggiante e
splendido _boulevard_ di Sebastopoli e di Strasburgo, che par fatto
per il passaggio trionfale d'un esercito, e quella infinita via
Lafayette, in cui le due striscie nere della folla si perdono allo
sguardo in una lontananza vaporosa dove pare che cominci un'altra
metropoli. Ripasso per quelle smisurate spaccature di Parigi, che si
chiamano il _boulevard_ Haussman, il _boulevard_ Malesherbes, il
_boulevard_ Magenta, il _boulevard_ Principe Eugenio, in cui si
sprofonda lo sguardo con un fremito, come in un abisso, afferrando per
un braccio il compagno. Andiamo al _Rondpoint de l'Etoile_ a veder
fuggire in tutte le direzioni, come una corona di raggi, le grandi vie
che dividono in una rosa di quattordici allegri quartieri triangolari
la decima parte di Parigi. Ritorniamo nel cuore della città:
percorriamo la rete inestricabile delle piccole vie, piene di rumori,
smaglianti di vetrine e affollate di memorie; tutte obliquità e
svolti maliziosi, che preparano le grandi vedute inaspettate dei
quadrivi pieni di luce e delle vie monumentali, chiuse in fondo da una
mole magnifica, che sovrasta alla città come una montagna di
granito cesellato. Per tutto è una fuga di carrozze cariche di
bagagli, e visi sonnolenti e polverosi di nuovi arrivati, che
s'affacciano agli sportelli a interrogare quel caos; e vicino alle
stazioni, file di viaggiatori a piedi, che s'inseguono colla valigia
in mano, come se uno l'avesse rubata all'altro. Non c'è un momento
di riposo, nè per l'orecchio, nè per l'occhio, nè per il
pensiero. Sperate di bere la vostra birra in pace davanti a un
caffè quasi vuoto. Illusione. La _réclame_ vi perseguita. Il
primo che passa vi mette in mano una lirica che comincia con
un'invettiva contro l'Internazionale e finisce coll'invitarvi a
comprare un soprabito da Monsieur Armangan, _coupeur émérite_; e
un momento dopo vi trovate tra le mani un sonetto che vi promette un
biglietto per l'Esposizione se andate a ordinare un paio di stivali in
via Rougemont. Per liberarvene alzate gli occhi. Oh Dio! Passa una
carrozza dorata di _réclame_ coi servitori in livrea, che vi
propone dei cilindri al ribasso. Guardate in fondo alla strada. Che! A
mezzo miglio di distanza, c'è una _réclame_ a caratteri titanici
del _Petit journal_,--«seicento mila esemplari al giorno, tre
milioni di lettori»--che vi fa l'effetto d'un urlo nell'orecchio.
Alzate gli occhi al cielo, allora! Ma non c'è di libero nemmeno il
cielo. Al di sopra del più alto tetto del quartiere, si disegna
nell'azzurro, in sottili e altissimi caratteri di ferro, il nome d'un
artista delle nuvole che vuol farvi la fotografia. Non c'è dunque
altro che tener gli occhi inchiodati sul tavolino! No, nemmeno! Il
tavolino è diviso in tanti quadretti colorati e stampati, che vi
offrono delle tinture e delle pomate. Torcete il volto stizziti.... Ah
disgraziati! La spalliera della seggiola vi raccomanda un guantaio.
