LIMERNO. Ah! ah! ah! tu mi rumpi de le risa il petto con questa tua
gentil Camena. Veridico filosofo ben fu quello che disse: lo ranocchio
non sapersi comportare del suo fango fora.
MERLINO. Non mi dar piglio a la coda, Limerno, ch'io so meglio mordere
che tu pigliare.
LIMERNO. Non ti adirare, prego, ché d'adirarti causa non è. Giá cotal
proverbio non dissi per biasmo tuo, anzi contra me solo volsi accennare,
che via piú sono manco agevole a dir latino che toscano.
MERLINO. Ed io similemente trovomi essere manco idonio ad ascoltare
toscano che bergamasco, e questo men aggradiscemi del romano o vòi
latino. Dilché se hai pur a dirne piú, ecco ai nomeri latini mille
orecchie ti spalanco e sbaratto.
LIMERNO. Di qual nome fassi degno, Merlino mio, un uomo che ingrato sia?
MERLINO. Dilli ragionevolmente «bestia».
LIMERNO. Cosí da bestia te ne voglio trattare uno. Or odi:
Iam geris humanos nec quidquam, perfide, vultus,
iam cole cum nemorum stirpe, ferine, nemus,
immemor accepti qui muneris infremis instar
belluae, et in nostrani saevis, inique, fidem.
Prodis amicitiae foedus, nec te pudor ullus
arguit! i, pete (vir non eris inde!) feras.
Chiamavasi costui per nome Urbano; e male convenivagli veramente, ché
mai né il piú scortese né il piú rozzo né il piú aspro si puote vedere
di lui fra quante ville di Padoa o Vicenza si trovano. Del quale fu giá
composto quella similitudine contraria:
Lucus luce carens nomen de luce recepit;
bellum, quod bellum sit minus, inde venit.
Hinc quoque te Urbanum merito appellamus, ut isto
nomine rusticitas sit tua nota magis.
Deh! pregoti, amantissimo Merlino, lasciami ch'io canti di Amore in
toscano idioma, ché veramente non so io piú che dirti latino.
MERLINO. Non lo farò io giammai: tu canti a me e non a te.
LIMERNO. Non voglio per niuna guisa esserti ritroso; e perché di cotesta
materia latina ho molta penuria, e tu vi hai pur piantato ostinatamente
lo chiodo ch'io non debbia se non latinamente cantare, non mi ritraggo a
dirti alquanti versi da me ancor fanciullino composti, trovandomi su
quello di Ferrara in certa villa, mandatovi da mio padre per imparare
lettere appresso d'un prete, lo quale molti scolari teneva soggetti, e
piú li belli che li brutti; nel qual luogo, per corruttela di grosso
aere, soprabbondavano tante biscie, rane, zenzale e pipastrelli, che uno
inferno mi pareva di tormentatori. Laonde, ritrovandomi ogni sera in
guisa d'un Lazzaro mendico tutto da le punture di quelli volatili
animaluzzi impiagato, cosí al mio maestro puerilmente recitai: