IX.

L’imperiosa necessità de’ bisogni fisici è una delle maggiori

umiliazioni per la povera famiglia umana, giacchè ne rivela la

debolezza e l’infermità.

Ho già detto qual mutamento avessero in me operato quel tepido bagno,

quella dolce atmosfera, quei soffici pannellini: la cena delicata

servitami dal mio sconosciuto con tutti i riguardi che avrebbe avuti

per una duchessa, finì di rendermi tutto il benessere e tutta la

serenità lecite ad una condizione precaria quanto la mia.

Ma restavami a sapere una cosa importante, — il genere d’affari che la

signora aveva a propormi; ma per quanto insistessi, il pasto finì senza

che me ne avesse fatto motto.

Il mio sconosciuto fu meco di cortesia perfetta: la sua conversazione

era quella d’un uomo istruito e distinto, benchè cosparsa di quella

leggiera vernice di pedanteria che appartiene in ispezial modo a’

medici, agli avvocati, agli uomini di scienza insomma.

Terminata la cena, il mio commensale mi chiese la mano; gliela diedi:

la prese fra le sue, tastandomi il polso.

— Ora, signorina, che un perfetto equilibrio s’è stabilito ne’ vostri

umori, mi disse; ora che il polso batte regolarmente, sessant’otto

volte al minuto, ora che il vostro stomaco, mediante una digestione

tranquilla e facile, tramanda un dolce calore in tutto l’organismo:

ora che perciò il vostro cervello è nelle condizioni più favorevoli per

prendere un’importante risoluzione, vi dirò chi sono e qual cagione a

voi mi conduce.

Aprii gli occhi e tesi le orecchie.

— Sono il dottor Graham, proseguì, amico di Mesmer e di Cagliostro,

dimostratori della scienza _megalantropogenesiaca_: la mia fama in

Londra è grande, ed i miei successi incontestati mi pongono sulla via

della fortuna.

— Ah! dottore, dissi sorridendo, son lietissima di conoscere un uomo

tanto cospicuo; un mio amico, di cui non posso dirvi il nome, ma che è

amico vostro, m’aveva sempre promesso di condurmi ad una delle vostre

lezioni ad Old-Ballay: non tenete ivi il vostro corso?

— Sì, signorina, e vedo che non m’ero ingannato trattandovi subito come

una persona distinta tanto per ingegno quanto per bellezza: mi sarà

d’uopo ora spiegarvi di quale studio scientifico mi occupo?

— Ve ne saprò grado, dottore, benchè già sappia che cotesto studio

scientifico è una dimostrazione sur una figura di cera, di grandezza

umana, de’ misteri più segreti della natura, dalla circolazione del

sangue fino a quelli ancora più intimi della generazione umana: quella

figura che avete denominata _la dea Igea_, è distesa sur un letto, che

chiamate _letto d’Apollo_: è questo, dottore?

— Appunto, signorina. Orbè, se le mie dimostrazioni attirano già la

folla, fatte sur una statua di cera, pensate un po’ quanto maggiore

sarebbe il concorso pubblico se fossero fatte sur una persona viva,

ornata d’una bellezza perfetta come la vostra?

— Ma, dottore, risposi, voi, per cui la natura non ha segreti, dovete

sapere che la beltà del viso non porta di necessità la bellezza del

corpo, e che poche donne posson servir da modello d’insieme. Cleomene,

per quel che ne ho udito dire da persone più istruite di me, dovè

riunire da cinquanta giovanette greche, le bellezze di cui compose la

sua Venere de’ Medici.

— Ed ecco appunto ciò che finora m’ha trattenuto; cercavo un modello

che credevo ancora introvabile: da due ore l’ho finalmente ritrovato in

voi.

— In me, dottore? Ma permettetemi di dirvi che di me non conoscete

ancora che il volto, e che posso esser ben lontana dalla perfezione che

cercate.

— Siete in errore, signorina, ripigliò il dottore con grandissima

tranquillità: appunto perchè so che siete un complesso di tutti i

vezzi, vengo ad offrirvi un’associazione, che ci condurrà alla fortuna.

— Come! lo sapete? chiesi, e chi vi ha detto?....

— Non mi è stato detto, signorina, ho veduto.

— Avete veduto, voi? Ma dove e come?

— La signora Love, che da lungo tempo ricerca per me una bellezza

perfetta m’ha fatto avvertire del vostro arrivo. Son accorso: ero nella

stanza attigua, quando siete uscita dal bagno: vi vedevo a traverso un

foro della parete, e siete restata nuda bastante tempo perchè nessuna

vostra perfezione mi sia sfuggita: difetti poi ne ho cercati indarno;

non ho potuto trovarne un solo.

Misi un grido di terrore.

— Ma sapete che avete commesso un’azione scellerata, dottore?

— Signorina, mi rispose imperturbato, se avessi avuto l’onore di

conoscervi due ore fa, come ora vi conosco, non avrei acconsentito a

quell’insidia; ma, trovandovi in casa della signora Love, sapendo in

che modo v’aveva trovata a Leycester-Square, non potevo supporre che

m’imbatterei in un diamante, quando non credevo aver che un ciottolo

del Reno.

— Oh! dottore, dottore! esclamai, e nascosi fra le mani il viso.

Il dottore aspettò paziente che abbassassi le mani: prendendole allora

fra le sue:

— Ascoltate, mi disse: il caso v’offre oggi un’occasione che mai

più non si presenterà. Avete a scegliere fra una lunga miseria, una

vergogna eterna, ed una rapida e sicura fortuna, che non avrà limiti

che il vostro volere. Siete bella, siete giovane, siete distinta: prima

che abbiate vivuto un anno in questa casa infame, la vostra gioventù

sarà spenta, la vostra bellezza appassita, la vostra distinzione

perduta. In cambio d’un’ora data alla pubblica ammirazione per una

somma che dopo tre mesi v’assicura l’indipendenza di tutta la vita,

vendete qui a vil prezzo le notti e le giornate; appartenete al primo

ubbriaco che verrà; siete il balocco di qualunque marinaio dispone

d’una ghinea: compagna di creature abbiette; schiava d’una turpe

mezzana: presso il dottor Graham siete la dea Igea; presso la signora

Love la cortigiana Hearte. Qui nulla v’appartiene, nemmeno il cappello,

nemmeno la veste, nemmeno la camicia che portate sul marciapiedi

d’Hay-Market: laggiù, da oggi, ricostruirete la vostra grandezza

passata, di cui, secondo ogni probabilità, non vi resta che l’anello

che portate al dito. Vi spaventate di mostrarvi nuda agli sguardi degli

spettatori: lo intenderei se non foste d’una bellezza meravigliosa.

— «Il pudore, dice un filosofo mio amico, non è che il sentimento

d’un’imperfezione: — » ma vedete la ballerina del gran teatro: non

è ella sotto la sua gonna diafana nuda quanto lo sarete voi sotto

un velo leggero, sotto la balaustrata che impedirà che alcuno giunga

fino a voi? Nella suprema bellezza, credetemi, havvi maestà suprema, e

l’ammirazione spinta all’entusiasmo esclude il desiderio. Giudicatelo

voi stessa. V’ho veduta uscire dal bagno, n’è vero? Siete in una casa

ove desiderare è possedere. Che ho fatto dopo avervi veduta? Son forse

venuto a dirvi rozzamente: — «Mi piacete; voglio che siate mia? — » No,

son venuto a dirvi ossequioso, piegando innanzi a voi le ginocchia: —

«Regina della bellezza, volete che v’eriga un altare?»

«Mi parlavate di quelle fanciulle di Sparta che fornivano, povere

mortali, ognuna il suo contingente alla beltà divina: esitavano esse

a mostrarsi nude al grande artista, che le indiava nel presente e le

illustrava nella posterità? — No, giulive ed altere, smettevano fin

l’ultimo velo e facevano pompa delle loro più arcane bellezze. — La

cortigiana Mnesarete doveva in Atene esser condannata per delitto

d’empietà. Che fece il suo difensore, Iperide? Le disciolse il cinto e

le lasciò cadere la tunica, obbligandola ad apparire inaspettatamente

a’ giudici in tutta la sua abbagliante beltà. — Che fece allora

l’Areopago? Non solo dichiarolla innocente, ma le cadde alle ginocchia.