Non resta altro rifugio che guardarsi i piedi, dunque! No, non resta
neppure questo rifugio. Sotto i vostri piedi, sull'asfalto, c'è un
avviso a stampatello che vuol farvi mangiare alla casalinga in via
della Chaussée d'Antin. Camminando un'ora, si legge, senza volerlo,
un mezzo volume. È una inesauribile decorazione grafica variopinta
ed enorme aiutata da immagini grottesche di diavoli e di fantocci alti
come case, che v'assedia, vi opprime, vi fa maledire l'alfabeto. Quel
_Petit journal_, per esempio, che copre mezza Parigi! Ma bisogna o
ammazzarsi o comprarlo. Tutto ciò che vi si mette in mano, dal
biglietto del battello al contrassegno della seggiola su cui riposate
le ossa nel giardino pubblico, tutto nasconde l'insidia della
_réclame_. Persino le pareti dei tempietti, dove non s'entra che
per forza, parlano, offrono, raccomandano. Ci sono in tutti gli angoli
mille bocche che vi chiamano e mille mani che v'accennano. È una
rete che avvolge tutta Parigi. E tutto è economico. Potete spendere
fino all'ultimo centesimo credendo sempre di fare economia. Ma quanta
varietà di oggetti e di spettacoli! Nello spazio di quindici passi
vedete una corona di diamanti, un mazzo spropositato di camelie, un
mucchio di tartarughe vive, un quadro a olio, una coppia di signorine
automatiche che nuotano in una vaschetta di latta, un vestimento
completo da contentare l'uomo «più scrupolosamente elegante»
per otto lire e cinquanta centesimi, un numero del _Journal des
abrutis_ con un articolo a doppio taglio sull'esposizione delle
vacche, un gabinetto per gli esperimenti del fonografo, e un bottegaio
che dà il volo a un nuvolo di farfalle di penna per adescare i
bimbi che passano. A ogni tratto vedete schierate tutte le faccie
illustri della Francia. Non c'è città che in questo genere
d'esposizione eguagli Parigi. L'Hugo, l'Augier, mademoiselle Judic, il
Littré, il Coquelin, il Dufaure, il Daudet, sono in tutt'i buchi.
Incontrate dei visi d'amici da tutte le parti. E nessuna impressione,
neanche dei luoghi, è veramente nuova. Parigi non si vede mai per
la prima volta; si rivede. Non ricorda nessuna città italiana;
eppure non par straniera, tanto vi si ritrovano fitte le reminiscenze
della nostra vita intellettuale. Un amico vi dice:--Ecco la casa del
Sardou, ecco il palazzo del Gambetta, ecco le finestre del Dumas, ecco
l'ufficio del _Figaro_--e a voi vien naturale di rispondere: Eh! lo
sapevo.--Così riconoscendo mille cose e mille aspetti, continuiamo
a girare, rapidamente, in mezzo a incrociamenti di legni da cui non
vedo come usciremo, a traverso a folle serrate che ci arrestano
all'improvviso, nelle ombre deliziose del Parco Monceaux, intorno alle
grandi arcate leggiere delle _Halles_, davanti agli immensi
«magazzini di novità» assiepati di carrozze, intravvedendo,
di lontano, ora un fianco del teatro dell'Opera, ora il colonnato
della Borsa, ora la tettoia enorme d'una Stazione, ora un palazzo
incendiato dalla Comune, ora la cupola dorata degli Invalidi, e
dicendoci l'un l'altro mille cose, e le stesse cose, e con la più
viva espansione, senza pronunziare una parola e senza ricambiarci uno
sguardo.
Avevo inteso dire che uno straniero a Parigi non si accorge quasi che
ci sia l'Esposizione. Baie. Tutto conduce il pensiero all'Esposizione.
