TRIPERUNO

Io da' pastori alquanto dilungato,

con quali esser mai giunto ancor mi dole,

d'un monticello in largo e verde prato

mi porto, giú, fra rose, gigli e viole;

poi dentro ad un antico bosco entrato,

tanto vi errai che sul montar del sole

si m'appresenta un'ampio e bel palaccio:

cerco l'entrata e presto vi mi caccio.

Nòve cose giammai non anti viste

veggio fra quelle mura in un vallone,[162]

di urtiche, vepri, spine e lappe miste

densato sí, che mai non vi si pone

piede senza lacciarlo a l'erbe triste,

e farsi, o voglia o no, di lor prigione;

ma sí mi preme l'ira d'una donna,

ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.

[162] «Fidelis Deus est qui non patietur vos

tentari supra id quod potestis». PAUL.

Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163]

pallida in volto, magra e macilente,

con voce altéra minacciante acerba

seguivami gridando:--Mai vincente

uomo non fia, se l'animo non serba

a' miei flagelli forte e paziente!--

Io allor m'offersi al suo comando, e presto

scorro di qua di lá, né unqua m'arresto.

[163] Tentatio.

Dov'ir mi deggia segno non appare

di bestial non che d'uman vestigio:

di che sovente fammi traboccare

de panni co' miei passi gran litigio,

fin tanto che, sul lido accosto il mare

giunto, m'assisi stanco a gran servigio

di nostra fragil vita, e poi mi levo,

e del cammin doppio pensier ricevo.

Se al dritto o manco viaggio me ne vada

non so, ché nòve m'eran le contrate.

Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada,

ecco a le spalle, co' le labbra infiate

di sdegno, m'è la donna tutta fiada

quanto mai fusse nuda di pietate.

--Tu vòi pur anco--dice--chi t'accolga,

rubaldo, e ne' capei le man t'involga!--

Io, dal spavento piú che mai commosso,

lungo la manca spiaggia formo e stampo

miei passi, lor frettando quant'i' puosso,

sin che dal suo furor mi fuggo e scampo.

Cosí infelice non piú aver riposso

giammai vi spero; e d'uno in altro campo,

qual timidetta lepre, uscendo, un fosco

antro di spine trovo e vi me 'mbosco.

Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!),

ecco si mi raffronta un uomo strano,

anzi doi, sgiunti fin a la cintura:

piú mostro assai che finto non fu Giano

o Proteo falsator di sua figura;

tal anco è scritto Castor e 'l germano,

ché sol due gambe quel corporeo peso

di duo persone tengono sospeso.

Ei, quando avanti lui giunto mi vide,

scosse le membra e tutte si li ruppe.

Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ride

e par che 'n altri volti s'avviluppe.

I non era né Teseo né anco Alcide

o chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164]

che fronteggiar bastassi un mostro tale;

onde spiegai pur anco al corso l'ale.

[164] Febo.

Per un sentier (sol un sentiero v'era)

sferzo me stesso, e gran téma mi punge.

Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fiera

esser mi vidi al trar d'un arco lunge,

fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165]

forma cangiando, in doi corpi si sgiunge:

questo di donna, vago, pronto, ameno;

quel d'un formoso e bianco palafreno.

[165] Bis fugienti laqueus inicitur.

Oh qual mi feci a l'apparir di loro

sí grata vista e dolce leggiadria!

Mill'altre prime facce assai mi fôro

moleste in cui cangiato egli s'avia,

ché né orso né leon né pardo o toro

né cervo né animal chi chi si sia,

gradir mi puote, anzi mi fe' spavento:

di questi doi sol ne restai contento.

Ella, succinta in abito gentile,[166]

tra fiori a l'aura si rendea piú degna.

Vidi anco intorno lei (sí 'l feminile

aspetto valse) con lor verde insegna,

stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprile

la terra far d'assai colori pregna,

e su per folte macchie lieti e snelli

facean cantando errar diversi augelli.

[166] «Templum est super cloaca aedificatum». SEN.

Piú bello, altero, candido e vivace[167]

nullo animal di questo vidi mai;

tanto mi piacque allora, che 'l fugace

e timido desio presto frenai,

volgendol tutto ove sperava pace

in duo begli occhi, anzi potenti rai,

ch'umilemente alzati sol d'un cenno

quanto temea davanti obliar mi fenno.

[167] «Bona domus, malus hospes». SOCR.

Tratto dal mio voler giá torno in dietro

e di mai non partirmi da lei bramo.

Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetro

è giá salita, e d'un frondoso ramo

di mirto il tocca e contra un folto e tetro

bosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo,

correndo a tergo, me ne doglio e strazio,

e luntanato son da lei gran spazio.

Per un sentier, colmo di tòsco e fèl va

battendo sempre il palafren da tergo,

tanto che scórse ne l'oscura selva

e mi si tol di vista; ond'io sol m'ergo

de l'orme ai segni (ché si vaga belva[168]

perder non voglio), e tutto mi sommergo,

non, pur d'averla, ne le insane voglie,

ma ne' intricati rami, sterpi e foglie.

[168] «Malorum esca». PLAT.

Tanto durai nel corso a quella traccia,

ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,

la via par che 'n duo branchi vi si faccia,

qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;

di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,

fin ch'una turba di polite donne[169]

mi fûr in cerco, e losingando parte

di loro a manca man mi tranne ad arte.

[169] «Voluptates blandissimae dominae maiores

partes animae virtute detorquent». CIC.

Quivi d'accorte e ladre parolette

foggia non è che non mi circonvenga;

ma l'altra parte di luntano stette

pensando in quale guisa mi sovvenga.

