La visita di Sua Maestà

Il 12 dicembre 1873 S. A. R. il Principe Reggente ritornò a Corte da

una partita di caccia verso le due pomeridiane. Il conte B., Presidente

del Consiglio, lo attendeva ed ebbe subito con lui un colloquio che non

durò meno di venti minuti. In seguito a questo colloquio S. A. R. si

recò immediatamente negli appartamenti della Principessa Guglielmina,

sua moglie. Due dame d'onore che erano presso l'augusta Signora,

vedendo entrare S. A. R. in abito da caccia e con un viso molto serio

giudicarono che vi fosse qualche novità e si ritirarono. Allora il

principe domandò a sua moglie se sapesse che il senatore H. era agli

estremi. Certo lo sapeva; la Corte mandava tre volte al giorno a casa

H. a prendere notizie.

«Ebbene, — disse il Principe, — il conte B. vuole ch'io ci vada.»

Il senatore H., illustre storico e filosofo, era considerato una

gloria nazionale. Fiero repubblicano nella sua gioventù, nemico quasi

personale del Re, si era poi riconciliato, per effetto, sopratutto,

d'una vanità smisurata, con la monarchia, ma senza modificare le

sue idee filosofiche e religiose, abborrite dalla pia Principessa

Guglielmina.

«Naturalmente tu non ci andrai» — diss'ella. S. A. R. s'irritò

moltissimo e rispose che ci andrebbe. In fatto egli non avrebbe

voluto andarci e si era difeso a lungo contro il suo ministro. Non

sapeva apprezzare il valore intellettuale di H. Quella sua clamorosa

incredulità gli era antipatica e le ingiurie scagliate contro il

defunto suo augusto fratello gli erano rimaste fitte nel cuore, anche

dopo la conversione del filosofo alla monarchia. Ma S. A. era debole e

non aveva saputo resistere al ministro che gli parlava di un onore da

rendere a H. in ossequio al sentimento nazionale, del pericolo che un

rifiuto fosse attribuito ad influenze clericali: perchè questa visita

era stata, incredibile a dirsi, sollecitata segretamente dagli amici e

dagli aderenti del moribondo. Il Principe, malcontento di aver ceduto,

si adirava ora con sua moglie appunto perchè ella gli parlava come la

sua propria coscienza: mentre egli era venuto da lei con la speranza

dell'opposto. Si sfogò a dirle che le donne proponevano sempre vie

molto semplici, ma che la questione era complessa, che il perdono delle

offese era poi anche un atto cristiano, che una buona moglie avrebbe

dovuto meglio apprezzare la sua posizione delicata e difficile davanti

al ministro e al pubblico. La Principessa lo rimbeccò vivacemente

e finì con dirgli che se si fosse trattato di ***, il suo scrittore

favorito, il Principe Reggente non si sarebbe sicuramente mosso di

casa.

«Quello è un galantuomo, — rispose il Principe. — Al suo letto di morte

vi sarà Domeneddio. Quest'altro si contenterà di me.»

Ed ordinò ad un aiutante di far subito dire a casa H. che S. A. R. ci

sarebbe andato alle quattro.

La Principessa Guglielmina, appena fu sola, fece chiamare in fretta

un canonico della Cattedrale, ch'era il suo elemosiniere privato e il

suo segreto agente nei molteplici affari di coscienza cui S. A. R.

alquanto _tracassière en bien_, secondo la frase di Chamfort, amava

immischiarsi senza ricorrere al grande elemosiniere di Corte. Ella

volle sapere dal canonico se l'Autorità ecclesiastica avesse tentato o

fosse per tentare qualche cosa presso H. che nella sua prima giovinezza

era stato credente e aveva note relazioni d'amicizia con un vescovo. Il

canonico disse che la Curia aveva fatto qualche passo, ma inutilmente.

Quand'anche il moribondo avesse avuto buone disposizioni, non sarebbe

stato possibile di giungere a lui, tanto era guardata la sua anticamera

dal nemico. La principessa si sdegnò di questa rassegnazione e osservò

che Iddio può aiutare contro migliaia di guardie, ma che i suoi

ministri non debbono smarrirsi d'animo. Allora il canonico, forse

alquanto punto, mostrò di farsi animo a dire una gran cosa e confidò

a S. A. che, ad insaputa dell'Arcivescovo e della Curia, un prete

avrebbe tentato di penetrare nella prossima notte presso l'infermo,

pigliando il posto della infermiera con la quale era stata già presa

ogni intelligenza opportuna. La Principessa battè le mani. E chi era

questo prete? Forse egli stesso? No, era il tale, un gran sollecitatore

di elemosine, che la Principessa conosceva, un sant'uomo, corto di

cervello, entusiasta, imprudente, uno che vedeva miracoli dappertutto

e ne aspettava ogni momento. S. A. fu mediocremente soddisfatta della

scelta, ma quando seppe che scelta non c'era stata, perchè il prete

aveva detto lui a un amico di voler far questo colpo, ella si acquietò

all'osservazione del canonico che ogni più disgraziato strumento può

diventar buono in mano di Dio.

