I.

Aeternum vale.

Nessuno pianse con me nè io volli che la finzione degli uomini fosse al

letto di mia madre. Ella era bastata a sè stessa per condurmi all’età

del volere; aveva sentito l’orgoglio della sua creatura senza umiliarsi

innanzi all’ambiguo volto della pietà; la forza che l’aveva retta, dopo

il peccato, nella vita amara, dovea bastarmi ad esserle unico compagno

nell’ora terribile.

Qualcuno picchiò a più riprese all’uscio sconnesso, qualche sussurro

di tremula voce mi giunse, voce improntata quasi a sincerità; ma io

ricordai la solitudine di mia madre, allora; ricordai le lacrime lente

che avevo veduto discendere per le sue gote quando le male femmine

avevan detto di lei ogni vituperio, di lei ch’era buona ed aveva le

mani prodighe e le parole gentili, e non volli.

Di fronte al mio viso strano, alle mie parole rudi vidi atteggiarsi

a stupore, a insolvibile maraviglia più di un volto. Come mai, se

tutte quelle creature avevano l’ipocrita convinzione di recare la

tradizionale parola di conforto ad un figlio che stava per rimanere

povero e solo nel mondo, come mai venivano accolte sì malamente quasi

andassero per mendicare? Non era impazzito forse Duccio della Bella?

O non aveva cuore di figlio per la sua povera madre che si moriva? Io

vidi negli occhi delle creature che venivano a picchiare sommessamente

all’uscio della nostra stanza, vidi questo nuovo stupore di domande.

Non si chiude la porta in faccia a chi giunge per curiosare, per

godere dell’altrui sofferenza, se reca sul volto l’atteggiamento della

pietà e, su le labbra, la parola del conforto; è socievolmente utile

ingannarci a vicenda; dire: — Povero figlio! — e pensare che la propria

miseria non ha avuto ancora prova sì aspra e consolarsi nel male altrui

e fingere di parteciparvi.

Non volli. Di fronte al mistero potevo essere solo. Ella mi sarebbe

stata grata, nell’ultima ora sua, della mia forza d’amore.

Anche Omero sostò qualche secondo su la soglia, ma senza levare gli

occhi, senza dir parola. Si era tolto il cappello lacero; stava come

su la porta di un tempio. Sentii che l’anima di lui mi era vicina. Poi

come si era presentato scomparve, in silenzio.

La notte volgeva al suo colmo; la città era muta sotto le tenebre.

Nella triste casa dove avevamo preso dimora da tanti anni, tutte le

voci note si erano spente ad una ad una, o a gruppi, trascorrendo per

gli anditi bui, risonando vicine e lontane nei meandri del caseggiato.

Voci di bimbi, da prima, quando il crepuscolo aveva acceso le

stelle nei cieli; pispiglio di piccole voci superate dal sonno;

poi incoramenti materni, sussurrio di parole gravi, accenti d’ira,

d’augurio, di preghiera come tutte le sere finchè non passasse la

campana del coprifoco, il consiglio del sonno che scendeva dall’antica

torre lontana. Allora (abitavamo un pianterreno oscuro ed umido) si

udiva uno scalpiccio lento sopra ai nostri capi, si udiva ancora la eco

di qualche suono ma debole, spento, remoto, poi null’altro.

Giunse, dalla finestra socchiusa, il canto di un ubbriaco; quando

si sperse in vicoli lontani, dalla vigile torre del tempo scivolò

nell’aria il battere dell’ora notturna. L’alba era prossima forse, non

so: queste cose tornano alla mia memoria come da un’altra vita. Mia

madre mi aveva chiamato già, per dirmi: — Duccio, guarda se c’è il sole

ancora — e come aveva veduto il mio capo accennare negativamente: — Chi

sa se lo potrò rivedere! — aveva soggiunto.

Poi non più. Le sue mani abbandonate su le coltri erano immobili e così

il viso e tutta la persona come se l’anima di lei fosse esulata già

incontro al suo sole d’oro.