Io, che fra tanto sono entro le strette

d'abbracciamenti e garrula losenga,

irmene al manco viaggio mi delibro;[170]

ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.

[170] «Genus servitutis est coacta libertas».

ARIST.

Un cribro in mano la dongella tiene,

d'acqua ripieno, e goccia non si versa,

che di la turma luntanata viene,

gridando forte:--Non far, alma persa,

non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,

ché non sai quella via quant'è perversa.

Ma qui piuttosto volge a la man destra,

che da l'errante volgo altrui sequestra.--

A la cui voce giá lo entrato piede[171]

ritrassi al modo di chi un serpe calca.

--Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,

--risposi a lei--dove 'l mio ben cavalca?

Perché fra voi questo altercar procede?

perché tanto di tempo mi diffalca?

Quella sen fugge e tuttavia non cessa,

onde non spero mai piú veder essa.

[171] «Consilio, non impetu opus est». CUR.

--Lascila gir--diss'ella,--ché la truce[172]

e pestilente donna, tuo malgrado,

de l'improba Fortuna ti conduce

al seggio incerto ed a l'instabil guado.

Ma se tu segui me, ti sarò duce

nel destro calle, ove di grado in grado

montando, e non col volo di fortuna,

vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.

[172] «Tristes voluptatis exitus». BOËT.

Or viemmi dopo, ché su l'alte cime

di sapienza trovarai l'ascesa.

Fuggi costoro, perché al fin de l'ime

valli d'errore mostran la discesa.--

Allor io per costei lascio le prime

e seco me ne vo; ma gran contesa

ecco nascer fra l'una e l'altra turba,

che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.

E prima di parole tanta rabbia

si sullevò tra quelle donne e queste,

che non bastò menar con scura labbia

la lingua e denti, ma l'ornate teste[173]

vengon a scapigliarsi, e su la sabbia

giá molte veggio, per l'orrende peste

de' calci e pugna, traboccar avvolte.

Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.

[173] Mens nostra quae in dubio pendet, huc illuc

facile agitatur.

Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]

tosto la pugna fu da lor divisa:

chi si racconcia il sino e chi le flave

chiome si annoda e chi di dar sta in guisa.

Ma la matrona con parlar soave

voltossi a me dicendo:--Qui s'avvisa

per me qual porta entrar deve chi brama

o quinci o quindi racquistarsi fama.

[174] Eleutheria.

Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,

i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]

ti mostro aperte.--E detto ciò, s'appoggia

sul petto il viso di Vertute e sorte

fra le colonne. Ed io ne stava in foggia

di chi non sa de le dua porte apporte

quale si prenda, s'una prender deve;

e mentre dubbia, gran duolo riceve.

[175] «Quid autem est libertas nisi potestas

vivendi ut velis?». QUINTIL.

La destra via mi elessi finalmente:

cosí movea di Nursia il saggio spirto.

Ma le sinistre donne, triste e lente,

trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.

Quivi tra loro un lupo immantenente

comparse (onde non so) minace ed irto,

del quale una di lor, se ben rimembro,

svelse sdegnando il genitale membro.

Poscia chi per il piè, chi per l'orecchia

lo tranno a terra giú quelle fanciulle,

mentre l'altare e 'l foco una apparecchia.

Ciascuna par che 'n quello si trastulle

svenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchia

tanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176]

le vidi esser cangiate a me davante,

e 'l foco stesso le arse tutte quante.

[176] Omnis mappa redditur ad stuppam.

E 'l mirto similmente in altra forma

mutarse vidi, ch'ogni suo rampollo

contrasse al tronco dentro, e si trasforma

in bella donna, e gambe e braccia e collo;

e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma,

prende a l'orecchia, e dritto sullevollo,

cangiato omai di lupo in un destrero:

sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero.

Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto,

acuto sí, ch'anco smovermi puote

dal bel proposto e farmi sordo e muto

a le preghiere d'ogni effetto vòte

de l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177]

d'infamia contra il ben che mi percuote,

e gridami nel capo, mi urta ed ange,

ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange.

[177] Praecipiti animo nullum est consilium.

Onde le donne insieme neghittose,

poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura,

in un pratel de gigli, viole e rose,

sott'ombra de la petrarchesca Laura,

stetter in cerchio contra me sdegnose;

ed un quadrato altare qui s'instaura,

sul qual, mentr'arde un tenero licorno,

ivan quelle piangendo intorno intorno.

Io pur, quantunque l'ascoltassi invito,

la fin volsi veder del sacrificio,

ch'un nuvol bianco su dal ciel partito

sí mi l'ascose, e per divin giudicio

tal tono seco fu, che tutto 'l lito

tremò d'intorno, e sparve lo edificio,

le donne, la matrona e 'l nuvol anco,

restando pur la via del lato manco.

Stavami, su quel punto che la terra

tutta tremò, non men for di me stesso

che 'l viandante, il quale mentre ch'erra

cercando un tetto, perché un nimbo spesso

li tona in capo, il fulmine si sferra

dal ciel gridando e piantasigli appresso,

ché un'alta pioppa in sua presenzia tocca

e tutta in foco e fumo la dirocca.

--Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,

ché bella botta non mai colse augello!--[178]

A cotal voce rivoltai la faccia,

ed ecco un uomo lieto, grasso e bello

mi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia.

S'io gli fussi figliol, padre o fratello,

io l'addimando vergognosamente.

Chi fusse, egli rispose immantenente.

[178] Epicuro conveniens sententia.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 71 / 222 题