*

* *

A casa H. la gente andava e veniva come nel palazzo di un principe

fallito dove si tenesse una asta colossale. Infatti molti vanitosi,

avidi di riputazione per lusso e molti figuri avidi di riputazione

per necessità, venivano lì a pigliarsene un pezzo a buon mercato

dicendosi amici del grand'uomo, il quale, del resto, se possedeva

un amico nell'Episcopato cattolico, ne contava poi troppi altri nel

laicato canaglia; amici questi della sua gioventù ribelle, che, salendo

lui in fama, gli si erano appiccicati a' panni per modo ch'egli, pur

desiderando levarseli d'attorno, non vi era riuscito mai.

Nella stanza del malato e in un salotto vicino aveva posto il suo

quartier generale uno stato maggiore di questa gente, i più audaci,

i più violenti, i più famigerati, tutti bigotti dell'ateismo. La

timida famiglia del professore, una sorella e un cognato, era stata

messa da parte quasi colla violenza e coloro avevano preso possesso

di H. come di una loro proprietà. Avevano fatto sostituire il medico

ministeriale ad un professore radicale e avevano proibito di lasciar

entrare preti; nè frati, nè suore. Ricevevano e aprivano i telegrammi,

facevano pubblicare i bollettini; si facevano accendere gran fuochi nel

caminetto e si ristoravano spesso col porto o col marsala e col cognac

di casa. Uno si arrischiò una volta a fumare, ma questo non fu ammesso

dalla maggioranza. Si erano tanto compenetrati nella persona del loro

illustre amico che, rispondendo a chi domandava notizie di lui, usavano

sempre il nominativo plurale, dicendo: «stamattina andiamo meglio,

stasera stiamo peggio,» fino a che fosse venuto il momento di dire:

«siamo morti».

H. aveva una paralisi cerebrale, non gli restava che un barlume

d'intelligenza. Si scuoteva solo quando gli dicevano che la Corte o

i grandi Corpi dello Stato avevano mandato a chiedere notizie, che

erano giunti telegrammi di personaggi importanti, che i giornali si

occupavano della sua malattia facendo voti per la sua guarigione ed

esprimendo quelli del popolo intero. Allora il senatore balbettava con

viso ebete: «Ah, la Corte» «Ah, il Senato» «Ah, la Camera.» Per gli

altri non veniva che un piccolo gemito sordo. Quando arrivava uno di

questi messaggi, uno di questi articoli, persino l'amico che sturava

la bottiglia di cognac e l'altro amico che attizzava il fuoco nel

caminetto si sentivano crescere di valore e di maestà. Venivano anche

parecchie signore per contendersi la gloria di dare a H. un pezzetto di

ghiaccio e si guardavano con occhi altrettanto duri e freddi; ma verso

mezzanotte non restava più in camera dell'ammalato che la sua vecchia

infermiera.

Gli _amici_ avevano fatto pressione per mezzo di deputati sul

Presidente del Consiglio onde avere l'estrema unzione del Principe

Reggente e ci erano riusciti, come s'è visto. Prima delle tre un

aiutante venne ad avvertire la sorella ed il cognato di H. che S. A.

R. sarebbe venuto alle quattro. Gli amici diedero subito la notizia

all'ammalato con un breve preambolo che ne togliesse il significato

lugubre. Ma H. non lo poteva ad ogni modo più intendere e solo la

sua vanità moribonda si rianimò a questa violenta speronata. «Ah, il

Principe» balbettò e i suoi occhi si ravvivarono.

S. A. R. scendendo di carrozza a casa H. si trovò di fronte quattro

o cinque _amici_ prima che la sorella o il cognato, e ne parve molto

malcontento. Salì rapidamente le scale, e disse che desiderava essere

introdotto dai parenti. I parenti lo introdussero infatti, ma dietro

a loro entrarono altri e la camera si riempì di gente. Il Principe si

accostò al letto e si curvò sull'ammalato. All'eccitamento momentaneo

di prima era successo uno stato comatoso.

«Mi conosce, caro senatore? — disse S. A. R. — Sono Adalberto. Sono

venuto a farle coraggio. Ella ha lavorato tanto per la gloria Sua

e del nostro paese. La ringraziamo, io e il popolo. Le auguriamo di

ristabilirsi e di lavorare ancora.» Il Principe tacque, rimase curvo

per un momento sul morente, poi si rialzò e disse sottovoce:

«Credo che non abbia inteso.»