Mia madre aveva l’anima di una capinera: amava le cose gaie e fiorenti,

ciò che è di tutti, i tesori che l’egoismo umano non può limitare

a pochi. Il dolore che l’aveva costretta a prove amare, era stato

impossente a turbare la serenità dell’anima di lei. Ella aveva pianto,

sì, e tutte le sofferenze trascorse si risvegliavano ora a spegnere la

fiamma della sua vita; ma era donna anzitutto e della sua natura non

sapeva vincere a quando a quando i pieni abbandoni. Era l’esule di un

regno grande, mia madre, del regno della felicità per il quale era nata

sì fine e gentile e così buona. Ma se il destino le aveva volto tutto

il mondo in guerra, se l’aveva condannata a tutte le angoscie, non

aveva potuto turbare l’anima di lei ch’era serena ed era, come il sogno

di un fanciullo, luminosa di mattutine luci.

Le nostre gioie, nei giorni di libertà, quando gli uomini ci

concedevano di seguire per qualche ora la volontà nostra, erano

semplici; era ciò che per altri sarebbe poco.

Prendevamo la via dei colli. C’era una selva remota che conoscevamo,

una selva di roveri antiche, piena di rovi, di rosalbe e di eriche;

non distava molto dalla città; copriva un colle che si vedeva dal piano

come un gran velo azzurro su i cieli.

Allorquando, desto di soprassalto per le prime voci del giorno, mi

levavo sul letticciolo a guardare per l’aperta finestra e gridavo: —

Mamma c’è il sole! — ella si levava sorridendo, si abbigliava in un

battibaleno (di poche cose aveva occorrenza la sua fiera bellezza per

trionfare) e, raccolte in una pezzuola le poche provviste necessarie

alla nostra fame, si partiva.

Eravamo in aperta campagna che ancora cantavano i galli usciti appena

su le aie o appollaiati su qualche fico elevantesi con le rame bistorte

oltre le siepi; il sole era grande e vermiglio nè aveva preso forza

ancora per il suo lungo cammino. Fiorivano gli orti; nei campi era la

mollezza dei grani, delle biade e delle canape folte. Ella diceva: —

Respira, Duccio; l’aria del mattino è vita! — e levava la faccia contro

ai cieli quasi a comprendere tutta nel suo piccolo cuore la soavità

dell’ora. Incontravamo qualche bifolco che scendeva al mercato; qualche

barroccio che giungeva dalla Toscana (andavano le mule travagando col

muso a terra, fra il fioco tinnire dei campanacci e l’uomo, abbandonato

su l’alto del carico, dormiva con le braccia pendule) e qualche

bimbo che usciva da una redola o da un’aia a sogguardare. Poca gente:

sceglievamo le strade solitarie.

Mia madre aveva l’anima bambina. L’aperta purezza dei campi le dava

l’aspetto ed il parlar giocondo. Io l’ho veduta ridere di nulla, così

per quel commovimento che l’improvvisa freschezza dei campi pone in

cuore a chi ha l’abito di una schiavitù giornaliera; l’ho veduta

animarsi innanzi alla gioia del rifiorire ed aveva allora le sue

parole belle ch’io ricordo come una musica lontana. Per quel giorno di

felicità dimenticava tutto; non una volta ho raccolta dalle sue labbra

una sola frase amara; voleva dimenticare. Forse le era rimasto in core

qualcuno che non poteva porre in oblio qualcuno ch’era stato nella

giovinezza di lei come un compimento; ma non seppi mai dalla voce di

mia madre questa sua interna pena; era troppo fiera per parlarne a me,

per confessarlo a sè stessa ella che sapeva l’amore e non la servitù

dell’amore.

Quando il sole toccava già le cime degli olmi, quando lo stridere delle

rondini, il canto delle allodole saliva più in alto, più in alto con

tutta la luce d’oro, eravamo già su le coste dei colli. E, nella selva

remota, ci fermavamo ad una macera. Poco più sotto, fra le querce, era

una casa dalla soglia erbita. Non ricordo aver veduto mai affacciarsi

persona su la piccola soglia.