Le torri del Trocadero si vedono effigiate da tutte le parti, come se
mille migliaia di specchi le riflettessero, e l'immagine del Campo di
Marte vi si presenta per mille vie e sotto mille forme. Tutta la
popolazione sembra ed è infatti d'accordo per fare ben riescire la
festa. V'è un raffinamento universale di cortesia. Tutti fanno la
loro parte. Fin l'ultimo bottegaio sente la dignità dell'ospite; si
legge in viso a ogni parigino la soddisfazione d'essere
«azionista» del teatro in cui si offre al mondo il grande
spettacolo, e la coscienza di essere un oggetto d'ammirazione. Il che
serve moltissimo a rendersi davvero ammirabili. La grande città fa
il bocchino, è premurosa, vuol contentar tutti. E infatti a tutti i
bisogni, a tutti i desiderii, a tutti i capricci, ha provvisto, in
mille modi, a ogni prezzo e a ogni passo. Per questa «festa del
lavoro» c'è la febbre. Il lavoro, la pace, la grande fratellanza,
la grande ospitalità fraterna, risuonano da ogni parte. E forse,
anzi certo, vi si nasconde sotto un altro sentimento. È l'amor
proprio ferito in un'altra gloria, che s'afferra tutto alla gloria
presente, per compensarsi della passata; ed esalta con tutte le sue
forze il primato che le rimane, per gettare l'oscurità su quello,
in fondo al cuore forse più caro, che ha perduto. È nondimeno
prodigioso il vedere questa città, che parve un giorno caduta in
fondo, sotto il peso di tutte le maledizioni di Dio, dopo sette anni,
così splendida, così superba, così piena di sangue, d'oro e
di gloria! E si prova un sentimento inaspettato arrivandoci. S'era
partiti per l'Esposizione; era lo scopo, la prima cosa. Appena
arrivati, diventa l'ultima. Parigi che l'ha fatta, l'ammazza. Si
pensa, sì, che c'è laggiù, in fondo alla grande città, uno
smisurato palazzo posticcio che contiene molte bellissime cose; ma ci
si pensa quasi con dispetto, come a un importuno che voglia
contendervi e turbarvi il godimento di Parigi. Il primo giorno,
l'immagine delle Torri del Trocadero m'era odiosa. Così al Campo di
Marte, estatici davanti a una bellissima ragazza inglese che lavora,
degnate appena d'uno sguardo la macchinetta ingegnosa che luccica
sotto le sue mani.
Arriviamo finalmente sulla Senna. Che largo e sano respiro! E come
è sempre bella questa grande strada azzurra che fugge, riflettendo
i colori allegri delle sue mille case galleggianti, fra le due alte
rive coronate di colossi di pietra! Davanti e dietro di noi i ponti
lunghissimi confondono i loro archi d'ogni forma, e le strisce nere
della folla che brulica dietro ai loro parapetti; sotto, i battelli
stipati di teste s'inseguono; frotte di gente scendono continuamente
dalle gradinate delle rive e fanno ressa agli scali; e la voce confusa
della moltitudine si mesce ai canti delle mille donne affollate nei
lavatoi, al suono dei corni e delle campanelle, allo strepito delle
carrozze dei _quais_, al lamento del fiume e al mormorio degli alberi
delle due rive, agitati da un'arietta vivace che fa sentire la
freschezza della campagna e del mare. Anche la Senna lavora per «la
gran festa della pace» e par che spieghi più benevolmente
dell'usato, in mezzo alle due Parigi che la guardano, la sua maestà
regale e materna.
Qui il mio compagno non potè resistere alla tentazione di _Nôtre
Dame_, e salimmo sulla cima d'una delle due torri per vedere «il
mostro.» Ottima cosa che mette i pensieri in calma. Bisogna almeno
dominarle, queste mostruose città, in quel solo modo che ci è
possibile: collo sguardo. Salimmo sulla punta del tetto della torre di
sinistra, dove Quasimodo delirava a cavallo alla campana, e ci
afferrammo all'asta di ferro. Che immensità gloriosa! Parigi empie
l'orizzonte e par che voglia coprire tutta la terra colle smisurate
onde immobili e grigie dei suoi tetti e delle sue mura. Il cielo era
inquieto. Le nuvole gettavano qua e là ombre fosche che coprivano
spazi grandi come Roma; e in altre parti apparivano montagne, grandi
vallate e vastissimi altipiani di case dorate dal sole. La Senna
luccicava come una sciarpa d'argento da un capo all'altro di Parigi,
rigata di nero dai suoi trenta ponti, che parevan fili tesi tra le due
rive, e punteggiata appena dai suoi cento battelli, che parevano
foglioline natanti. Sotto, la mole delicata e triste della cattedrale,
le due isole, piazze nereggianti di formiche, lo scheletro del futuro
_Hôtel de ville_, simile a una grande gabbia d'uccelli, e la
_réclame_ smisurata e insolente d'un mercante d'abiti fatti che
sfondava gli occhi a mille e duecento metri di distanza. Qua e là,
le grandi macchie dei cimiteri, dei giardini e dei parchi; isole verdi
in quell'oceano. Lontano, all'orizzonte, a traverso a brume violacee
leggerissime, contorni incerti di vasti sobborghi fumanti, dietro i
quali non si vede più, ma s'indovina ancora Parigi; da un'altra
parte, altri sobborghi enormi, affollati sulle alture, come eserciti
pronti a discendere, pieni di tristezze e di minaccie; a valle della
Senna, in una chiarezza un po' velata, come in un vasto polverio
luminoso, a tre miglia da noi, le architetture colossali e trasparenti
del Campo di Marte. Che belli slanci vertiginosi dello sguardo da
Belleville a Ivry, dal bosco di Boulogne a Pantin, da Courbevoie al
bosco di Vincennes, saltando di cupola in cupola, di torre in torre,
di colosso in colosso, di memoria in memoria, di secolo in secolo,
accompagnati, come da una musica, dall'immenso respiro di Parigi!
