Romney continuava ad essere per me amabilissimo: soddisfacevo insieme
il suo amor proprio come amante ed il suo amor dell’arte come modello.
— Certo le sue migliori opere di pittura furono da lui fatte durante la
nostra relazione. Era tanto in voga in quel tempo, che, per prodigo che
fosse, poneva in serbo, quasi suo malgrado, venti o venticinque ghinee
al giorno, e ciò con quattro cavalli nella scuderia, due carrozze nella
rimessa, tre o quattro servitori nell’anticamera.
Tre volte per settimana ricevevamo gente; le quattro altre sere
andavamo a spasso o al teatro.
La nostra relazione aveva tutti i diletti della simpatia senz’avere le
burrasche dell’amore.
Il quarto giorno dopo il nostro colloquio, sir Carlo riapparve:
lo ricevetti esattamente come se nulla fosse accaduto fra noi: non
avevo per lui nè attrazione nè ripugnanza: gli avevo proposte alcune
condizioni senza desiderare che le accettasse, piuttosto per parlar
chiaro che per voglia di diventar veramente milady Greenville.
Mi si appressò più volte; mi parlò sottovoce; ma non essendo entrato
nella questione, non potè aver da me una parola che si riferisse _allo
stato del suo cuore_.
Sia che Romney intendesse che la sua gelosia sarebbe stata ridicola;
sia che si fidasse di me, che restavo con lui senza domandar nulla,
anzi senza ricever nulla; sia che, come me, stimasse la nostra
relazione non obbligatoria da una parte nè dall’altra, e dovesse durare
soltanto finchè ad entrambi piacesse, non aveva mai mostrato darsi
pensiero delle cortesie che mi si facevano.
Una volta m’aveva detto:
— È convenuto, n’è vero, che non siamo tanto sciocchi nè l’uno nè
l’altro da ingannarci? Son doppiamente felice, come amante e come
pittore, di possedervi: ma non m’impongo a voi per forza: intendete
bene, n’è vero? Probabilmente non sarò io il primo a stancarmi della
nostra vita; ma se ciò accadesse, ve lo direi; convinto che voi mi
perdonereste la mia franchezza, e che resteremmo buoni amici. Chiedo
altrettanto da parte vostra.
Gli avevo steso la mano, nè avevamo detto altro.
Ero risoluta a parlargli dell’amore di sir Carlo, appena quell’amore si
spiegasse in modo positivo.
Ma m’ero prescritta una norma per non aver nulla da rimproverarmi,
smettere, cioè, ogni civetteria con sir Carlo.
Debbo dirlo? Con l’istinto della donna, sentiva che tutta la mia forza
con sir Carlo, forza che probabilmente assicurerebbe il mio trionfo,
era nella mancanza di ogni desiderio.
Il domani, mentre Romney era andato a cominciar un ritratto di Lady
Craven, — che fu poi la famosa margravia d’Anspach, — il servo annunziò
sir Carlo Greenville.
Risposi ch’ero pronta a riceverlo.
Entrò pallidissimo ed agitato.
Gli accennai, sorridendo, di sedermi accanto.
— Cara Emma, mi disse, m’è impossibile di restar nell’incertezza in cui
sono.
— Incertezza! risposi; parevami al contrario che nessuna posizione
fosse più precisa al mondo, di quella che v’avevo proposta.
— E perciò non sarei irresoluto se fossi libero. Vedete, poco è mancato
che non mi rivedeste più.
— Come? avreste per caso voluto uccidervi? Aspettate almeno il mese
d’ottobre; è il mese de’ suicidj.
— No, non voglio nemmeno darvi a’ vostri occhi questo merito o questa
ridicolezza. Ecco la semplice verità: sapete o non sapete che ho uno
zio ricchissimo, che m’è congiunto per avere sposato in prime nozze una
sorella di mia madre: è scozzese di nascita e fratello di latte del re
Giorgio IV, vecchio erudito, geologo, archeologo, che so io? ed ha nome
sir William Hamilton. Da lui aspetto tutta la mia fortuna, giacchè di
mio patrimonio personale non ho nulla o pochissima cosa.
— Ma dunque, milord, onde la spesa che fate?
Dall’impiego che ho al ministero; ma se il ministero cambia; se il
signor Fox, che mi fu compagno di collegio e mi vuol bene, cessa
d’esser ministro, perdo millecinquecento sterline di stipendio che mi
frutta l’impiego, e non ho altro mezzo di vivere che mio zio. Orbene,
cara Emma, mio zio m’ha scritto per dirmi appunto quel che vi dico,
ed offrirmi il grado di primo segretario d’ambasciata a Napoli, e dopo
la sua morte non solo l’ufficio tenuto da lui oggi, ma le sue immense
ricchezze. Sono stato un momento dubbioso se dovessi accettare; ma ho
sentito che mi sarebbe impossibile viver lontano da voi: ho rifiutato.
