L’imperiosa necessità de’ bisogni fisici è una delle maggiori
umiliazioni per la povera famiglia umana, giacchè ne rivela la
debolezza e l’infermità.
Ho già detto qual mutamento avessero in me operato quel tepido bagno,
quella dolce atmosfera, quei soffici pannellini: la cena delicata
servitami dal mio sconosciuto con tutti i riguardi che avrebbe avuti
per una duchessa, finì di rendermi tutto il benessere e tutta la
serenità lecite ad una condizione precaria quanto la mia.
Ma restavami a sapere una cosa importante, — il genere d’affari che la
signora aveva a propormi; ma per quanto insistessi, il pasto finì senza
che me ne avesse fatto motto.
Il mio sconosciuto fu meco di cortesia perfetta: la sua conversazione
era quella d’un uomo istruito e distinto, benchè cosparsa di quella
leggiera vernice di pedanteria che appartiene in ispezial modo a’
medici, agli avvocati, agli uomini di scienza insomma.
Terminata la cena, il mio commensale mi chiese la mano; gliela diedi:
la prese fra le sue, tastandomi il polso.
— Ora, signorina, che un perfetto equilibrio s’è stabilito ne’ vostri
umori, mi disse; ora che il polso batte regolarmente, sessant’otto
volte al minuto, ora che il vostro stomaco, mediante una digestione
tranquilla e facile, tramanda un dolce calore in tutto l’organismo:
ora che perciò il vostro cervello è nelle condizioni più favorevoli per
prendere un’importante risoluzione, vi dirò chi sono e qual cagione a
voi mi conduce.
Aprii gli occhi e tesi le orecchie.
— Sono il dottor Graham, proseguì, amico di Mesmer e di Cagliostro,
dimostratori della scienza _megalantropogenesiaca_: la mia fama in
Londra è grande, ed i miei successi incontestati mi pongono sulla via
della fortuna.
— Ah! dottore, dissi sorridendo, son lietissima di conoscere un uomo
tanto cospicuo; un mio amico, di cui non posso dirvi il nome, ma che è
amico vostro, m’aveva sempre promesso di condurmi ad una delle vostre
lezioni ad Old-Ballay: non tenete ivi il vostro corso?
— Sì, signorina, e vedo che non m’ero ingannato trattandovi subito come
una persona distinta tanto per ingegno quanto per bellezza: mi sarà
d’uopo ora spiegarvi di quale studio scientifico mi occupo?
— Ve ne saprò grado, dottore, benchè già sappia che cotesto studio
scientifico è una dimostrazione sur una figura di cera, di grandezza
umana, de’ misteri più segreti della natura, dalla circolazione del
sangue fino a quelli ancora più intimi della generazione umana: quella
figura che avete denominata _la dea Igea_, è distesa sur un letto, che
chiamate _letto d’Apollo_: è questo, dottore?
— Appunto, signorina. Orbè, se le mie dimostrazioni attirano già la
folla, fatte sur una statua di cera, pensate un po’ quanto maggiore
sarebbe il concorso pubblico se fossero fatte sur una persona viva,
ornata d’una bellezza perfetta come la vostra?
— Ma, dottore, risposi, voi, per cui la natura non ha segreti, dovete
sapere che la beltà del viso non porta di necessità la bellezza del
corpo, e che poche donne posson servir da modello d’insieme. Cleomene,
per quel che ne ho udito dire da persone più istruite di me, dovè
riunire da cinquanta giovanette greche, le bellezze di cui compose la
sua Venere de’ Medici.
— Ed ecco appunto ciò che finora m’ha trattenuto; cercavo un modello
che credevo ancora introvabile: da due ore l’ho finalmente ritrovato in
voi.
— In me, dottore? Ma permettetemi di dirvi che di me non conoscete
ancora che il volto, e che posso esser ben lontana dalla perfezione che
cercate.
— Siete in errore, signorina, ripigliò il dottore con grandissima
tranquillità: appunto perchè so che siete un complesso di tutti i
vezzi, vengo ad offrirvi un’associazione, che ci condurrà alla fortuna.
— Come! lo sapete? chiesi, e chi vi ha detto?....
