Vorrei trascorrer rapidamente su questa parte della mia vita, che,
benchè sia la più riprensibile forse pei moralisti, è quella, lo
confesso, che m’ispira minori rimorsi. — Povera fanciulla, abbandonata
dall’infanzia, non dovendo dar conto della mia condotta a nessuno,
nemmeno a mia madre, per la quale la mia nascita stessa sarebbe stata
una risposta a’ rimproveri che avrebbe potuto muovermi, dipendendo da
me sola, in me sola sperando, bella per mia sciagura, trascinata da
naturale istinto a tutte le gioie della gioventù, a tutte le seduzioni
del lusso e della fortuna, a qual sostegno morale o fisico potevo
chieder soccorso, quand’anche avessi avuto volontà di lottare? Ma
ignorando a grado quasi eguale il bene ed il male, non ebbi nemmeno tal
pensiero; mi lasciai sdrucciolar per un declivio che mi pareva sempre
più dolce, sempre più fiorito. Il vizio veniva a me col sembiante d’un
bel giovanotto coronato di fiori, come la primavera; presi il braccio
di quel falso protettore, e mi vi appoggiai senza sapere a qual meta
tendevo ed in qual trivio fangoso o a qual arido deserto finirei per
ismarrirmi.
Poi, debbo dirlo, una delle fortune o dei guai del mio carattere,
fu sempre di vivere nel presente: quel presente, comparandolo al
passato, era, nel tempo che racconto, una vita di godimenti materiali
incomparabilmente superiore a’ sedici anni trascorsi. Il mondo, che non
mi conosceva, non mi rimproverava nulla; io stessa non aveva rimorsi;
tutto mi spingeva quindi all’obblio del passato, alla spensieratezza
dell’avvenire. Parevami, finchè durasse la mia bellezza, nulla poter
temere dall’incostanza della fortuna; e grazie a Dio, guardandomi nello
specchio e ricordando la mia età, avevo tempo d’esser bella.
Dissi che sir John Payne aveva chiesto ed ottenuto un congedo di due
mesi; que’ due mesi, aggiunsi, voleva consacrarmeli interi. Mi chiese
ove volessi andare e che volessi fare.
Lo lasciai assoluto padrone del mio destino; nulla conoscendo, fuori
il cerchio nel quale ero vissuta, non ambivo nulla: avevo soltanto un
trasporto irresistibile verso l’ignoto.
Sir John pensò d’andare in Francia; applaudii: avevo molto udito
parlare della Francia, ma non m’era nemmeno venuto in mente che
potessi mai vederla. Non sapevo il francese; ma sir John lo parlava
con eleganza e mi tradurrebbe le parole, di cui i miei occhi gli
chiedessero la spiegazione.
Partimmo; quel trasporto che risentivo per l’ignoto era la malattia del
tempo, ed io, atomo, ero trascinata nel turbine.
Havvi momenti in cui le nazioni stanche, fastidendo ciò che è, si
rifugiano ne’ sogni, ed aspirano non solo a ciò che non è, ma anche a
ciò che non può essere. Per ignorante che fossi, quel gravitar della
Francia all’impossibile mi colpì singolarmente. La miseria v’era
grande, ma il lusso vieppiù grande. I principi ed i signori vi si
rovinavano con un’ostinazione ed una spensieratezza che non sarebbero
state maggiori, quando avessero conosciuto il baratro al quale correva
la società: ma che importava loro? — Il cardinale di Rohan era intento
alla ricerca della pietra filosofale; Cagliostro, dicevano, aveva
trovato l’elisir della vita; Mesmer la guarigione di tutti i morbi
col magnetismo; Francklin aveva vinto il tuono e lo conduceva captivo,
lungo un filo, nelle visceri della terra; infine Montgolfier prometteva
un nuovo sentiero ne’ campi infiniti del cielo: — l’antico mondo poteva
essere ingoiato dall’abisso, chè un nuovo mondo sorgeva.