— È male.
— Ed avete il coraggio di dirmelo?
— Sì, rifiutando commetteste un primo errore, e sposandomi, — giacchè,
se è vero che siate restato a Londra per me, mi sposerete, — ne farete
un secondo.
— Voi non siete consolante, Emma.
— Sono schietta. Credetemi, sir Carlo, se la lettera a vostro zio
non è partita, laceratala; se è partita, scrivetene un’altra in senso
contrario. Sposandoci, faremmo entrambi un cattivo affare; io crescerò
forse, ma v’abbasserò di certo.
— Ciò vuol dire che mancate alla promessa fattami, e che, anche
offrendo di sposarvi, non debbo sperar nulla da voi?
— Non ho detto una sillaba di ciò, milord: la mia promessa è impegnata
e la terrò.
— Ahimè! disse sir Carlo, la sventura è che non sono nemmeno libero
di fare quel che dite una pazzia; mai, prima d’esser maggiorenne, mio
padre mi permetterà di sposare una donna che non m’abbia scelta egli
stesso, e fatto maggiorenne, per prender moglie a mio piacere, mi
bisognerà lottare contro lui e chiamar in aiuto la legge.
— Che età avete?
— Non ho che ventidue anni e mezzo.
— Ebbene, milord, penso io, risposi ridendo, che è questa anzi una
fortunata congiuntura. Durante i due anni e mezzo che ancor vi separano
dalla vostra età maggiore, avrete tempo di assicurarvi che m’amate
veramente, ed allora, fra due anni e mezzo vedremo.
— Come! vedete quel che soffro, e potete così beffarmi?
— Non vedo quel che soffrite; ascolto soltanto quel che mi dite.
— E non credete alle mie parole?
— Ricordatevi di quel che Amleto dice a Polonio: — «Parole! parole!
parole!»
— Credete al mio onore, miss Emma? mi disse seriamente lord Greenville.
— Più che al vostro amore, sir Carlo.
— Credereste alla mia parola da gentiluomo?
— Nella misura del tempo che basta a fare svaporare un giuramento.
— Non credereste dunque a nulla?
— Sì, credo all’incostanza delle cose umane.
— Supponete, miss Emma, che m’obblighi fermamente a sposarvi alla mia
età maggiore?
— Ciò diverrebbe più serio senza diventar molto più positivo.
— Perchè?
— Perchè una donna nel mio stato non ricorre ai tribunali per farsi
sposare.
— Ma se sottoscrivessi la mia promessa in termini tali che fosse per me
disonore mancarvi?
— Sarebbe allora da pensarvi.
— Vi pensereste?
— Se avessi la promessa, forse.
— Bene; stasera l’avrete.
— Non mi tentate, milord.
— Miss Emma, mi disse sir Carlo, levandosi, vi amo sopra ogni cosa
al mondo. E se solo il matrimonio può darvi a me, ebbene! sarete mia
moglie.
— Farò un’ultima cosa per voi, milord, non aprirò le mie lettere nè
stasera nè dimani, sicchè avrete fino a doman l’altro per disdirvi.
— Posso aspettare ventiquattr’ore, avendo aspettato due mesi.
Mi baciò la mano ed uscì.
Tutto ciò fu fatto e detto da lord Greenville con grande semplicità,
da uomo risoluto. Del resto sir Carlo aveva una fama di lealtà, che
non lasciava dubbio, non sul compimento della promessa, ma sulla sua
intenzione di compierla.
Da parte mia sentivo che, operando come facevo, non cedevo nè ad un
calcolo d’interesse nè ad un desiderio ambizioso; ma che rientravo
in qualche maniera sotto il potere di quella potenza inesplicabile ed
ignota che disponeva del mio destino, e mi spingeva innanzi, facendomi
quasi ad ogni passo della vita salir un gradino della scala sociale.
È vero che una volta ero caduta e la caduta era stata profonda.
Ma me n’ero riavuta, relativamente almeno; l’amore di sir John e di
sir Harry non era che la glorificazione della mia bellezza; l’amore di
Romney era la consacrazione dell’arte.
Dicevo fra me che la storia ha gradi anche per le cortigiane; che dopo
essere stata Frine ero divenuta Taide; e dopo Taide, restavami a salire
fino ad Aspasia.
Aspasia, amica di Socrate e d’Alcibiade; Aspasia donna di Pericle, che
gettava il peso della sua parola negli affari dalla Grecia, decideva
le guerre di Samo, di Megara e del Peloponneso; Aspasia era più che una
cortigiana comune.