— Orbene, anche per voi trattasi d’esser condannata all’onta eterna

o coronata regina. V’è più pudore, credetemi, a svestir la tunica una

volta al giorno innanzi a dugento persone, che a snudar dieci volte il

cinto a testa a testa col primo venuto. — Ora vi lascio; riflettete:

son tanto sicuro dell’assennatezza del vostro spirito, che me ne

appello ad esso. Son tanto sicuro della vostra delicatezza che vi

lascio il prezzo di quindici serate a 25 sterline ognuna, cioè trecento

settantacinque ghinee. Se rifiutate la mia proposta, mi restituirete

le trecento settantacinque ghinee e saprò ciò che vuol dire. Se non

riceverò nulla fino a doman l’altro, vi verrò a prendere in carrozza,

calcolate che somma fanno venticinque ghinee al giorno per un anno,

per sei mesi, anzi per tre mesi; 2250 sterline, quasi una fortuna. E

pensate che, per la somma enorme che potete guadagnare, non vi domando

che un’ora al giorno, durante la quale non v’obbligherò a far alcun

gesto, a pronunziar nessuna parola; durante la quale potrete chiudere

gli occhi, fingervi addormentata, dormir anzi del sonno magnetico; da

ultimo, coprirvi il volto d’un velo tanto spesso che nessuno possa

dirvi, incontrandovi il domani: — «Ecco la stupenda statua che vidi

ieri.» — Ed ora, datemi a baciare la vostra bella mano, miss Hearte; mi

ritiro e spero.

E lasciando sur una credenza tre rotoli di monete di cento ghinee

ognuno, ed uno di settantacinque, il dottor Graham, dopo avermi

rispettosamente baciato la mano, mi salutò ed uscì.

Restai dapprima muta, quasi immobile: il solo mio movimento era

stato per seguirlo con gli occhi finchè l’uscio gli si fu chiuso

alle spalle. A tutto ciò che m’aveva detto non avevo trovato a

rispondere una parola; senonchè una gran lotta mi s’era accesa nella

mente. L’ospitalità, che avevo ricevuto e che fino ad un certo segno

era scusata dalla miseria, dalla mancanza d’un tetto, dalla fame,

era obbrobriosa; se l’avessi accettata tre giorni, subendone le

conseguenze, distendeva la sua macchia su tutta la mia vita, e non

aveva nemmeno la scusa d’un compenso proporzionato al sagrifizio.

Presso il dottor Graham al contrario, come m’aveva detto egli

stesso, la nudità della statua era coperta dal velo della fortuna:

rappresentavo la parte di Danae, ma con la pioggia d’oro, che in questo

mondo lava tante brutture: da una parte avevo l’infamia, dall’altra

soltanto impudenza.

Distesi la mano: presi, l’uno dopo l’altro i quattro gruppi di monete;

li aprii; mi feci cader le ghinee sulle ginocchia; tuffai le mani in

quell’oro; lo feci balzare in cascata sonora e sfavillante: mi feci

affascinare da’ suoi fulvi riverberi; dissi che da me sola dipendeva

d’averne dieci volte, venti volte, cento volte altrettanto; che in

fin di conto, restando il mio volto celato, nessuno potrebbe farmi

arrossire guardandomi; insomma mi ripetei tutto ciò che l’orgoglio e

la necessità possono soffiare nel cuore indolenzito e vacillante d’una

povera creatura umana, a danno di cui la natura ha creato istinti, la

società ha creato leggi, e che, giovane, bella, intelligente, non ha

scampo altro che la prostituzione contro la miseria e la fame.

Risultato di tutte quelle riflessioni fu che non restituii le trecento

settantacinque ghinee al dottor Graham, e due giorni dopo, alle 11 del

mattino, venne, come m’aveva promesso, a prendermi nella sua carrozza.

La sera stessa, coperto il volto da un denso velo, coperto il corpo

da un velo trasparente, addormentata del sonno magnetico, che avevo

chiamato in aiuto contro il mio pudore riluttante, ero distesa sul

letto d’Apollo e servivo al dottor Graham per le sue dimostrazioni

_megalantropogenesiache_.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 · 第 17 / 28 题