Stavami un giorno fra li altri col mio maestro Merlino su la ripa d'un
rapidissimo fiume di latte, lo quale, impetuosamente le fragil sponde di
pane fresco diroccando, un suavissimo talento di mangiar suppe di cotal
mistura porgevaci. Ma io talmente trovavami esser allora di frittelle
compiuto e satollo, che (in mia laude vo' dirlo!) col dito per la gola
quelle toccare averei potuto: laonde mi fu mistero la cintura, se
scoppiare non vi voleva, rallentarmi su' fianchi. Vero è che 'l mio
precettore, assai di me non[200] pur meglior poeta, ma bevitore,
mangiatore e dormitore, tutto che di quelle istesse frittelle dovea
ripieno essere, niente di meno erasi pur anco apposto agiatamente a
l'impresa di espugnare un capacissimo vaso di lasagne, non giá di pasta
per zappatori usata, ma di pellicole de grassi capponi, li quali de
l'istesso colore, c'hanno la testa li giudei, erano. E mentre io, con
seco favoleggiando, mi trastullo in veder un porco col griffo nel
caldaio di broda lí guazzare, ed egli per non perder il tempo mi ascolta
solo e mai nulla risponde, ecco vi sovraggiunse un damigello, d'aspetto,
per quel che mi ne parea, molto gentile e saputo, lo quale una sua cetra
soavemente ricercando, cosí accomodatosi con la voce al sòno e
appoggiatosi ad un lauro a lui vicino, disse:
[200] «Non immerito medici fidi cibo et crapula
distensos scaeva et gravia somniare autumant». APUL.