Povero e caro nido della mia famigliuola, dove sei? Poi il mio amico
mi disse:--Ridiscendiamo nell'inferno--e tornammo a tuffarci
nell'oscurità dell'interminabile scala a chiocciola, dove un
rintocco inaspettato della grande campana di Luigi XIV ci fece tremare
le vene e i polsi come un colpo di cannone.
E ritornammo sui _boulevards_. Era l'ora del desinare. In quell'ora il
movimento è tale da non poterne dare un'idea. Le carrozze passano a
sei di fronte, a cinquanta di fila, a grandi gruppi, a masse fitte e
serrate che si sparpagliano qua e là verso le vie laterali, e par
che escano le une dalle altre, come razzi, levando un rumore cupo e
monotono, come d'un solo enorme treno di strada ferrata che passi
senza fine. Allora tutta la vita gaia di Parigi si riversa là da
tutte le strade vicine, dalle gallerie, dalle piazze; arrivano e si
scaricano i cento omnibus del Trocadero; le carrozze e la folla a
piedi che viene dagli scali della Senna; flutti di gente che
attraversa la strada di corsa arrischiando le ossa, s'accalca sui
marciapiedi, assalta i chioschi da cui si spandono miriadi di
giornali, si disputa le sedie davanti ai caffè e rigurgita
all'imboccatura delle strade. Si accendono i primi lumi. Il grande
banchetto comincia. Da tutte le parti tintinnano e scintillano i
cristalli e le posate sulle tovaglie bianchissime, distese in vista di
tutti. Zaffate d'odori ghiotti escono dai grandi _restaurants_, di cui
si vanno illuminando le finestre dei piani superiori, lasciando vedere
scorci di sale luccicanti e ombre di donne che guizzano dietro le
tende di trina. Un'aria calda e molle, come di teatro, si spande,
pregna d'odor di sigari d'Avana, dell'odore acuto dell'assenzio che
verdeggia in diecimila bicchieri, delle fragranze che escono dalle
botteghe di fiori, di muschio, di vesti profumate, di capigliature
femminili;--un odore proprio dei _boulevards_ di Parigi, misto di
grand'albergo e d'alcova,--che dà alla testa. Le carrozze si
fermano; le _cocottes_ dai lunghi strascichi discendono, fra due ali
di curiosi, e spariscono come freccie nelle porte delle trattorie. Fra
la folla dei caffè suonano le risa argentine e forzate di quelle
che siedono a crocchio. Le «coppie» fendono audacemente la
calca. La gente comincia a serrarsi, in doppia fila, alle porte dei
teatri. La circolazione è interrotta ogni momento. Bisogna
camminare a zig-zag, a passetti, respingendo dolcemente gomiti e
toraci, fra una selva di cilindri e di gibus, fra i soprabiti neri, le
giubbe, i gran panciotti spettorati e le camicie ricamate, badando
sempre ai piedini e alle code, in mezzo a un mormorìo sordo,
diffuso, affrettato, sul quale echeggiano i colpi sonori delle
bottiglie stappate, dentro un polverìo finissimo che vien su da
quel terribile asfalto che brucia i talloni alle ragazze. Non è
più un andirivieni di gente; è un ribollimento, un rimescolìo
febbrile, come se sotto la strada divampasse una fornace immensa. È
un ozio che pare un lavoro, una festa faticosa, come una smania e un
timore di tutti di non arrivare in tempo a prender posto al gran
convito. Il vastissimo spazio non basta più alla moltitudine nera,
elegante, nervosa, sensuale, profumata, piena d'oro e d'appetiti, che
cerca con tutti i sensi tutti i piaceri. E di minuto in minuto lo
