Il _campiello_, chiuso su tre lati dalle piccole case dei _fiocinini_
e aperto a nord su la laguna, in quell’ultima ora serale cominciava a
divenir muto chè i monelli e le donne erano adunati inanzi ai focolari
ad attendere l’umile pasto. L’aria si faceva d’attimo in attimo più
oscura chè dalle immensità marine Borea si spingeva innanzi, nella sua
convulsa rabbia, cumuli di nubi nerastre. Un balenare incessante, senza
bubbolio di tuoni, copriva tutto l’oriente. La tempesta si rivelava
nel suo fuoco, accendendo le nubi di bagliori sinistri. Nei cieli del
tramonto persisteva un incerto lividore cinereo. Era freddo.
Nella semioscurità si intravvedevano i _fiocinini_ che giungevan al
tacito convegno. Si presentavano alla spicciolata, uno per volta come
andassero a diporto senza cura apparente; non salutavano i compagni
seduti sui loro battelletti; ma cercavano un luogo ove accosciarsi a
loro volta e attendere pazientemente il cenno. Quasi tutti tenevano,
stretta fra i denti, una breve pipa di gesso.
Erano giovani dal volto precocemente solcato da rughe profonde; erano i
figli della lotta e dello stento.
La tempesta, incalzata da Borea, era giunta ormai con la notte, e la
tacita accolta di uomini si perdeva nelle tenebre.
Quando feci per discendere il piccolo ponte che conduceva al
_campiello_ remoto nel quale ci eravamo dati convegno, sostai e dissi a
Serenella:
— Siamo giunti, ritorna.
— Voglio vederti partire — rispose ella non abbandonando il mio braccio.
— È impossibile; Giovanni ti attende e non puoi tardare.
— Mi raccomando — riprese con voce supplichevole — tutta notte pregherò
la Madonna del dolore per voi... mi raccomando!
— Fa di non tradirti o saremmo perduti!
— Ma avete dunque deciso?
— Non ancora. Sarà ciò che il destino vuole.
— Tu che puoi fare intendere la tua ragione fra tutti, tu cerca
persuaderli per il loro bene...
— Farò ciò che mi sarà possibile....
— Oh che tu sia benedetto, amore mio! Io darei cento volte la mia vita
pur di non vederti partire!
E il pianto che aveva trattenuto fino a quel punto, irruppe su dalla
dolce gola in un tremito tormentoso. Aveva appoggiato il capo alla mia
spalla e stava così stringendomi le braccia in un estremo tentativo di
trattenermi ancora.
— Duccio, promettimi una cosa — disse levandomi in volto
improvvisamente gli occhi lucenti.
— Parla.
— Domattina prima dell’alba ti aspetterò su gli argini, alla Madonna di
Pratobello; qualunque cosa avvenga promettimi di non mancare.
— Te lo prometto.
— E il Signore che mi vede, sa bene che, se non tornerai....
Era così affettuosamente addolorato il viso di lei e negli occhi suoi
c’era tanta passionalità d’amore che un improvviso impeto di tenerezza
mi spinse a dimenticare per un attimo la triste fatalità dell’ora.
Me la strinsi al cuore e le baciai i capelli, gli occhi, la bocca,
ripetutamente, perchè era mia e le avrei dato tutto il mio sangue.
Un breve sibilo che giunse dall’ombra ci disciolse dall’abbraccio.
— Mi chiamano — dissi — debbo raggiungere i compagni.
— Verrai agli argini?
— Verrò. Torna, torna a casa. È notte alta. Addio.
Quando ebbi disceso la scaletta del ponte udii ancora la voce di
Serenella ripetere debolmente:
— Addio!
Poi mi diressi nelle tenebre verso il punto fissato e non intesi se non
il rombo ululante di Borea che si scagliava nella vastità turbinando.
Quando giunsi in prossimità dell’acqua, una voce mi chiamò in disparte.
— Sei tu, Duccio?
— Sono io — risposi.
— Ti aspettavo — fece Zalèbi levandosi dal battelletto sul quale era
accosciato.
— Si parte?
— Non ancora.
— Chi manca?
— Marco e Luca; saranno per via.
— Li aspettiamo?
— Sì.
Dopo una pausa riprese a bassa voce:
— La notte è buona; Duccio, hai proprio deciso di seguirmi?