Ebbene, non so qual voce dicevami all’orecchio che non mi bastava esser
Taide e che sarei Aspasia.
Romney tornò.
M’era troppo amico, perchè gli celassi nulla di quel che accadeva.
— Caro Romney, gli dissi, qual consiglio dareste ad una donna della
mia condizione, che trovasse l’occasione di sposare un futuro Pari
d’Inghilterra e di diventar milady?
— Bene! disse Romney, sir Carlo v’avrebbe finalmente palesato il suo
amore?
— Vi eravate accorto che m’amava?
— Perdio!
— E non me n’avevate parlato?
— Era sicuro che, venuta l’ora, voi stessa me ne parlereste.
— Caro Romney, siete un uomo amabilissimo, ed in vero credo che non
avrò mai cuore di separarmi da voi.
— Siete persuasa, cara Emma, che non saremo mai separati.
— Ma se sposo sir Carlo?...
— I corpi non si separano, ma l’anime. Ora, finchè vi sovverrete di
me con piacere ed io di voi con delizia, non saremo l’uno all’altra
presenti, non avremo la presenza reale, come dice la chiesa nel suo
simbolico linguaggio, la comunione delle anime? A cinquecento, a mille
leghe, saremo forse più presenti l’uno all’altra che alcuni che non si
lasciarono mai.
— Siete un filosofo platonico, Romney.
— Gli antichi dicevano: — «Muor giovane colui ch’al Cielo è caro!» —
Ebbene, io ho sempre pensato che amore dolcissimo sarebbe quello cui
non si desse tempo d’invecchiare, e che si cogliesse nel suo fiore,
s’imbalsamasse nella sua memoria, e che comparato a tutti gli altri
amori, restasse giovane e fresco com’un’aurora di primavera.
— Adunque il vostro parere, Romney, è...? — Non terminai.
— Il mio parere è che seguiate il vostro destino, Emma.
— Credete che sarò un giorno _Paressa_ d’Inghilterra?
— Non so quel che sarete, Emma; ma se dopo una lontananza di quattro o
cinque anni, tornando a Londra, mi si dicesse che siete regina de’ tre
regni, non me ne maraviglierei. Non sarei Romney, cioè il primo pittore
dell’Inghilterra, se non credessi all’onnipotenza della beltà.
— Romney, è bizzarro; quel che ora mi dite m’è stato spesso detto da
una voce interna. Romney, ve lo confesso quasi con terrore, credo al
mio destino.
— Ebbene, seguite dunque il vostro destino. Se è ne’ voleri della
Provvidenza, sarebbe empietà opporvisi.
La sera ricevetti la lettera di lord Greenville, ma come gliel’avevo
detto, non l’aprii.
Nella sua impazienza non potè aspettare, e venne la sera.
Gli mostrai la lettera suggellata.
Romney fu per lui affettuoso come sempre, più affettuoso forse.
— A che ora avrò da voi una risposta? chiese sir Carlo.
— Domani, prima di mezzodì.
— Voglia Dio che secondi i miei desiderii, disse sir Carlo.
Il domani aprii la sua lettera; conteneva queste sole parole:
«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia età
maggiore, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede
se mancherò alla promessa.
«1 maggio 1783.
«LORD GREENVILLE»
Comunicai la lettera a Romney.
— Non v’è un minuto da esitare, disse, la vostra fortuna è in queste
quattro linee; e se mai sir Carlo mancasse alla sua parola, io stesso
m’incaricherei di disonorarlo.
— Adunque serbate questa lettera, dissi a Romney: è meglio nelle vostre
mani che nelle mie.
— Da questo momento, cara Emma, disse Romney, chiudendo la mia lettera
nello scrigno ove riponeva le sue gemme più preziose, siete mia sorella
ed io son vostro fratello. Se m’accadesse sventura, penserei a farvi
capitar questa lettera. D’altronde potreste sempre reclamarla, giacchè
è a voi diretta.
Tornai nella mia camera, presi una penna, e scrissi a sir Carlo
Greenville:
«Ottenete un permesso di otto giorni dal ministro; venite a
prendermi stasera in carrozza e conducetemi ove vorrete.
«EMMA LYONNA.»
Un’ora dopo ricevetti questo biglietto:
«Sarò a’ vostri ordini: ma avete commesso una dimenticanza nella
vostra risposta. Dopo Emma Lyonna, dovevate aggiungere: _Lady
Greenville_.
«Colui che avete fatto il più felice degl’uomini,
«C. G.»
La sera una carrozza a quattro cavalli ci trasportava sulla strada
d’Edimburgo, mentre Romney annunziava a tutti i nostri amici, che
fra due anni e mezzo, mi rivedrebbero col nome e col titolo di lady
Greenville.