Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero Marzioli sedeva
tenendo lo schioppo appoggiato al ginocchio sinistro e poggiando sul
destro il gomito si reggeva col braccio e con la mano il capo. Aspettava
passasse il treno che portava gli sposi al viaggio di nozze. Finalmente
-- ecco -- sobbalzò. Laggiù tra gli alberi, sotto il fumo che livido
stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria umida, egli osservava
scorrere il convoglio, rotear via rombando.
Elena! Elena! Senza voce la chiamò con tutta l'anima; invisibile agli
occhi, la vide; la perdè: con tale angoscia che non si morse più le
labbra per trattenere i singhiozzi. Nè allora ebbe vergogna di sè
stesso. Gli parve allora che la derisione, lo scherno di tutti gli
uomini non l'avrebbe offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le
guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi solo in quella
campagna deserta e squallida capì che di contro il dolore umano c'è
qualche cosa di peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo scherno:
c'è l'indifferenza di tutta la vita estranea alla nostra vita, c'è la
separazione da noi delle infinite esistenze inconsapevoli di noi.
A lui che cosa restava? chi gli restava? Un cane! L'ira lo scosse; gli
diè l'impeto di chi cerca divincolarsi. E gridò, fremente:
-- Top!
Top impazzava a levar passeri dal seminato, a inseguirli abbaiando; e
non attese alla voce del padrone.
Ma questa volta il padrone non ripetè l'ordine prima di punir la
disubbidienza.
Sparò.
Un guaito; e il bracco cadde.
Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli occhi spaventosamente
affettuosi, ebbe da quegli occhi che si spegnevano una tremenda
invocazione di pietà. E quasi per trovar ristoro al male atroce o fine
all'agonia, la povera bestia piegò il collo.
Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un filo, un bigliettino.
E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore, lo prese. Lesse:
_Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorrò sempre bene; tanto, tanto
bene_!
Ma Top era morto.