Accadde che per mutamento della sorte a suo solo favore Reno fu davvero
felice.
La contessa Torselli nell'uscire un giorno dal suo palazzo di via Goito
-- l'automobile l'attendeva -- ebbe impedito il passo da quel cane. Non
esitò a chiamare colui che lo conduceva.
-- Ehi! signore!
Procolo si fermò.
-- Il suo cane è ammalato. Io appartengo alla Società protettrice degli
animali, e il mio nome basterà perchè vi sia curato gratuitamente.
Porgeva, molto gentile, il biglietto da visita.
Ma Procolo Granari disse:
-- Non è ammalato. Ha fame. -- E col suo mesto sorriso aggiunse, piano:
-- Come me.
-- Fame? -- riprese la signora dopo un attimo di perplessità. -- Venga!
Rientrò nell'atrio; premè il bottone del campanello; ordinò alla
portinaia:
-- Dite al cuoco che vi mandi giù subito una scodella di zuppa per
questa povera bestia, e dategliela.
Indi a Procolo:
-- Ogni giorno all'ora d'oggi ci sarà qui, in portineria, una scodella
di zuppa per il cagnone. Se ne ricordi!
E senza aspettare ringraziamenti la contessa Torselli, protettrice degli
animali, salì in automobile.
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Ogni giorno Procolo restava fuori nell'atrio, forse per non soffrir
anche di invidia, intanto che Reno ingoiava la zuppa. Si spicciava con
poche boccate. Pronta, la portinaia alzava la scopa.
-- Passa via, brutta bestia!
E il cane, sebbene non sazio, scodinzolava tornando al padrone.
Ma a poco a poco la portinaia s'intenerì. Quegli occhi pieni di
riconoscenza già prima che lei aprisse il cancello; quel lieve uggiolare
quando lei tardava, quasi voce di preghiera o timore; quel tentativo di
balzarle amicamente contro -- l'avrebbe baciata a suo modo se essa non
si ritraeva svelta e se a lui più non premeva spingere con una zampata
l'usciolo e correre al noto angolo -- le fecero cambiar apostrofe. La
«brutta bestiaccia» diventò in ischerzo un «brutto matto»; e poi il nome
proprio di Reno fu amicamente usato nei richiami e nelle carezze.
Ora bisognava alzare la scopa perchè il cagnone non avrebbe voluto
uscire così presto dal luogo di delizia. Si accucciava ai piedi della
donna, guaiva, parlava. -- Tenetemi sempre qui, con voi.
-- Gli manca la favella -- la portinaia ripeteva --, ma si capisce lo
stesso. Che giudizio! Che giudizio può avere una bestia!
Mentre il padrone gli rimetteva la museruola e la corda al collare, il
cane scodinzolava; era però evidente ne' suoi occhi l'intimo conflitto
fra le due affezioni: la vecchia e la nuova.
E un giorno appena fuori di casa sfuggì, con uno strappone, di mano a
Procolo; il quale giunse al palazzo Torselli dubbioso di non trovarvelo.
Se le guardie l'avevano accalappiato, addio!
Invece la portinaia disse:
-- È qui. -- E lo chiamò più volte:
-- Reno! Reno!
Il cane non compariva. Perchè? Dov'era? Dove si era nascosto?
Finalmente lo scopersero nel bugigattolo del carbone. Fingeva dormire.
Onde Procolo scosse il capo. Aveva capito.
-- Anche questo... -- mormorò.
E la portinaia:
-- Lasciatelo a noi. Vi risparmierete i quattrini della tassa.
Sì! La tassa gliela aveva pagata due volte la lavandaia sua ospite; ma
adesso la lavandaia era stanca di non ricevere più un acconto. Già aveva
pregato «il signor Procolo» di cercarsi altro alloggio.