spettacolo si ravviva. Il via vai delle carrozze somiglia alla fuga
disordinata delle salmerie d'un esercito in rotta; i caffè
risuonano come officine; all'ombra degli alberi si stringono i dolci
colloqui; tutto s'agita e freme in quella mezza oscurità, non ancor
vinta dall'illuminazione notturna; e un non so che di voluttuoso spira
nell'aria, mentre la notte di Parigi, carica di follie e di peccati,
prepara le sue insidie famose. Quello è davvero il momento in cui
la grande città s'impadronisce di voi e vi soggioga, se anche foste
l'uomo più austero della terra. È il _lenocinio gallico_ del
Gioberti. È una mano invisibile che v'accarezza, una voce dolce che
vi parla nell'orecchio, una scintilla che vi corre nelle vene, una
voglia impetuosa di tuffarvi in quel vortice, e d'annegarvi...;
passata la quale si va a desinare benissimo a due lire e
settantacinque.
E anche il desinare è uno spettacolo per chi si ritrova
impensatamente, come accadde a noi, in una trattoria vasta e
rischiarata come un teatro, formata d'una sala unica, cinta d'una
larghissima galleria, dove si sfamano insieme cinquecento persone,
rumoreggiando come una grande assemblea di buon umore. E dopo vien
l'ultima scena della meravigliosa rappresentazione cominciata alle
otto della mattina in piazza della Bastiglia: la notte di Parigi.
Ritorniamo nel cuore della città. Qui par che faccia giorno
daccapo. Non è un'illuminazione; è un incendio. I _boulevards_
ardono. Tutto il pian terreno degli edifizi sembra in fuoco.
Socchiudendo gli occhi, par di vedere a destra e a sinistra due file
di fornaci fiammanti. Le botteghe gettano dei fasci di luce vivissima
fino a metà della strada e avvolgono la folla come in una polvere
d'oro. Da tutte le parti piovono raggi e chiarori diffusi che fanno
brillare i caratteri dorati e i rivestimenti lucidi delle facciate,
come se tutto fosse fosforescente. I chioschi, che si allungano in due
file senza fine, rischiarati di dentro, coi loro vetri di mille
colori, simili a enormi lanterne chinesi piantate in terra, o a
teatrini trasparenti di marionette, danno alla strada l'aspetto
fantastico e puerile d'una festa orientale I riflessi infiniti dei
cristalli, i mille punti luminosi che traspaiono fra i rami degli
alberi, le iscrizioni di fuoco che splendono sui frontoni dei teatri,
il movimento rapidissimo delle innumerevoli fiammelle delle carrozze,
che sembrano miriadi di lucciole mulinate dal vento, le lanterne
porporine degli omnibus, le grandi sale ardenti aperte sulla strada,
le botteghe che somigliano a cave d'oro e d'argento incandescente, le
centomila finestre illuminate, gli alberi che paiono accesi; tutti
questi splendori teatrali, frastagliati dalla verzura, che lascia
vedere ora sì ora no le illuminazioni lontane, e presenta lo
spettacolo ad apparizioni successive; tutta questa luce rotta,
rispecchiata, variopinta, mobilissima, piovuta e saettata, raccolta a
torrenti e sparpagliata a stelle e a diamanti, produce la prima volta
un'impressione di cui non si può dare l'idea. Par di vedere un solo
immenso fuoco d'artifizio, che debba spegnersi improvvisamente, e
lasciar tutta la città sepolta nel fumo. Sui marciapiedi non c'è
una riga d'ombra; ci si ritroverebbe una spilla. Tutti i visi sono
rischiarati. Si vede la propria immagine riflessa da tutte le parti.