Fra i varchi delle rame (erano come occhi azzurri aperti su

l’orizzonte) apparivano le bianche navi del piano: le città e, come un

sorriso d’infinite gemme, le case disperse fino ai limiti del mare.

La nostra vita era, in quel tempo, simile a quella di due fanciulli che

di tutto si appagano perchè l’anima loro ha la freschezza di un’acqua

che rivena di continuo dalla profondità delle rocce. Poco bastava alla

nostra gioia. La terra, nelle sue libere forze, c’era dimora regale.

Nulla di più si chiedeva ed anche di questo gli uomini ci furono avari.

Comunque fosse, il poco ci parve assai e la serenità ci fu compagna

assidua.

Mia madre era una santa; non da altri trassi quel poco che è in me di

luce; quel poco ch’è in me di buono. La parte più oscura dell’anima mia

ereditai dall’uomo che non conobbi e dalla società che mi accolse.

Per quanto tempo la guardassi spegnersi a poco a poco nel suo sopore,

non ricordo. Non ricordo, sentivo dentro me il vuoto di una solitudine

immensa; un martirio che non ha parole perchè non ha limite di

sensazione, perchè è come il mistero.

Ella era lontana, partiva; chi sa mai se, prima di varcare la

soglia oscura, avesse aperto gli occhi ancora per vedermi, per

recare l’immagine mia nell’ombra delle pupille; poteva essere anche

che l’anima sua non riapparisse neppure nell’attimo estremo; che

quell’atteggiamento soave del volto di lei, fosse già l’addio. Oh! la

morte della quale gli uomini temono l’orrore, non ebbe aspetti sinistri

nel nostro tugurio: venne con ali lievi; col fiato di un infante alitò

il suo soffio su la face semispenta e alla creatura che la terra si

tenne non tolse la soavità del sorriso.

Pareva dormisse. Era giovane ancora e bella, anche nell’agonia. La

nobiltà della sua fronte pallida ed ampia si accrebbe. La bocca esangue

scopriva, in un dolce atteggiamento, il candore dei denti ch’io avevo

veduto brillare tante volte al sole quand’ella rideva come una bambina.

Nonostante il grande silenzio io, ritto nell’ombra vicino al capo di

lei, non potevo udirne il fremito del respiro.

Due volte ebbi un brivido improvviso alla nuca e mi chinai e per due

volte sentii il battere lento del suo cuore.

C’era, a capo del letto, una rama d’olivo posata sopra una pila d’acqua

santa; c’era una piccola croce nera ed un nido di passeri che avevamo

trovato un giorno fra l’intrichio di un roveto: qualcosa di molto

vecchio, qualcosa di eterno. Un simbolo di fede ch’era per lei come una

memoria dolce della sua infanzia (null’altro perchè ella non pregava

che in cuor suo, mentalmente e tutto il suo Dio era in lei e nulla

all’esterno, se non la terra ed i cieli glielo significavano) e un

ricordo d’amore abbandonato fra i rovi, sotto la tormenta. Ella parlava

in quelle poche cose; era viva in quei segni dell’anima sua.

Così sentii, durante la terribile attesa, un mondo rivivere e

scomparire; ebbi coscienza improvvisa di cose lontane alle quali

mi parve tornare dopo un lungo sonno ed ebbi sensazioni oscure di

smarrimento durante le quali altro non vidi se non l’immobile fiamma

della lucerna, nè so che pensai. Fu un continuo vedere e svedere, un

disperdersi, un ritornare, un’onda alterna di luce sopra una vastità

muta di mare. Forse non soffersi allora. L’essere mio non era raccolto

in un unico pensiero di dolore, ma era disperso nella vertigine di un

turbine.