— Non mi è stato detto, signorina, ho veduto.
— Avete veduto, voi? Ma dove e come?
— La signora Love, che da lungo tempo ricerca per me una bellezza
perfetta m’ha fatto avvertire del vostro arrivo. Son accorso: ero nella
stanza attigua, quando siete uscita dal bagno: vi vedevo a traverso un
foro della parete, e siete restata nuda bastante tempo perchè nessuna
vostra perfezione mi sia sfuggita: difetti poi ne ho cercati indarno;
non ho potuto trovarne un solo.
Misi un grido di terrore.
— Ma sapete che avete commesso un’azione scellerata, dottore?
— Signorina, mi rispose imperturbato, se avessi avuto l’onore di
conoscervi due ore fa, come ora vi conosco, non avrei acconsentito a
quell’insidia; ma, trovandovi in casa della signora Love, sapendo in
che modo v’aveva trovata a Leycester-Square, non potevo supporre che
m’imbatterei in un diamante, quando non credevo aver che un ciottolo
del Reno.
— Oh! dottore, dottore! esclamai, e nascosi fra le mani il viso.
Il dottore aspettò paziente che abbassassi le mani: prendendole allora
fra le sue:
— Ascoltate, mi disse: il caso v’offre oggi un’occasione che mai
più non si presenterà. Avete a scegliere fra una lunga miseria, una
vergogna eterna, ed una rapida e sicura fortuna, che non avrà limiti
che il vostro volere. Siete bella, siete giovane, siete distinta: prima
che abbiate vivuto un anno in questa casa infame, la vostra gioventù
sarà spenta, la vostra bellezza appassita, la vostra distinzione
perduta. In cambio d’un’ora data alla pubblica ammirazione per una
somma che dopo tre mesi v’assicura l’indipendenza di tutta la vita,
vendete qui a vil prezzo le notti e le giornate; appartenete al primo
ubbriaco che verrà; siete il balocco di qualunque marinaio dispone
d’una ghinea: compagna di creature abbiette; schiava d’una turpe
mezzana: presso il dottor Graham siete la dea Igea; presso la signora
Love la cortigiana Hearte. Qui nulla v’appartiene, nemmeno il cappello,
nemmeno la veste, nemmeno la camicia che portate sul marciapiedi
d’Hay-Market: laggiù, da oggi, ricostruirete la vostra grandezza
passata, di cui, secondo ogni probabilità, non vi resta che l’anello
che portate al dito. Vi spaventate di mostrarvi nuda agli sguardi degli
spettatori: lo intenderei se non foste d’una bellezza meravigliosa.
— «Il pudore, dice un filosofo mio amico, non è che il sentimento
d’un’imperfezione: — » ma vedete la ballerina del gran teatro: non
è ella sotto la sua gonna diafana nuda quanto lo sarete voi sotto
un velo leggero, sotto la balaustrata che impedirà che alcuno giunga
fino a voi? Nella suprema bellezza, credetemi, havvi maestà suprema, e
l’ammirazione spinta all’entusiasmo esclude il desiderio. Giudicatelo
voi stessa. V’ho veduta uscire dal bagno, n’è vero? Siete in una casa
ove desiderare è possedere. Che ho fatto dopo avervi veduta? Son forse
venuto a dirvi rozzamente: — «Mi piacete; voglio che siate mia? — » No,
son venuto a dirvi ossequioso, piegando innanzi a voi le ginocchia: —
«Regina della bellezza, volete che v’eriga un altare?»
«Mi parlavate di quelle fanciulle di Sparta che fornivano, povere
mortali, ognuna il suo contingente alla beltà divina: esitavano esse
a mostrarsi nude al grande artista, che le indiava nel presente e le
illustrava nella posterità? — No, giulive ed altere, smettevano fin
l’ultimo velo e facevano pompa delle loro più arcane bellezze. — La
cortigiana Mnesarete doveva in Atene esser condannata per delitto
d’empietà. Che fece il suo difensore, Iperide? Le disciolse il cinto e
le lasciò cadere la tunica, obbligandola ad apparire inaspettatamente
a’ giudici in tutta la sua abbagliante beltà. — Che fece allora
l’Areopago? Non solo dichiarolla innocente, ma le cadde alle ginocchia.
