FÚLICA, LIMERNO E TRIPERUNO

FÚLICA. In poco frutto reuscirebbe lo mio ragionamento assai lungo, se

primamente non mi movessi al sommo principio de tutte le cose, e

pregarlo ch'egli si degni aprirvi gli occhi ed il core, giá tanto tempo

fa cieco e da la veritade di lungo intervallo disgiunto.

Omnipotens pater, aethereo qui lumine circum

mortale hoc nostrum saepis ubique genus,

ut queat artificis tenebrarum evadere fraudes,

utve queat recti tramitis ire viam,

excipias animam hanc, usu quae perdita longo,

iam petit infernas non reditura sedes!

LIMERNO. Ah! ah! ah! ridi meco, Triperuno mio! vedi questo insensato

come ha pregato non so che suo dio per me, come se altro iddio fusse piú

di Cupidine da esser temuto e pregato.

TRIPERUNO. Ascoltiamolo, caro maestro, ché egli giá si leva da la

orazione.

FÚLICA. Ritrovandomi heri, per avventura, non molto luntano da la

spelonca mia col mio fidelissimo Liberato, da me molto amato e aúto

caro, avvenne che, vedendomi egli tutto nel viso maninconioso, di me

tenero e pietoso divenuto, sí come colui che di benigno ingegno era e

non poco mi amava, umilemente mi domandò la cagione per che sí tristo io

fussi e penseroso e quasi tutto in uno freddo ed insensibile sasso

tramutato. Ed appresso tanto mi pregò che insieme con esso lui in sin ad

un boschetto, lo quale assai vicino era a la grotta mia, ne andai.

Camminando dunque noi con lenti e tardi passi verso il delettevole

boschetto:--Deh!--dissi allora,--caro mio Liberato, giá fussi io morto

in culla! ché, poi ch'io mi sono dato a gli vani studi de la naturale

filosofia, a cercare di conoscere le proprietadi de le cose a noi

occulte e impenetrabili, non ebbi mai l'animo mio tranquillo né quieto,

ed ora piú che mai l'ho travagliato e de vari e diversi pensieri tutto

ripieno e distratto. Io non veggio omai quello che per me si debba

adoperare o credere; perché, se veraci sono gli evangelici dottori e se

parimente li sottili e tenebricosi maestri in teologia e nostri sofisti

dicono il vero; se li pontificali decreti ovvero umane leggi, che

vogliamo dire, ligano o ligar possiano le nostre coscienze; ed oltra di

questo se alcuni altri dottori moderni non sono né capitali nemici de la

vera fede né bugiardi, ma hanno la veritá ritrovata; a cui crederò io? a

cui prestarò fede? Nel vero, io non comprendo come tutti non possino

errare sí come coloro che omini sono, né mi può entrare nel capo come a

tutti egualmente noi debbiamo o possiamo credere. O miseri cristiani!

ov'è fuggita la ferma fede e piena di credenza de li venerabili

patriarchi, de gli santi profeti, de' poveri apostoli e de tutti i

nostri maggiori? Oimè! donde sono tante e sí diverse openioni? donde sí

contrarie sètte e sí ripugnanti? onde tante vane quistioni? onde tante

liti ed empie contenzioni? Se una è la fede e uno battesmo, poscia che è

uno sol Dio e un signore e fattore de tutte le cose, cosí invisibili ed

incorporee ed eterne come ancora de le visibili e corporee e mortali,

perché dunque siete voi tra voi tutti divisi?--Non cosí tosto quelle

poche parole ebbi detto, una asinina voce, subitamente rumpendo lo aere,

con soi pietosi accenti percosse le nostre orecchie.

LIMERNO. Ditemi la veritá, Fúlica.

FÚLICA. Io son presto.

LIMERNO. Donde veniti?

FÚLICA. Da Perissa. Per qual cagione questo mi domandi?

LIMERNO. Le parole vostre mi sapiono di Carossa: baldamente che Merlino

vi ha retenuto ne la catena sua! non gli è mancato una dramma, che

questo asino da la bocca vostra non abbia parlato!

FÚLICA. Anzi cosí chiaramente con queste mie orecchie io l'ho sentito

ragionare, come ora facemo noi.

LIMERNO. Con diavolo! ch'un asino ha parlato?

TRIPERUNO. Lasciamolo finire, caro maestro.

LIMERNO. Séguiti a sua posta.

FÚLICA.--Confortativi--disse quella voce--o boni uomini, e non abbiate

paura, ma siate di forte animo!--Per la qual cosa noi tutti sbigottiti,

dattorno vòlti, guardavamo se alcuno vi fusse che noi, senza esserne

avveduti, ascosamente ascoltasse. Ma nessuno vedendovi se non questo

asino, che vecchissimo essere pareva e molto attempato, il quale quivi

nel boschetto pasceva, essendo noi giá al fine pervenuti del nostro

cammino, vie piú che innanzi, la pietosa e lamentevole voce udendo,

temuto non avevamo, incomenciammo a stordire e forte temere, e varie

cose fra noi stessi a rivolgere.