La sorella di H. ringraziò piangendo S. A. Uno degli amici disse

solennemente a voce alta: «Intenderà la Nazione, e intenderanno i

posteri.» Il Principe non gli badò affatto e prese congedo dalla

signora e da suo marito dicendo che, se potesse venir riconosciuto

dall'infermo, ritornerebbe. Quando, partendo, attraversò il salotto,

un individuo mal vestito, con un piede di barba, si mise ad arringarlo:

«Vostra Altezza ha oggi compiuto uno di quegli atti...»

Ma Sua Altezza, non potendone più di quella compagnia, gli voltò le

spalle e uscì.

*

* *

Alla sera i medici giudicarono che vi fosse un miglioramento e che

la notte passerebbe probabilmente senza novità. Il Senatore aveva

guadagnato alquanto nell'intelligenza e nella favella. Verso le nove

aveva domandato ai medici con voce abbastanza chiara quando fosse per

venire il Re. Aveva proprio detto «il Re,» ma questo scambio di un

Reggente per un Re era molto scusabile in quel momento della vita in

cui tutti apprezzano assai più la sostanza che l'apparenza delle cose.

Gli risposero che il Principe... «Il Re, Il Re!» Voleva assolutamente

un Re al suo capezzale e glielo diedero. Gli dissero dunque che il Re

era venuto, che lui allora dormiva e che S. A... «Sua Maestà,» borbottò

l'infermo: bene, che S. M. aveva promesso di tornar presto. Al tocco

dopo mezzanotte, tutto essendo tranquillo, le persone di famiglia

andarono a coricarsi. I due amici che erano di guardia quella notte

non si coricarono, ma si addormentarono nelle soffici profondità di

due grandi poltrone accanto al caminetto del salotto. Per dormir meglio

avevano posto la lucerna a terra, dietro un'altra poltrona.

L'infermiera seduta accanto al letto avanzò il capo a guardar il

malato. Si alzò pian piano e lo guardò più da vicino. H. aveva gli

occhi chiusi, la respirazione regolare. L'infermiera mise il suo

scialle grigio, uscì, attraversò in punta di piedi il salotto e

disparve. Ritornò dopo cinque minuti, ancora chiusa nello scialle

grigio. Il suo passo era diverso, più lento, più lungo e, vorrei dire,

più largo; il passo insomma d'una persona molto cauta e molto incerta

del fatto suo. Urtò leggermente in un tavolino e sostò un lungo minuto.

Le quattro gambe nere che uscivano dalle due poltrone verso il

caminetto non si mossero e l'infermiera raggiunse senz'altre peripezie

la camera del suo malato. Lì faceva ancora più scuro. Un lumicino da

notte ardeva fra le invetriate e le imposte, velato dai cortinaggi.

L'infermiera si guardò attorno un momento come se non riconoscesse

il letto, guardò l'infermo che dormiva ancora, e, senza levarsi lo

scialle, si mise a pregare fervorosamente con sommesse e frettolose

parole.

Dopo dieci minuti il malato mise un sospiro. Allora la finta infermiera

si alzò, si chinò sopra di lui e lo chiamò con impeto soffocato:

«Senatore! Senatore!»

Quegli aperse gli occhi torbidi e girò il capo verso la voce. «Una

visita, senatore! Una visita!» «Sua Maestà?» balbettò il senatore.

«Sua Maestà?» e tentò di alzare il capo. «Sì, sì, Sua Maestà!» fece il

piccolo prete prendendo subito l'accento dell'entusiasmo.

Gli occhi del senatore si accesero.

«Il Re? Il Re?» diss'egli.

«Dio!» rispose il prete. Lo scialle grigio gli cadde dalle spalle

nell'atto che, levandosi dal petto un crocefisso, egli lo alzava con

le mani congiunte alzando anche il viso nello slancio del suo zelo

incauto. «Sua Divina Maestà, Dio grande, Dio misericordioso che Le apre

le braccia, che La chiama, che manda me, suo ministro...» Quando aveva

detto «Dio!» le coltri si erano agitate come se il giacente fosse stato

preso da una convulsione. Quando disse «suo ministro» lo interruppe una

voce gutturale, strana, paurosa. Ogni moto delle coltri cessò. Il prete

esterrefatto guardò H. Era morto.

Il nome di Dio lo aveva colpito ed ucciso in pochi secondi. Essi

bastano per lasciare una pia speranza alla Principessa e a noi; ma

il canonico non può dire se il disgraziato, troppo semplice prete,

sia stato nelle mani di Dio uno strumento di pietà o uno strumento di

collera e di giustizia.

Idillii spezzati · 第 7 / 40 题