— Certamente.
— E vuoi venire sul mio battello?
— Voglio essere con te.
— Bada che si giuoca tutto!
— E che m’importa?
— Anche la vita si giuoca!
— Sarà ciò che il destino ha segnato.
— Sta bene — rispose Zalèbi e si accosciò sul battelletto che giaceva
su la riva a pochi passi dall’acqua. Io presi posto vicino a lui e
attesi.
I _fiocinini_ si erano dati convegno per compiere un’impresa singolare.
Diavolo vegliava i _lavorieri_[9] di Campo Rillo: si trattava di
catturargli, anche con la violenza, gran parte della pesca. Nella
notte, al ballo degli Argini, allorchè Diavolo aveva detto a sua figlia
che andava a fianco di Zalèbi:
— Vientene via, non voglio imparentarmi coi ladri! — non aveva offeso
unicamente il figlio di Giovanni della Nave, ma tutta la classe dei
_fiocinini_, di coloro che non potevano vivere, nell’aspra città delle
acque, se non di quella pesca che il Comune voleva riserbata per sè,
a frutto di qualcuno. Essi sapevano di non rubare perchè si trattava
della vita di intere famiglie le quali non avrebbero potuto campare in
modo diverso, mancando qualsiasi lavoro; e sapevano anche quale aspra
lotta costasse loro il poco alimento carpito, sufficiente appena a non
morir di fame. La loro coscienza era tranquilla. La vita ha diritti
superiori ai quali le leggi della ricchezza, difese dallo schermo della
morale, non possono porre argine.
Ora, all’astuto guardiano sarebbe toccata la mala sorte. I ladri delle
lagune gli avrebbero provato che troppa fede nutriva in sè stesso e
nel suo coraggio e che le vanterie da sgherro delle quali si compiaceva
potevano costargli care.
Zalèbi pensava da solo al suo onore; gli antichi insegnamenti delle
madri gli erano guida: — Non essere vigliacco, mai! Se un uomo ti dà
uno schiaffo, ammazzalo!
Nei due giorni trascorsi dalla notte in cui l’anima di Sita gli si
era appalesata nella sua malvagità lasciandolo d’improvviso in uno
stato di stordimento, egli aveva vissuto per tutta una vita di dolore;
ora, senza che nessuno fra noi conoscesse il preciso proposito che lo
guidava, era capo della spedizione notturna.
Una voce poco lontana pronunciò un nome ad un tratto, fra il bubbolio
del vento:
— Marco! — E, dopo qualche secondo, riprese:
— Luca!
— Ci siamo tutti? — chiese Zalèbi levandosi.
— Sì — rispose la stessa voce.
— Allora andiamo.
Spingemmo il lieve battello che scivolò rapidamente nell’acqua e vi
salimmo: Zalèbi a poppa, io verso prua. Afferrato il forcino, ad un
piccolo grido d’intesa, si prese il largo.
In breve ebbi la sensazione di un pauroso isolamento in una oscura
immensità di acque sconvolte dalla tempesta. Gli amici nostri erano
scomparsi. Non si udiva più il tuffo dei forcìni che per qualche tempo
ci aveva accompagnato. Per l’ansiosa furia del giovinetto eroe, il
nostro battello saettò su le onde con la rapidità del turbine.
La tenebra era densissima e il bubbolio, il rombo, l’ululato del vento
e delle acque si levavano a riempire l’ignoto abisso nel quale mi parve
precipitare.
Ad un tratto giunse dal largo un mugghio più forte che in rapida
vicenda si accrebbe avvicinandosi, simile al fragore delle improvvise
fiumane nei torrenti appenninici.
— Hai la _veste_? — gridò Zalèbi.
— Sì.
— Leva il cappuccio, il tempo è in filo per noi; viene il diluvio!
Non trascorse un secondo che l’impeto di Borea moltiplicò talmente da
non poter trarre il respiro; poi, sferzando, staffilando, infuriando,
spinta dalla folle violenza della tempesta, si riversò dall’alto una
pioggia torrenziale.