— Orbene, anche per voi trattasi d’esser condannata all’onta eterna
o coronata regina. V’è più pudore, credetemi, a svestir la tunica una
volta al giorno innanzi a dugento persone, che a snudar dieci volte il
cinto a testa a testa col primo venuto. — Ora vi lascio; riflettete:
son tanto sicuro dell’assennatezza del vostro spirito, che me ne
appello ad esso. Son tanto sicuro della vostra delicatezza che vi
lascio il prezzo di quindici serate a 25 sterline ognuna, cioè trecento
settantacinque ghinee. Se rifiutate la mia proposta, mi restituirete
le trecento settantacinque ghinee e saprò ciò che vuol dire. Se non
riceverò nulla fino a doman l’altro, vi verrò a prendere in carrozza,
calcolate che somma fanno venticinque ghinee al giorno per un anno,
per sei mesi, anzi per tre mesi; 2250 sterline, quasi una fortuna. E
pensate che, per la somma enorme che potete guadagnare, non vi domando
che un’ora al giorno, durante la quale non v’obbligherò a far alcun
gesto, a pronunziar nessuna parola; durante la quale potrete chiudere
gli occhi, fingervi addormentata, dormir anzi del sonno magnetico; da
ultimo, coprirvi il volto d’un velo tanto spesso che nessuno possa
dirvi, incontrandovi il domani: — «Ecco la stupenda statua che vidi
ieri.» — Ed ora, datemi a baciare la vostra bella mano, miss Hearte; mi
ritiro e spero.
E lasciando sur una credenza tre rotoli di monete di cento ghinee
ognuno, ed uno di settantacinque, il dottor Graham, dopo avermi
rispettosamente baciato la mano, mi salutò ed uscì.
Restai dapprima muta, quasi immobile: il solo mio movimento era
stato per seguirlo con gli occhi finchè l’uscio gli si fu chiuso
alle spalle. A tutto ciò che m’aveva detto non avevo trovato a
rispondere una parola; senonchè una gran lotta mi s’era accesa nella
mente. L’ospitalità, che avevo ricevuto e che fino ad un certo segno
era scusata dalla miseria, dalla mancanza d’un tetto, dalla fame,
era obbrobriosa; se l’avessi accettata tre giorni, subendone le
conseguenze, distendeva la sua macchia su tutta la mia vita, e non
aveva nemmeno la scusa d’un compenso proporzionato al sagrifizio.
Presso il dottor Graham al contrario, come m’aveva detto egli
stesso, la nudità della statua era coperta dal velo della fortuna:
rappresentavo la parte di Danae, ma con la pioggia d’oro, che in questo
mondo lava tante brutture: da una parte avevo l’infamia, dall’altra
soltanto impudenza.
Distesi la mano: presi, l’uno dopo l’altro i quattro gruppi di monete;
li aprii; mi feci cader le ghinee sulle ginocchia; tuffai le mani in
quell’oro; lo feci balzare in cascata sonora e sfavillante: mi feci
affascinare da’ suoi fulvi riverberi; dissi che da me sola dipendeva
d’averne dieci volte, venti volte, cento volte altrettanto; che in
fin di conto, restando il mio volto celato, nessuno potrebbe farmi
arrossire guardandomi; insomma mi ripetei tutto ciò che l’orgoglio e
la necessità possono soffiare nel cuore indolenzito e vacillante d’una
povera creatura umana, a danno di cui la natura ha creato istinti, la
società ha creato leggi, e che, giovane, bella, intelligente, non ha
scampo altro che la prostituzione contro la miseria e la fame.
Risultato di tutte quelle riflessioni fu che non restituii le trecento
settantacinque ghinee al dottor Graham, e due giorni dopo, alle 11 del
mattino, venne, come m’aveva promesso, a prendermi nella sua carrozza.
La sera stessa, coperto il volto da un denso velo, coperto il corpo
da un velo trasparente, addormentata del sonno magnetico, che avevo
chiamato in aiuto contro il mio pudore riluttante, ero distesa sul
letto d’Apollo e servivo al dottor Graham per le sue dimostrazioni
_megalantropogenesiache_.