Un feroce uomo, il signor Parlagreco, scrive nell'_Arcadia_, giornale
boscareccio fondato in Napoli per combattere o per abbattere la baracca
bisantina: «Non voglio richiamare gli sproloqui dello Scarfoglio contro
Felice Cavallotti; sono morti prima di nascere, e il popolo italiano, o
repubblicano, o moderato, o codino, va sempre entusiasta _per_
applaudire il _Cantico dei cantici_, la _Sposa di Menecle_, e aspetta
con ansia il _Povero Piero_, il _Nicarete_, la _Lea_, ecc.» Non io certo
vorrò ricercare se la sintassi e l'ortografia di questo bollente signore
abbiano le carte in regola per viaggiare attraverso le terre della
repubblica letteraria: di questo egli darà conto agli dèi grammaticali.
E nè meno io mi curerò di appurare se il signor Parlagreco abbia il
diritto e il dovere di parlare in nome del popolo d'Italia. Veramente,
poichè il popolo italiano non parla greco, non parrebbe; ma forse questo
signore è della famiglia dei greci cavallottici procedenti
dall'_Alcibiade_, e allora s'intende ch'egli reputi in piena fede di
parlare italiano. Ma ciò non mi preme: veggano il signor Parlagreco e il
deputato Cavallotti di regolare i loro conti glottologici col popolo
italiano; io non ci entro. Solamente a una cosa non mi so rassegnare, ad
essere accusato d'avanti alla nazione italica d'un peccato che non ho
ancora commesso. Quali sono gli _sproloqui_ contro il deputato
Cavallotti che il signor Parlagreco non vuol _richiamare_? Io sono
tuttavia innocente, e con piena purità di coscienza mi accingo ora a
peccare. Col deputato Cavallotti io ho spezzato il panettone
dell'amicizia e bevuto il Chianti della fraternità repubblicana una sera
che nel palazzetto Sciarra l'associazione dei diritti dell'uomo
celebrava il suo trasmutamento di sede; di poi niun altro contatto o
contrasto ho avuto con lui, se non quello significato dai documenti che
ristampo dalla _Cronaca Bizantina_ del 1º settembre 1883. Eccoli:
«Pregati dal nostro amico E. Scarfoglio, riproduciamo qui sotto, dal
_Fascio della Democrazia_, due lettere che lo riguardano, e in pari
tempo una sua risposta, che il _Fascio_, non si sa perchè, si è ricusato
di inserire.
Appagando il desiderio del nostro amico Scarfoglio, crediamo non inutile
avvertire che la _Bizantina_ intende rimanere assolutamente estranea a
questa polemica.
_La Direzione._»
«Un infelice qualunque, affetto da grafomanìa, certo Scarfoglio,
affligge i lettori della _Domenica Letteraria_ con una brodosa e
sgrammaticata tiritera, per raccontar loro la storia decennale del
giornalismo di Roma dal 1870-1880. L'argomento sarebbe, in sè, non privo
d'interesse e meriterebbe, certo, di meglio che un Tucidide così male in
gambe. Al qual Tucidide io sono tanto mortificato di non essere nelle
buone grazie, ma non so che farci e non posso disperarmene: anzi son
molto contento che egli trovi i miei versi _sbagliati_, perchè così
almeno tornano, e che la mia _Luna di miele_ non piaccia a lui, perchè
così almeno piace a me e ai pubblici, che val meglio. Per contentar lui,
l'avrei dovuta scrivere probabilmente com'egli scrive i suoi articoli: e
allora — poveretto me! — i pubblici invece di applaudirmela m'avrebbero
tirato le panche sulla scena, e invece di smaltirne quattro edizioni in
pochi dì, me l'avrebbero lasciata a disposizione dei topi in magazzino,
come una pappolata di uno Scarfoglio qualsiasi.
Ma se gli autorevoli giudizi estetici di un critico così illustre mi
fanno buon sangue, mi sorprende invece che Ferdinando Martini, il quale
ad essere gentiluomo ci tiene e m'ha assistito in questione d'onore —
che Luigi Lodi il quale di questioni simili anche lui ne ha avute meco —
lascino stampare in _un giornale loro_ — al mio indirizzo — allusioni a
questioni d'onore — d'un buon gusto e d'una delicatezza da offendere le
più elementari regole della creanza cavalleresca.
E sì gli amici Martini e Lodi, i quali mi conoscono di vista, dovrebbero
sapere, non foss'altro in linea di fatto, che la mia _fronte_ sinora non
è segnata da nessuno: il resto della mia pelle non dico, ma nessuno me
l'ha mai chiesta per farne pelle di tamburo. E si avrebbero _(sic)_
anche potuto risparmiare l'incomodo di esibire ai loro lettori in trofeo
la suddetta mia _fronte segnata_ (sic) _dalla sciabola di Arbib_.
Non foss'altro per non mettere in ridicolo il signor Arbib, sorpreso di
vedersi tramutato in eroe marchiatore di democratici, e per non lasciar
mettere in imbarazzo con una frase ineducata i padrini di quel duello,
colleghi miei e dell'onorevole Martini. I quali avrebbero potuto
spiegare a lui più in disteso ciò che venne a mia domanda sommariamente
inserito nel _verbale_ stesso di quella vertenza; cioè come e qualmente
il signor Arbib, rompendo sempre indietro sin che fu stretto e investito
a mezza sciabola da me, mi venne, allora, quasi letteralmente, levato di
mano dai padrini, mentre io mi trovavo a vari passi _più in là del posto
ov'egli era_ al principiare dello scontro. Pantomima che il _verbale_
con eufemismi morbidi ma chiari così narra: «L'onorevole Cavallotti
_avanzandosi e così essendosi trovati_ gli avversari _a mezza sciabola_,
i padrini ordinarono la cessazione dello scontro _per presunta ferita
dell'onorevole Arbib_.» Pantomima che poi l'onorevole Pullè, del signor
Arbib padrino, e regolatore del duello, traduceva in moneta spicciola,
quando, alle vive lagnanze del sottoscritto perchè si fosse arrestato in
quel momento lo scontro, rispondeva _testualmente_ di _averlo fatto per
riguardi di umanità, perchè vedeva il signor Arbib perduto_. — E i
padrini colleghi assentivano.
Fu per questo motivo che non ritenendo esaurita una partita passata in
tal modo, rifiutai di stringere, dopo lo scontro, la mano
dell'avversario, verso il quale, del resto, nessun astio mi muove. E mi
duole che la goffaggine ineducata di un ragazzo ignaro del galateo di
queste questioni m'abbia — e proprio in un giornale di F. Martini e L.
Lodi — costretto a ritornare su quello spiacevole incidente, e ad uscir
dal silenzio che per ragioni di cortesia — verso di me non usata — mi
ero imposto fin qui.
Milano, 20 agosto.