CORONA.

Arguto ed ingenioso fu questo da te pensato soggetto, Livia cara; ma non

tanto a l'intenzione di tuo zio mi par agiatamente accascare, quanto

quello ch'heri ti dissi ed ora sono ad ambe dua per ragionare. Move

dunque mio fratello piú generalmente il voler scrivere di qualunque

altro uomo che del suo proprio fatto; onde ne la prima «selva» narra la

infanzia e puerizia umana, ne la seconda la precipitosa giovenezza, ne

la terza la matura e virile etade.

Or dunque, ne la prima descrive in quanti affanni e travagli qualunque

uomo, per fallo del primo nostro padre Adam, nasce in questo mondo,

chiamandovi Natura «crudele matregna»: da la quale di scorze, peli,

piume e squame provveduto viene ad ogni altro animale quantunque

vilissimo; ed egli solo, nudo nascendo, non ha schermo alcuno e difesa

contra le ingiurie del tempo. Ma poscia, per beneficio de la industria

ed arte pervenuto a la puerizia, dimanda quella «l'aurea etade», perché

la innocenzia del fanciullo sen passa quel poco di tempo senza sapere

che sia rigidezza di legge, téma di tiranno ed inquietudine di avarizia.

Uscito poi egli dal bel giardino di puerizia, entra ne l'impetuosa

giovenezza, la quale, innanzi che da l'ardente desio anco non vien

assalita, comincia, con la mente tutta svegliata, de l'esser non pur

suo, ma d'ogni altra cosa a ripensare. E quivi, ne la seconda «selva»,

mio germano, in persona (come giá sopra dissi) d'ogni altra razionale

creatura, fingesi trovar pastori, e Cristo Iesú tra quelli nasciuto, per

darci questo avviso: che l'uomo, quanto prima ne gli anni di ragione

entrar comincia, per favore del suo bon genio, incontanente ricorre a la

cognizione di veritade, la qual è Cristo nostro Servatore. Ma, levatasi

poi la consueta tempestade di nostra carne, ecco la voluptade, ecco 'l

desio sotto il viso di vaga dongella, sul sboccato cavallo de la

delettazione, lo riconduce al varco de le due strade, per tirarsilo

drieto a la sinistra del vizio, lasciando la destra de la veritade.

Quivi dubitoso, ne la prima giunta, stassi ove gir si debbia: quinci, da

belli e boni avvisi a la destra invitato; quindi, da gli umani piaceri

combattuto che egli muovasi a la mancina. Soperato dunque e vinto

finalmente dal fugace desio, vágli impetuoso drieto, dovunque la falsa

incantatrice, losingando, a sé in guisa di calamita lo smarrito animo

tira, passando tutta fiata per sogni, chimere ed amorose favole, quali

sono le «fizzioni macaronesche», come gli appellano, di Merlino, li

sonetti, ed altre assai vane frascuzze, per signar il tempo da la

giovenezza inutilmente trapassato, in fin che poi nel laberinto di

qualche travaglio si ritrova essere: cosa che 'l piú de le volte dopo

gli piaceri sòle a gli gioveni accascare.[6]

[6] Vexatio dat intellectum.

Laonde, come ne la terza «selva» noi leggemo, l'uomo angustiato ricorre

al divino suffragio: e Cristo gli appare bello e pietoso, cavandolo

benignamente di quella ignoranzia d'amore, e talmente li tocca il core,

che 'l giovene, giá venuto virile, si mette in considerazione di quanto

mai fece Iddio per l'uomo. Dil che mio fratello sopra questo finge che,

avendo Cristo ricevuto il core da lui, criògli tutto quanto il mondo, e

al paradiso terrestre dricciatolo, gli comanda che, pascendosi egli del

legno de la vita, il quale ha di sua grazia in sé la figura, non gusti

per niente di quello del bene e male; il quale a me par dover

significare che l'uomo, facendo le bone opere, quelle non debbe a soi

meriti tribuire, anzi tutte nel divin favore collocarle. Tal è dunque il

concetto mio dal _Caos_ divenuto.

Caos del Triperuno Opere Italiane Vol. 1 · 第 15 / 222 题