Fu tale l’imperversare degli elementi che un improvviso smarrimento
mi colse e rimasi inattivo senza avere coscienza nè del luogo, nè del
perchè mi trovassi sperduto in quella rovinosa tempesta. Il freddo
intensissimo che mi irrigidiva, l’assidua sferza della pioggia alla
quale la _veste_ che indossavo non poteva porre riparo, aveva vinta la
mia resistenza; stavo per abbandonarmi, affranto, allorchè mi giunse la
voce del compagno forte:
— Duccio, Duccio, non perderti d’animo, voga!
Fu come una fiamma che riaccese la vacillante volontà; ripresi il
forcino che avevo abbandonato e mi curvai su di esso con rinnovata
energia. Solcammo la tenebra velocissimamente.
Un urto improvviso ci arrestò.
— Salta a terra, siamo all’argine — gridò Zalèbi.
Ubbidii e presi lo slancio senza vedere ove sarei caduto. Zalèbi
si eresse vicino a me su l’argine melmoso che divideva un _campo_
dall’altro. Afferrato il battello, gli facemmo sorpassare l’ostacolo,
poi udimmo ad un tratto un sibilo acuto al quale altri sibili risposero
fiochi quasi salissero da una incommensurata profondità.
— Vengono — disse Zalèbi — fra poco saremo giunti.
La corsa pazza, faticosa, anelante, ricominciò. Curvi sui forcìni,
rattrappiti nella massima intensità dello sforzo, sbattuti dalla
pioggia e dalle onde spingemmo il battelletto affusolato che ci portò
fra la tempesta lagunare come una docile cosa doma dal nostro volere.
Ad un tratto si intravvide un lucore sanguigno.
— Ferma — gridò Zalèbi.
— È la _casona_?
— Sì.
— E i compagni?
— Verranno — Zalèbi stava ritto immobilmente su la poppa del battello.
Ora potevo intravvederlo al tenue lucore che ne stagliava appena la
figura. Intorno a lui biancheggiavano a tratti le spume delle onde,
pullulavano diffondendosi, apparivano come in un ribollimento convulso
e, su quell’indoma furia, egli si elevava e si inabissava fermo come
torre, in un suo invincibile dominio.
Qualche voce giunse sotto vento:
— Zalèbi? Zalèbi?
Rispose avvicinando le mani alla bocca:
— Vi aspettiamo.
Balzarono dall’oscurità ad uno ad uno gli altri battelli e si disposero
intorno a noi attendendo. La violenza della pioggia non accennava a
diminuire.
— Ora pescano al _lavoriero_ di sotto, verso mare — disse Zalèbi —
al primo _lavoriero_ la pesca è compita. Con questo tempo la guardia
è al riparo nella _casona_; ognuno di voi si impadronisca di una
_bolaga_[10]; io e Duccio veglieremo intorno.
— Sei certo che Diavolo sia a Campo Rillo? — chiese una voce dall’ombra.
— Certissimo!
Allora io vidi sorgere dalla semioscurità forse venti _fiocinini_;
avevano il capo nudo e, stretto in una mano, un lungo coltello a
serramanico.
Rimasero un attimo immobili, poi si levò una voce sola da tutti, fu
come un grido implorante:
— In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!
Strinsero il coltello fra i denti e con un balzo sparirono nella
tenebra.
— Voga! — gridò Zalèbi — dobbiamo seguirli.
Innanzi a noi, come la fioca luce delle lanterne che illuminavano la
_casona_ e i _lavorieri_ si diffondeva, scorgemmo a tratti i dorsi dei
compagni che si eran lanciati alla pericolosa avventura; emergevano
dalle acque a seconda delle onde, parevano legni portati alla deriva,
cieche cose nel cieco dominio della violenza. E la sferza del vento e
della pioggia si riversava dai gorghi abissali gemendo, ululando, con
mille suoni, con mille voci, con le mille grida del turbine che è il
martirio degli elementi.
Ad un tratto si delineò come una massa oscura nella notte, pareva un
breve argine; poco più lontano apparve nitidamente un angolo della
_casona_.
— Ferma, ci siamo — sussurrò Zalèbi. Poi, dopo una pausa:
— Stenditi sul battello e veglia.
Ci coricammo proni tenendo appena parte del capo levato sul fianco
della nostra imbarcazione. Un’ansia tormentosa aveva attutito ogni mia
sensazione onde non avvertivo più nè il freddo nè la pioggia; tutta
la mia vita era negli occhi miei che scrutavano; era sospesa in quegli
attimi che precorrevano un avvenimento oscuro e terribile.
