Queste parole, trapuntate in oro,
sopra la porta, in un bel smalto, lessi;
ma i fregi e gli archi ed ornamenti loro
sono di fine gemme carchi e spessi.
Entrovi lieto per sí bel tesoro,
e in cerchio con le mani esser rannessi,
d'angioli pargoletti e nudi un stolo
vidi scherzando volteggiarsi a volo.
E su per merli e for de gli balconi,
quei di diamante e questi di cristallo,
mill'altri con diversi canti e suoni
muoveno d'altri tanti un lieto ballo:
arpe, laúti, citere, lironi,
senza mai farvi punto d'intervallo,
addolciscon le orecchie d'uditori
al nome c'hanno impresso dentro i cuori:
al dolce nome sovra ogni altro grato,
nome amoroso, nome aureo e soave,
nome del mio Iesú forte, sacrato,
nome di grazie ponderoso e grave!
Non è macchia sí lorda di peccato,
che 'l dolce nome di Iesú non lave;
nome che chi noma in spirto, sente
mordersi 'l cuore d'un pietoso dente!
Quivi se non in danze e giochi stassi,
danze pudiche, giochi allegri, onesti:
chi su le penne, chi su lievi passi,
que' leggiadretti spiriti modesti
scorron il bel giardino, or alti or bassi,
quelli de' boschi per le cime, questi
per le fiorite piagge e verdi prati,
succinti o in bianche stole o nudi alati.
Altri con reti d'oro i pesci snelli
tranne di questo rio, di quello fonte;
altri tendon guazzarsi ne' ruscelli
chi piè, chi man, chi l'ale, chi la fronte;
altri celan archetti ai vaghi augelli
per macchie e ripe, o sotto o sopra un monte;
altri scaccian de' boschi e folti vepri
damme, conigli, cervi, capre e lepri.
Vidine molti ancora, con bei freni
di seta e d'oro, stringer lioncorni:
chi li rallenta il morso, chi 'l sostiene
con lievi sbalzi e volgimenti adorni.
Franguelli, piche, merli e filomene
con pappagalli, rondinelle e storni
volan di ramo in ramo, a schiera a schiera,
cantando la sua eterna primavera.
Eterna primavera qui verdeggia,
ché 'n le catene il Tempo giace altrove;
aprile quivi e marzo signoreggia,
né mai da l'ombre zefiro si move,
per cui soavemente sempre ondeggia
l'altezza de colline e poggi, dove
pini, cipressi, querze, faggi, abeti
adombrano vallette e campi lieti.
Quivi onoratamente fui raccolto
da duo barbati e candidi vecchioni.
L'uno fu Enocco, e l'altro che, distolto
di terra, ascese in ciel fra spirti boni,[327]
quando Eliseo videlo nel molto
foco volar a l'alte regioni.
Questi con lieto volto m'abbracciaro,
mostrando il mio advenir quant'ebber caro.
[327] Helias.
Vado fra loro poscia, lento lento,
favoleggiando verso il gran palaccio.
Ecco quegli angioletti, a trenta, a cento
lascian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio,
e vengono assalirmi in un momento
con un soave intrico e dolce impaccio,
perché mi carcan gli omeri, la testa
di sua leggiera salma e fanno festa.
Entrato ne l'adorna ed ampia stanza
non men di quelle del signor mio bella,
bella e gioiosa for d'umana usanza
(qual oggi a Marmiròl si rinnovella,
e qual li ombrosi campi sovravanza
in Pietole sul chiaro Minzio, e quella
ch'entro l'antiqua terra di Gonzaga
mostrasi al viatore tanto vaga),
trovamo un spacio quadro d'una liscia
piazza de marmi lustri ed altre pietre.
Ove nel mezzo la fatale biscia,
come sotto acqua fanno le lampetre,
sdrucciola quinci e quindi, ma non fiscia;
ché 'l capo ha di dongiella e par ch'impetre,
col vago suo sembiante, che chi passa
subitamente al suo voler s'abbassa.
S'abbassi tostamente a la sua voglia
di por le mani a quel vietato ramo
e dispiccarne il frutto, onde la doglia
succede poscia al nostro interno, Adamo;
lo qual non mai si vede senza spoglia,
se non dapoi che l'esca di quell'amo
l'attosca sí, che morto ne rimane,
fin che 'l rilevi poi lo empireo pane:
quel pane dolce bianco ed immortale
che pasce in ciel l'angelica famiglia.
Non è morbo né peste sí mortale,
che questo pan, salúbre a chi se 'l piglia
con salda fede, nol risani, quale
fu de' leprosi giá la maraviglia.
Ma guardesi chiunque indegnamente
a un sí soperbo cibo admove il dente!
Soperbo cibo, che d'umilitade
profundissima sorse in mia salute;
soperbo cibo, ove l'alta bontade
cercò d'erger a' morti la virtute;
soperbo cibo, il qual con veritade
convien che 'n corpo e sangue si trasmute,
in corpo e sangue de l'umano Dio,
che disse:--Or manucate il corpo mio!--
Ma come egli togliesse il grave assonto
in sé d'ogni mia colpa su la croce,
avrovvi a dir col tempo, s'io m'affronto
a un stil piú grave, e non piú che veloce.
Ché se d'altri concetti al giogo monto
col senso, non sussegue poi la voce
se non debile e inferma; come chiaro
si vede ch'io non so, ma tardo imparo.
Vedrò, se 'l debil filo non si taglia
nel mezzo del cammin di nostra vita,
quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia,
con vista piú vivace e piú spedita.
De' bianchi e negri spirti la scrimaglia
ben tengo de le muse al monte ordita;
ma ch'abbia, se non tutto, almen in parte
di Lodovico attendo il stile e l'arte.
Non piú Merlino, Fúlica e Limerno
oltra sarovvi, ma sol Triperuno.
Tratto son oggi mai di quell'inferno
ove chi faccia ben non vi è sol uno.[328]
Per te, Iesú, per te vedo e discerno
esser del cibo tuo sempre degiuno;
ed «ingannato al fine si ritrova
chi lascia la via vecchia per la nova».
[328] «Non est qui faciat bonum, non est usque ad
unum». DAVID.