I o tratto a l'ombra d'un gentil boschetto
V idi, giacendo su la piaggia erbosa,
S tarsi donna solinga e penserosa,
T urbata in vista, col mento sul petto.
I n tal vaghezza stava, ch'ivi intorno
N é fu pianta né augel che non movesse
A lei mirar e seco ne piangesse.
I' mi le appresso e per veder m'abbasso.
V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso,
S i mi scoperse in lei tal paradiso,
T al, dico, che mi fece d'uom un sasso.
I n me si volse e disse:--Fa' ritorno,
N é star qui meco ove star sola deggio
A pianger quel che, tarda, in me correggio.
I l dolo amar che piú sempre si acerba
V ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235]
S on bella, come vedi, e mi raccoglio
T utta sovente in donna, ma soperba
I nalzo lei cosí, che 'n questo scorno
N e son rimasta, onde l'alta bontade
A ma suppor l'orgoglio ad umiltade.
[235] «Fastus inest pulchris sequiturque superbia
formam». OVID.
I n queste bande su dal primo cielo
V ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stella
S cendesse umile assai di me piú bella.
T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l velo
I n cerco de ligustri e rose adorno.
N acque non per mostrar quant'è bellezza,
A nzi, benché sia bella, lei disprezza.
I o son (perché ti miro star sospeso)
V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236]
S ol de le donne i volti, ma ritrose
T utte le faccio e di cuore scorteso
I n lor amanti, cui di giorno in giorno
N udrendo van di speme, e mai non giunge
A lor il patto, ma si fa piú lunge.
[236] «Fallax gratia et vana est pulchritudo».
PROP.
I n questo l'alto padre piú adirato
V er' me ch'abbello i visi e i cuor inaspro
S culpendo lor di porfido e diaspro,
T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenato
I n quelle belle membra ove soggiorno.
N on fa soperbia mai, non schivo sdegno,
A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.
I l nome suo dal ciel in terra stette.
V olendolo saper, fa' che misure,
S cendendo d'alto, le maggior figure:
T re volte e quattro il trovarai di sette
I n sette versi.--Allor indi mi torno,
N é possio piú di lei dolermi fina
A tanto che sei nosco, alma divina!