Quando entrarono e salirono al terzo ordine, già i primi gradi, dei
patrizi, e i secondi, dei cavalieri, erano pieni; lassù trovarono liberi
appena due posti attigui. Cesario Prisco li lasciò ai figliuoli, e
rimase in piedi a capo della scalinata, di dove poteva meglio
scommettere cogli amici. Lucilio, timido, a bassa voce indicava intanto
al fratellino la tribuna imperiale, vuota, il seggio dei giudici, le tre
mete dalla parte delle scuderie e le tre mete opposte con la porta
trionfale, nella spina, i segnacoli con i delfini e le uova che
servivano a numerare i giri della corsa.
Nè l'attesa fu lunga. Un silenzio immenso, improvviso.
Ecco: aperte le scuderie: ecco i carri. Avanzano sino al principio della
spina; si allineano; ristanno davanti a una corda... Un istante. E a
Valentino tremò il piccolo cuore; ebbe paura, non sapendo di che; cercò
cogli occhi il padre. Ma Lucilio lo tirò per la veste e gli sussurrò: --
Guarda!
Una mano agita una benda purpurea, la corda cade: via!
Nel galoppo molteplice si vedevan di pari le teste dei cavalli, le
fruste alzate e i colori delle tuniche. E cominciarono le scommesse e il
richiamo a tutti noto: -- Libanio! Libanio! -- Libanio non sferzava.
Giunse ultimo alle mete, nel primo giro. Prima le oltrepassò la russata.
Allora Lucilio disse, dimentico del suo entusiasmo per la quadriga
veneta o azzurra: -- Io scommetto per la russata. E tu Valentino? --
Valentino non ricordò più che appunto la rossa era la sua fazione;
ricordò che la madre gli aveva detto: -- Vincerà Libanio -- e rispose:
-- Io sto per Libanio, il verde!
-- Sta attento! Non vedi che è ultimo, il verde? Guarda! Guarda!
Gli agitatori e giocolieri cominciavano a operare inganni in pro delle
loro parti. Balzavano improvvisi, correvano qua e là, e facevan gesti da
impaurire, e recavan cose da gettare nell'arena. Uno, a cavallo, tagliò
d'un tratto la via, e la quadriga russata, che ancora precedeva,
s'impennò; passò innanzi la veneta o azzurra, e giungeva l'albata.
Ma di subito, imprevedibile, un giocoliere si gettò a terra con
meravigliosa arte, con pazzo ardire, cogliendo l'istante e l'intervallo
fra le gambe posteriori dei cavalli e le ruote della veneta, ora
precedente a tutte; e rialzandosi incolume, quasi sorgesse di sotto
terra, spaventava i poledri dell'albata sopravveniente.
Così la russata riguadagnò terreno, ma per poco non arrotò la veneta e
(fu da tutti i petti una voce di terrore) non la rovesciò. Approfittò
dell'istantaneo indugio Libanio, senza che i suoi quattro cavalli, d'un
splendido mantello baio dorato, sembrassero mutar norma al galoppo:
superava secondo, subito dopo la veneta, il compimento del secondo giro.
Quand'ecco un giocoliere gli gettò incontro un cesto: le ruote non lo
toccarono. Un altro gettò un'anfora: evitata. L'auriga ancor primo si
rivolse per colpire con la sferza agli occhi i cavalli che già aveva al
fianco, ma Libanio evitò il tradimento facendo di nuovo scartare i suoi
cavalli. E questa volta oltrepassava primo le mete.
-- Libanio! Libanio! -- Tutti gli spettatori, in piedi, plaudivano; più
alte, deliranti, si levavano le acclamazioni dalla fazione prasina.
Se non che al quarto giro questa ebbe assai da temere. L'albata
l'accostava; le era alle ruote. E le scommesse raddoppiavano di foga.
Cesario Prisco, sicuro di vincere, guardò sorridendo ai suoi figliuoli,
ed essi parvero sentirne lo sguardo.
-- Padre! -- gli gridò Lucilio. -- Io sto con te; per l'albata! -- Ma
Valentino pieno di ardire, adesso, felice, battè le mani e avvertì tutto
il circo:
-- Io sto per Libanio!