Si vede tutto, in fondo ai caffè, sino agli ultimi specchi delle
sale riposte, incisi dai diamanti delle belle peccatrici. Nella folla
abbonda il bel sesso che di giorno pareva sopraffatto e disperso. Gli
sguardi languidi e interrogativi s'incrociano e gareggiano. Davanti a
ogni caffè c'è la platea d'un teatro, di cui il _boulevard_ è
il palcoscenico. Tutti i visi sono rivolti verso la strada. Ed è
curioso: fuor che le carrozze, non si sente nessun forte rumore. Si
guarda molto e si parla poco, o a bassa voce, come per rispetto al
luogo, o perchè la gran luce impone un certo riserbo. V'è una
specie di silenzio signorile. Andate innanzi, innanzi, sempre in mezzo
a un incendio, tra una folla immobile e una folla seduta, e vi sembra
di passare di salone in salone, in un immenso palazzo scoperto, o per
un seguito di vastissimi _patios_ spagnuoli, fra le pompe d'una
veglia, in mezzo a un milione di invitati, senza sapere quando
arriverete all'uscita, se pur c'è un'uscita.
E intanto, passo passo, arrivate sulla piazza dell'Opéra.
E qui Parigi notturna vi fa uno dei suoi più bei colpi di scena.
Avete dinanzi la facciata del Teatro, enorme e spudorata, risplendente
di lampade colossali negli intercolonni elegantissimi; dinanzi alla
quale sboccano le vie Auber e Halévy; a destra la gran fornace del
_boulevard_ degli Italiani; a sinistra il _boulevard_ infocato delle
Cappuccine che si prolunga fra i due muri ardenti del _boulevard_
della Maddalena; e voltandovi, vedete tre grandi vie divergenti che
v'abbagliano come tre abissi luminosi: la via della Pace, tutta
smagliante d'ori e di gioielli, in fondo alla quale si drizza sul
cielo stellato la mole nera della colonna Vendôme; l'_Avenue
dell'Opéra_ inondata di luce elettrica; la via Quattro settembre
lucente di mille fiammelle; e sette file continue di carrozze che
vengono dai due _boulevards_ e dalle cinque strade, incrociandosi
furiosamente sulla piazza, e una folla che accorre e una folla che
fugge, sotto una pioggia di luce rossa e di luce bianchissima, diffusa
da grandi globi di cristallo spulito, che fan l'effetto di ghirlande e
di corone di lune piene, e colorano gli alberi, gli alti edifizi, la
moltitudine, dei riflessi bizzarri e misteriosi della scena finale
d'un ballo fantastico. Qui proprio si prova per qualche momento una
sensazione che somiglia a quella dell'_hasciss_. Quella rosa di strade
sfolgoranti, che conducono al _Théâtre français_, alle _Tuileries_,
alla Concordia, ai Campi Elisi, che vi portano ciascuna una voce della
gran festa di Parigi, che vi chiamano e che v'attirano da sette parti
come le entrate maestose di sette palazzi fatati, vi accendono nel
cervello o nelle ossa il furore dei piaceri. Vorreste veder tutto ed
esser da per tutto ad un tempo; a sentire dalla bocca del grande Got
l'_efface_ sublime dei _Fourchambault_ a folleggiare a Mabille, a
nuotare nella Senna, a cenare alla _Maison dorée_; vorreste volare
di palco scenico in palco scenico, di ballo in ballo, di giardino in
giardino, di splendore in splendore, e profondere l'oro, lo
_champagne_ e i _bons mots_, e vivere dieci anni in una notte.