Que’ due mesi passarono in un continuo stupore: sir John possedeva i
più belli cavalli, le più belle carrozze, i migliori palchi a tutti
i teatri: vidi Lekain, vidi la signora _Raucour, Orosmane, Atalia,
Britannico_; udii l’_Ifigenia in Tauride_ di Gluck e la _Didone_ di
Piccini: Greuze, il pittore dell’innocenza, mi fece il ritratto, ed
ovunque andavo un mormorio dolcissimo mi ripeteva che ero bella.
Era tanto felice che sir John si arrischiò a scrivere per domandare
una proroga d’un mese al congedo: gli fu accordato, ma avvertendolo,
passato il mese, di tenersi a disposizione del governo. La guerra con
l’America infieriva sempre più: la Francia minacciava di prendervi
parte, e l’Inghilterra, secondo ogni probabilità, vedrebbesi obbligata
a vibrare un gran colpo di là dell’Atlantico.
Sir John, annunciandomi la proroga del congedo, si guardò dal dirmi
nulla sull’avvertimento che vi era aggiunto: non voleva gettare
nessun’ombra sulla mia gioia.
Restammo ancora un mese; poi ci fu forza tornare in Inghilterra.
Quel viaggio mi restò nella memoria come una visione abbagliante. Avevo
veduto due volte la regina, una volta all’_Opera_ alla rappresentazione
della Didone di Piccini, una volta alla _Comédie Française_ a quella
d’_Orosmane_. — Era il tempo felice della sua vita: era ancora amata
ed applaudita, l’odio e la calunnia vennero più tardi. Ella da parte
sua m’aveva osservata e s’era informata di me: la mia memoria le restò
tanto impressa, che quando, tre anni più tardi, la signora Lebrun,
sua pittrice ordinaria, venne a Londra, mi pregò in nome della regina,
di lasciarle fare il mio ritratto. Era un onore troppo grande perchè
rifiutassi, e mi è stato poi affermato che quel ritratto era nella sua
galleria particolare.[1]
Trovai, lo confesso, tornando a Londra, la mia casetta di Piccadilly
alquanto triste: laonde, a poco a poco, sir Jonh, temendo senza dubbio
che m’annoiassi, mi chiese il permesso di presentarmi alcuni suoi
amici, e cominciammo a riceverli una volta la settimana, poi due, poi
tre, poi ogni giorno.
Sir John a cui non avevo nulla nascosto della mia umile nascita, nè
dalla mia educazione inculta, aveva temuto dapprima che fossi poco
atta a sostener le parti di padrona di casa; ma fin dal primo giorno
fu rassicurato. Uno dei doni più singolari prodigatimi dalla natura,
è d’avermi fatta naturalmente gran signora, e sotto questo rapporto
non mi fu necessaria nessuna educazione; nacqui, per così dire, già
educata.
Una sera si ricordò quella scena di Ofelia che aveva, al principio
de’ nostri amori, prodotto in lui un’espressione tanto profonda. Mi
chiese se non volessi fare pe’ pochi amici che prendevano il thè con
noi ciò che avevo fatto per lui solo. Avendomi egli fatto la domanda
sotto voce, potetti rispondere sotto voce anch’io, che alcuni accessorî
necessarî e sopratutto i fiori selvatici mi mancavano, ma che il domani
alla sera sarei pronta ad esordire la seconda volta.
I nostri amici furono invitati a tornare il domani, e sir John li
avvertì che preparavo loro una sorpresa.
Il domani corremmo, sir John ed io, non nei campi, come sei mesi
prima, — i campi erano coperti di neve, — ma nei magazzini di fiori
artificiali per trovare le margherite, il ramerino e le viole bandite
dalla terra per tre o quattro mesi ancora.
Non so qual sentimento malinconico mi tormentava, riunendo in un
mazzolino que’ fiori falsi in cambio de’ fiori veri.
