Finito che fu dunque l'alto verbo,
benché infinito sempre lo servai,
disparve 'l mio Signor in un soperbo
triunfo tolto a mille e mille rai;
ma nel fuggir un sòno cosí acerbo
tonò dal negro ciel, ch'io ne cascai
come frassino o pino, il qual per rabbia
di vento stride e stendesi a la sabbia.
Vidi la cieca massa, in quell'istante
che 'l capo m'intronò l'orribil scopio,
smembrarsi in quattro parti a me davante,
ed elle sgiunte aver giá loco propio,
due parti in capo e due sotto le piante:
sommmistrarmi sento effetto dopio,
qual puro e caldo, qual sottil e leve,
qual molle e freddo, qual densato e greve.[294]
[294] «Iudicet qui potest an maius sit iustos
creare quam impios iustificare.» AUG.
Vidi anco le 'ncurvate spere intorno
de la terrestre balla farsi cerchio,
che rotan sempre e mai non fan ritorno:
sol'una è fatta a noi stabil coperchio.
Ma 'l ciel d'innumerabil lumi adorno
(un solo non mi parve di soverchio)
m'offerse al fin girando un sí bell'occhio,
che lui per adorar fissi 'l ginocchio.
Egli, sé alzando, tal mi apparse, ch'io
lasciai pur anco 'l fren in abbandono,
drieto a l'error del credulo desio,
che 'n tal sentier non sferzo mai né sprono.[295]
Ma strana voce, onde quell'occhio uscío,
mentre ch'assorto in lui sto fiso e prono,
scridommi come Paolo ai listri fece,
che di Mercurio l'adorâr in vece.
[295] «Facilis descensus Averni». VIRG.