Nessuno ci avvertì. Diavolo e i compagni suoi erano all’altro angolo
della _casona_, intenti alla pesca. La guardia dormiva.
Il vento ci aveva spinti più presso al _lavoriero_; ora ne distinguevo
nitidamente i fianchi contro ai quali si frangevano le onde.
Apparvero e disparvero nella luce le teste dei _fiocinini_; avanzavano
con ogni cautela, tuffandosi e risalendo per riprender respiro,
strisciando muti come bestie all’agguato; poi un torso si levò vicino
al _lavoriero_, poi due, poi tre; udii il secco colpo dei cordami
recisi dai coltelli. Le _bolaghe_ eran libere. La grande preda era
nostra!
— Via! Via! — gridò Zalèbi ai primi che passaron vicino a noi
spingendosi innanzi l’enorme canestro. Nessuno rispose. In breve
dileguarono nella notte. Ma avevamo appena afferrato il forcino che
un urlo disperato ci raggiunse: fu come una ferrea mano che piombasse
improvvisa su la mia nuca, ne ebbi l’identica sensazione.
— Diavolo, in nome di Dio, correte! Hanno rubato tutto!
Seguì un tumulto, poi ogni suono si perse nel fragore della tempesta.
— Sbandatevi! — comandò la guida poi che giungemmo ove erano adunati
i battellieri. In un battibaleno le imbarcazioni scomparvero per
diverse vie e allora a mano a mano rallentammo la corsa per attirare
l’attenzione di Diavolo e lasciar campo ai _fiocinini_ di porre in
salvo la preda.
I miei sensi erano tesi talmente all’aspro fascino della lotta che
sarei caduto senza avvedermene, stremato di forze, prima di avvertire
la stanchezza. La lotta dall’incantesimo ferrigno è forte come l’amore.
— Eccoli! — sussurrò Zalèbi — Duccio, il colpo è fatto!
Udimmo il tonfo rapido dei remi. Una voce gridò a più riprese:
— Ferma per l’anima tua, o sparo!
E un gran fascio di luce ci avvolse.
— Curvati e voga! — riprese il compagno mio. — Andiamo col vento, via!
Io non so quale rapidità ci portasse, non so quale vertigine ci
trascinasse con la pioggia a traverso l’immenso campo lagunare, certo
fu che il bagliore che ci seguiva si disperse; ma un altro apparve
remotamente e un altro ancora su gli argini, poi un suono grave, lungo,
lamentoso di corni si levò in lontananza, si ripetè vicino, fu ripreso
a distanze maggiori; un suono che corse tutto lo spazio come una voce
nuova della tempesta.
— Tentano circondarci — disse nel suo grave affanno il fratello mio —
da tutte le _casone_ rispondono. Aspettiamo.
— Che vuoi fare?
— Lo saprai.
Si riudì più distinto e più rapido il battere dei remi; Zalèbi si volse
ad un tratto e gridò:
— Diavolo?
Rispose a breve distanza un riso di scherno. Fuggimmo ancora, e non
so per quanto tempo, fra grida affannose, e il triste suono dei corni.
Attraversammo due argini, seguiti sempre dall’imbarcazione di Diavolo,
che non cedeva nel suo accanito inseguimento.
All’argine di Campo Cona, Zalèbi spinse il battello nell’acqua; ne
aveva tolto la _doppietta_. Mi disse:
— Allontanati.
— E tu? — chiesi meravigliato.
— Allontanati — riprese — io conosco la strada!
A malincuore mi diressi verso il largo, ma non avevo percorso venti
metri che una luce apparve dietro me.
Distinsi l’adolescente fermo su l’alto dell’argine, e udii il suo grido:
— Prendi la mira! Bada!
Sorse dal buio la figura atletica di Diavolo. L’uomo e il giovinetto
furono di fronte a un tiro d’arco.
Zalèbi spianò il fucile e gridò per la seconda volta:
— Prendi la mira!
— Che fai? — urlò la guardia.
— Prendi la mira, vecchia spia!
I due fucili si puntarono rapidamente l’un contro l’altro, poi due
scoppi improvvisi vinsero il mugghio del vento, il mugghio del mare, e
Diavolo piombò di traverso come una quercia divelta.