Laonde questo asino, alzata un poco la testa, quasi sorridendo, un'altra

volta racconfortandoci disse:--Cacciáti da voi ogni gelata paura. Io

sono a voi da Dio mandato a mostrarvi la cristiana e vera fede e

sciolvervi ogni dubbio ed ogni vostra questione a finire e terminare.

Le quali parole udendo noi, quale e quanto fusse lo stordimento, voi da

voi stessi puotete pensare: dico che tutti li capelli se ne arricciarono

e, quasi perdute tutte le sentimenta, piú morti che vivi in terra

cademmo. Ma ritornate poscia in noi le perdute forze ed il natural

vigore e rassicuratene alquanto, lo comenciamo a scongiurare ed a

comandare da parte de Dio che, se ciò inganno fusse del diavolo, tosto

indi si dipartisse. Ma egli, che veramente da Dio era, tutto immobil si

stette; e per levarci ogni sospetto ed ogni dubbiosa mescredenza che ne

l'animo nostro nasciuta fusse o nascerci potesse, con voce assai umana

ed umile rispose cosí:--Quanto sia, figliuoli miei, da fuggire e

biasimare l'essere sciocco e imprudente, e troppo agevolmente e di

leggiero dare orecchie ed aver fede a visioni e parole, quantunque e

buone e veracissime quelle ne paiano, io non potrei giammai con parole

spiegare né con la penna scrivere. Ma colui, il quale vorrá piú

sottilmente con l'acume de lo intelletto considerare la cagione de tutte

l'umane miserie, non potrá certamente ritrovar alcuna altra che la

sciocchezza e la súbita ed empia credenza aúta da li nostri primi

parenti al velenato e mendacissimo serpente. Onde Cristo, che

troppo bene conosceva il malvagio ingegno di questo fallace

nemico:--State--disse a gli apostoli e a' suoi cari discepoli--saggi ed

avveduti a guisa de li serpenti e de gli aspidi sordi, i quali, come è

scritto nel salmo, si riturano gli orecchi acciò che non sentano la voce

né li versi de l'incantatore.--Perché io reputo gran senno a sapersi

guardare e defendere da gli agguati e da gl'inganni de l'infernale

Lucifero primo inventore e padre de la bugia. E voi bene in ciò e

saggiamente avete adoperato; ché, ancora che per avventura alcuna volta

il credere scioccamente non rechi il creditore né lo metta in grande

miseria, anzi il tragga da grave noia e da grandissimi pericoli e

ripongalo in sicurissimo e felice stato, non è perciò da commendare

molto, dove la instabile fortuna e non l'umano ingegno s'interpone. Né

per il contrario è da biasimare e riprendere colui lo quale, essendogli

la fortuna nemica e niente favorevole, si ritrova al fine in povero e

assai vile stato e in grandissima miseria, dove bene adoperare egli si

sia ingegnato, ponendo ogni sollicitudine ed ogni arte ed ogni forza per

potere a buono e laudevole fine condurre i fatti suoi. Ma lasciamo ora

stare cosí fatti ragionamenti, e sí per non esser troppo lunghi (ed in

quella cosa massimamente ne la quale non è di bisogno) e sí ancora per

potere piú pienamente ragionare de la cristiana fede, la quale assai

larga ed ampia materia di sé ne dará da parlare.

LIMERNO. Non mi maraviglio punto se, nel parlare, molto sète lungo e

fastidioso; e piú di noi, che stiamovi quivi ad ascoltare.

FÚLICA. Perché son io cosí lungo e fastidioso?

LIMERNO. La pienezza di quel vostro biancuzzo volto dicemi voi essere di

flemma tutto ripieno.

TRIPERUNO. Un flemmatico è dunque molto verboso?

LIMERNO. Sí, secondo li fisici nostri. Né solamente la flemma causa

moltiloquio e nugacitade, ma tutte l'altre operazioni del corpo rende

piú tarde e pegre; al contrario d'uno che collerico sia, lo quale il piú

de le volte le cose comencia due fiate, non riescendogli bene la prima

per l'ingordigia solamente del soperchio desiderio.

TRIPERUNO. Tu vòi forse inferire che egli flemmatico ti neca!

LIMERNO. Che vòl dir «neca»?

TRIPERUNO. «Ammaccia», «uccide», «ancide».

LIMERNO. Anzi gli sta cotesto vocabolo molto bene, ché fermamente non

trovo «morte» a quella d'una lingua, quale è quella d'un Alberto da

Carpo di testa rasa.

TRIPERUNO. Io molto bene lo riconosco, lo quale, giá d'anni carco ed

attempato, ha fatto la piú bella pazzia che fusse mai, che dirotti poi;

ma fra l'altre sue vertú è mordacissimo, loquacissimo e vanissimo: ed

appresso lui un Sebastiano non men[256] di lui chiacchiarone e

puzzolente di bocca, lo quale mentendo fassi fiorentino.

[256] Sebastiano di patria oscuro.

LIMERNO. Megliore vendetta non si può fare che scrivere (se non ti

lasciano stare) li soi costumi.

TRIPERUNO. Anzi odi questo mio tetrastico de la nugacitade di quello da

non nominare Alberto, fondato sopra questo verbo latino:

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 149 / 222 题