A volte, con una lucidezza che mi destava un brivido, vivevo

dell’attimo che mi toglieva l’unico mio bene su la terra: mia madre;

a volte, ricaduto nell’incubo, avevo l’incerto pensiero di non dover

tornare alla luce del sole mai più. Vi fu un punto in cui mi sentii il

singhiozzo alla gola, in cui sentii sciogliersi la rigidezza che teneva

l’anima mia, per un intenerimento derivato più dalla pietà che mi

destavo anzichè dal dolore dell’estremo abbandono e allora non volli,

ogni mia forza alerte risorse in impeto repentino, ricacciò le sciocche

lacrime che stavano per isgorgare, mi rese la mia piena coscienza. Rude

ma non imbelle. L’uomo che si compiange è vile.

In quell’istante udii il cigolio di un carro per la via. L’alba era

prossima, sopra i mari lontani; ai limiti delle selve e dei campi

dischiudeva le sue molli ciglia. Nel vicoletto angusto era ancor buio.

Tutte le case tacevano nel sonno; le case delle prolifiche gramigne.

Udii un breve pispiglio di voci infantili sopra il mio capo; udii

il remoto uggiolio di un cane in guerra con qualche vagabondo che

gli rubava i rifiuti delle vie; e lo scalpicciare del lampionaio che

andava, in quell’ora antelucana, a spegnere le rare fiammelle che

vegliavano all’angolo dei vicoli, pallidamente.

Io non sapevo se la notte fosse trascorsa o se cominciasse allora;

del tempo ch’era volto su la mia veglia, non avevo coscienza. M’era

presente il pensiero di lei, ora, di lei sola che giaceva innanzi a

me viva per gli ultimi istanti. Ogni istante trascorso mi era come una

lacerazione profonda.

Batteva il cuore del tempo inesorabilmente il ritmo della piccola

vita; qualcosa ch’era disceso dall’eternità, che aveva avuto una

sosta al raggio di un astro, ecco, l’eternità se lo riprendeva per la

sua legge ignota; batteva il cuore del tempo, ritmo della vertigine

nell’immensità, batteva il palpito angoscioso della moritura. Io lo

sentivo dentro: nelle tempie, nel tremito dei polsi, nel cuore; lo

sentivo in me ch’ero nato di lui come tutte le creature. L’Ombra si

era affacciata agli orizzonti; giungeva, di secondo in secondo, con

fulminea rapidità su la via del tempo, indicibilmente precipite dai

silenzi dell’alto sul piccolo cuore degli uomini che non sanno. Non

mai come in quella notte, come in quell’ora, in quell’attimo, mi fu

presente, visse ne’ miei sensi protesi l’indicibile angoscia che non

ha paragone; non mai questo lampo luminoso che diciamo vita io vidi più

chiaramente nel suo mistero e per l’impeto sovrastante, per il battere

fulmineo dell’ignoto cuore, per l’ansia, per la paura, per l’orrore che

n’ebbi, stetti con gli occhi sbarrati finchè ad un gesto di lei, della

mia santa, sorsi in un grido terribile.

Fu allora che udii un lieve cigolìo dell’uscio.

Non mi volsi; qualcosa di me intese, non io. Ella non era morta, anzi

socchiuse gli occhi che vidi sì bianchi e lontani; lontani, sì, per

l’anima esule ormai.

Fu quand’era chiaro, quando cantarono i primi galli. Qualcosa di

primaverile tornava. Il sole era sorto dai mari, veniva a chiamarla.

Cantarono i galli da tutti i cortili, dagli orti vicini. O voce fresca,

eterna tremula albata come ti intesi in quell’ora non più potrai

essermi discara! Mia madre pareva dormisse. Ad un tratto le sue labbra

ebbero un tremito; la bocca s’aperse un po’ più.

Non vidi, non seppi: chi sa per quanto tempo avrei spiato così quel

volto immobile e sereno, se una voce non fosse giunta simile ad un

singhiozzo trattenuto chè ha tema di riuscir grave:

— Duccio della Bella, preghiamo!

Quando mi volsi, inginocchiato su la terra, il capo scoperto e gli

occhi chini nel pianto, vidi Omero, il pezzente.

Il Cantico · 第 6 / 42 题