Eppure non è questo il più bello spettacolo della notte. Si va
innanzi fino alla Maddalena, si svolta in _Rue royale_, si sbocca in
piazza della Concordia, e là si lascia sfuggire la più alta e
più allegra esclamazione di meraviglia che strappi Parigi dalle
labbra d'uno straniero. Non c'è sicuramente un'altra piazza di
città europea dove la grazia, la luce, l'arte, la natura, s'aiutino
così mirabilmente fra loro per formare uno spettacolo che rapisca
l'immaginazione. A primo aspetto non si raccapezza nulla, nè i
confini della piazza, nè le distanze, nè dove si sia, nè che
cosa si veda. È uno sterminato teatro aperto, in mezzo a uno
sterminato giardino ardente, che fa pensare all'accampamento
illuminato di un esercito di trecento mila uomini. Ma quando si è
arrivati nel centro della piazza, ai piedi dell'obelisco di Sesostri,
fra le due fontane monumentali, e si vede a destra, in mezzo ai due
grandi edifizii a colonne del Gabriel, la splendida Via reale, chiusa
in fondo dalla facciata superba della Maddalena; a sinistra il ponte
della Concordia che sbocca in faccia al palazzo del Corpo legislativo,
imbiancato da un torrente di luce elettrica; dall'altra parte la vasta
macchia bruna dei giardini imperiali, inghirlandati di lumi, in fondo
a cui nereggiano le rovine delle Tuilerie; e dalla parte opposta il
viale maestoso dei Campi Elisi, chiuso dall'arco altissimo della
Stella, picchiettato di foco dalle lanterne di diecimila carrozze e
fiancheggiato da due boschi sparsi di caffè e di teatri
sfolgoranti; quando s'abbraccia con un sguardo le rive illuminate
della Senna, i giardini, i monumenti, la folla immensa e sparsa che
viene dal ponte, dai _boulevards_, dai boschetti, dai _quais_, dai
teatri, e brulica confusamente da tutti i lati della piazza, in quella
luce strana, fra i zampilli e le cascate d'acqua argentata, in mezzo
alle statue, ai candelabri giganteschi, alle colonne rostrali, alla
verzura, nell'aria limpida e odorosa di una bella notte d'estate;
allora si sente tutta la bellezza di quel luogo unico al mondo, e non
si può a meno di gridare:--Ah Parigi! Maledetta e cara Parigi!
Sirena sfrontata! È dunque proprio una verità che bisogna
fuggirti come una furia o adorarti come una dea?
Di là ci spingemmo ancora nei giardini dei Campi Elisi, a girare
fra i teatri a cielo aperto, i chioschi, gli alcazar, i circhi, i
concerti, le giostre, per interminabili viali affollati, da cui si
sentivano i suoni fragorosi delle orchestre, gli applausi e le risate
delle vaste platee trincanti, e le voci in falsetto delle cantatrici
di canzonette, delle quali si vedevano a traverso i cespugli le
nudità opulente e gli abiti zingareschi, in mezzo allo splendore
dei palchi scenici inquadrati fra le piante. E volevamo andare sino in
fondo. Ma più s'andava innanzi, più quel baccanale notturno
s'allargava e s'allungava; dietro a ogni gruppo d'alberi saltava fuori
un nuovo teatro e una nuova luminaria, ad ogni svolto di viale ci
trovavamo in faccia a una nuova baldoria; e d'altra parte il mio buon
Giacosa mi domandava grazia da un pezzo, con voce lamentevole,
dicendomi che gli occhi gli si chiudevano e che la testa non gli si
reggeva più sulle spalle. Allora si ritornò in piazza della
Concordia, si restò un momento in contemplazione davanti a quella
meraviglia di via di Rivoli, rischiarata per la lunghezza di due
miglia come una sala da ballo, e si rientrò a mezzanotte sonata nei
_boulevards_, ancora risplendenti, affollati, rumorosi, allegri come
sul far della sera, come se la giornata ardente di Parigi cominciasse
allora, come se la grande città avesse _ucciso il sonno_ per sempre
e fosse condannata da Dio al supplizio d'una festa eterna. E di là
trasportammo le nostre salme all'albergo.
Ecco come passò il nostro primo giorno a Parigi.