Sir John mi pareva mesto anch’egli. Tratto tratto lo sorprendevo
con gli occhi fissi su me, quando i nostri sguardi s’incontravano
si sforzava di sorridere. Da una settimana o due andava ogni giorno
all’Ammiragliato, ed i messaggi si succedevano in casa sua ed
al _Theseus_; dava ordini sotto voce; faceva preparativi che mi
nascondeva: era evidente che un cambiamento qualunque nel mio destino
approssimavasi.
La sera venne: gli amici si riunirono ignoranti e curiosi della
sorpresa da me preparata, e da sir John promessa con qualche solennità.
Dopo il thè, o meglio durante il thè, passai dal salotto nella camera
da letto: mi vi trasformai in pochi minuti in Ofelia; poi, quando tutti
meno m’aspettavano, riaprii l’uscio: — un grido unanime m’annunziò che
l’entrata aveva fatto effetto.
Il mio successo fu immenso: per la prima volta esordivo innanzi a
spettatori: fin allora avevo sempre recitato o per me o per una sola
persona. Una volta sola ero stata applaudita dal mio sconosciuto
uditore, chè da sir John avevo ottenuto più che applausi; e l’effetto
che in lui produssi la seconda volta fu anche maggiore del primo.
Fu un entusiasmo generale: mi gridarono _bis_; supplicarono
l’ammiraglio di domandarmi una seconda rappresentazione, ma rifiutai
ostinatamente. Ero convinta che i difetti sfuggiti agli occhi degli
spettatori a quel primo saggio, si paleserebbero al secondo.
— Ma, dissi, se qualcuno vuol rispondermi, reciterò volentieri la
scena, anzi le due scene di Giulietta al balcone.
Per disgrazia, bontemponi più che letterati, gl’invitati di sir John
non erano abbastanza famigliari con Shakespeare per secondarmi.
Pensai allora con vivo senso di rammarico a quel povero Harry, che
nel giardino di miss Arabella mi aveva dato un Romeo tanto poetico ed
innamorato.
Quel velo della notte disteso sulla sua faccia, che m’aveva celato le
sue sembianze, lasciando la sola sua voce giungere a me, gettava un
dolce e vago mistero su quella memoria.
— Che sventura, disse sir John, che il mio amico Featherson non sia
a Londra, egli che sapeva Shakespeare a mente, meglio di Garrick! La
prima volta che vedrò Sheridan, gli chiederò dov’è.
— Ma è qui, rispose uno de’ nostri invitati.
— Ne siete sicuro, sir Giorgio? disse l’ammiraglio.
— Lo vidi e gli parlai ieri.
— V’è mezzo di saper ove sia?
— Nulla di più facile: me ne informerò da suo zio che dimora ad
Hay-Market.
Non so perchè avevo seguito con vivissima attenzione, anzi con un certo
batticuore, le parole scambiate fra l’ammiraglio e sir Giorgio.
L’ammiraglio si volse a me.
— E se troveremo Featherson, acconsentirete a recitar con lui le due
scene di Giulietta e Romeo?
— Certo, dissi; ma aggiunsi sorridendo: — Perchè non le imparate
voi? —
— Infatti, rispose sir John con un sospiro, quella scena s’accorderebbe
alla congiuntura presente; ma Harry, vi riuscirà meglio di me.
— Harry! esclamai, chi è Harry?
— Harry, cara Emma, è il nome di Featherson.
— Perdono, dissi.
— Avete conosciuto un Harry? ripigliò sir John con qualche curiosità.
— Udii una volta pronunciare questo nome, dissi, ma non apparteneva ad
un nobile lord, sibbene ad un povero artista, e certo il mio Harry non
aveva nulla di comune con sir Harry Featerson.
Fu convenuto che sir John si darebbe a ricercare sir Harry, e che,
ritrovatolo, ci accorderemmo per la recita delle due scene di Romeo.