PETRARCA.

— Conoscete l'abate di Saint-Pierre?

— Oh, chi nol conosce? l'autore della _Pace perpetua_; l'inventore della

parola _bienfaisance_; un utopista....

— Sì, ma l'avete letto?

Davanti a questa domanda ammutolisce troppo spesso un uomo sincero: e,

se sinceri, ammutolirebbero i tanti i quali sentenziano di libri che non

conoscono se non di nome, o, ch'è ancor peggio, se non pel giudizio che

ne diedero i giornalisti, i quali le più volte non li leggono, o col

proposito di leggervi soltanto il bene o il male.

Eppure l'opera più conosciuta del Saint-Pierre meritò di essere

analizzata da quel cupo Gian Giacomo Rousseau; e un ministro, famoso per

tutt'altro che per bontà, la definì «il sogno d'un uomo dabbene»; nè

l'un nè l'altro giudici competenti, perchè la candidezza e la

rettitudine non possono comprendersi se non da chi le possiede.

Ed oggi che, sotto il nome di pace, freme continua la guerra o la

minaccia di guerra, e si ripone il progresso della civiltà nel raffinare

i modi di straziare ed ammazzare il maggior numero d'uomini e di beni

nel minor tempo, è dolce buttarsi sui sogni della pace: — sogni forse

anche dopo che gli uomini si saranno disubbriacati.

Certo a chiunque vede l'animale detto ragionevole lacerarsi cogli

orribili modi della guerra, vien in proposito di cercare un riparo a

questa frenesia: e l'abate di Saint-Pierre credette trovarlo, e l'espose

nel _Progetto di pace perpetua_. A Utrecht era adunato nel 1712 un

congresso per istabilire la pace, da lunghi anni sbandita per le

ambizioni di un re, e vedendo da quanti sofismi e paralogismi fosse

ritardato l'accordo tra' principi, il nostro abate stese il suo

_Progetto_. Lo so anch'io che il migliore sarebbe di dire: «O uomini,

siate buoni; o principi, moderate la vanità; o ministri, non operate di

puntiglio»: ma ciò varrebbe come indicare che il miglior rimedio alla

febbre è l'ordinare: «Fate battere regolarmente il polso».

Il Saint-Pierre era persuaso che gli uomini intendano i proprj

interessi: e perciò dimostrava che la pace è più utile della guerra;

dimostrazione strana per animali ragionevoli! Nè io voglio divisarvi il

suo _Progetto_: basti dirvi che, fatto un nuovo scomparto più razionale

dell'Europa, onde conservarla in assetto proponeva un congresso

permanente ed arbitro, che giudicasse delle vertenze tra le nazioni, e

che sancisse le paci e le mantenesse, dichiarando nemico pubblico chi

ricusasse star alle decisioni di esso. Nella _città della pace_ deve

risedere un ufficio perpetuo di _giureconsulti osservatori_ per

avvertire continuo quai regolamenti e ordini giovi aggiungere ai vecchi,

quali modificazioni introdurre, o emendazioni del diritto; giacchè è

follia cercare la pace di fuori quando si stia male dentro.

Ma queste le sono questioni da politici, nè i politici leggeranno di

certo questo povero racconto fatto pel popolo, di cui essi non si danno

pensiero. La semenza di Caino però germina anche fra noi privati; e pur

tacendo i miserabili accapigliamenti della stizzosa ed invida razza de'

letterati, ogni giorno risse, dispute, processi raddoppiano i mali di

questa già infelice esistenza. Chi ha un possesso senza aver litigio?

qual testamento si applica senza avvocati? qual eredità si addice senza

baruffe e nimicizie tra i coeredi?

I Milanesi di quel medioevo che alcuni credono solo feroce e ignorante,

nel XII secolo fabbricando i tribunali in Piazza de' Mercanti, posero

una iscrizione proprio al cominciar della scala, che in lettere gotiche

ed in latino esprime: «Nelle controversie delle cause nascono corporali

nimicizie, si fa getto delle spese, si cresce l'angustia dell'animo, si

stanca ogni giorno il corpo, molti delitti ne derivano, si pospongono le

buone ed utili opere e quelli che sperano trionfare spesso soccombono, o

se trionfano, calcolate le fatiche e le spese, nulla si trovano in

pugno».

Il più bello, il più nobile ufficio di un paese, è quello del paciere,

del conciliatore: e spesso lo adempiono i curati, riveriti per sapere,

per integrità, per disinteresse. L'abate di Saint-Pierre scrisse

un'opera sul modo di diminuire i processi, che son la guerra fra i

privati; e quel libro potrebbe bene tradursi e ristamparsi, invece di

tante o sudicerie o fatuità o tossici, che i libraj ammaniscono ogni

giorno a quei che hanno bisogno di leggere per non essere costretti a

pensare. Fedele al metodo geometrico di passar sempre dal cognito

all'incognito, il Saint-Pierre dimostra in prima la necessità delle

leggi e dei giudici e le loro condizioni essenziali e conchiude esser

meglio che le leggi stabiliscano sopra tutti i casi, anzichè lasciar ai

giudici l'applicazione di massime generali poco costanti. E poichè le

relazioni sociali si estendono e modificano di continuo, vuolsi una

società di dottori e di pratici, che incessantemente al legislatore

sottopongano progetti studiati e provati; donde si ridurrebbero poco a

poco ad uniformità le migliaja di consuetudini: toglierebbesi ai re

l'arbitrio di far leggi assolutamente, ed intervenire agli affari

privati, sospendendo il corso della giustizia; toglierebbesi

(aggiungiamo noi) ai Parlamenti il mal vezzo di storpiare con

emendamenti improvvisati le leggi preparate con lungo studio, o di

obbligare i popoli ad osservare, dopo che i deputati fecero grande

sforzo di logica e più di rettorica, per mostrare che sono o cattive o

inopportune.

Non contento di scrivere, il Saint Pierre non negligeva l'ufficio di

paciere; e fra le altre gli incontrò quest'avventura.

Il marchese di Villars possedeva in Normandia una lietissima tenuta,

detta a ragione la Bellavista: e l'aveva coltivata ed abbellita in modo,

che da lontano si accorreva ad ammirarla. Morto lui, venne disputata fra

il cavaliere Castel e il contino di Beauvilliers, prossimi parenti, che

per far valere le loro ragioni si circondarono di periti, d'ingegneri,

d'avvocati, di sollecitatori. Ne seguirono ostinazioni da una parte,

disgusti dall'altra, ognuno volendo avere per sè quel bel possesso.

Invano si esibivano compensi ricchi, perocchè la Bellavista dava una

specie di celebrità; dava il gusto di avere il più bel luogo di

Normandia; dava, aggiungiamo, la soddisfazione di un puntiglio. E ad un

puntiglio che cosa non si sacrifica? Onde essi dichiararono che

litigherebbero l'intera vita, piuttosto che cedere la Bellavista.

Era parente d'uno di essi il nostro Saint-Pierre, e volendo rimetterli

in pace, andava e tornava da questo e da quello; ma che vale mai la

ragione durante la collera o contro il puntiglio?

Una volta il cavaliere e il contino si trovarono insieme alla

Bellavista, giacchè un avanzo di buon senso e la creanza li rattenevano

dall'ostentare in pubblico la loro nimicizia; ed entrambi confidavano i

loro dispiaceri al Saint-Pierre, e principalmente la penuria di denaro a

cui gli aveva ridotti la diuturnità del processo; la qual penuria però,

invece di persuaderli ad un accomodamento, che, per quanto magro, è

sempre migliore di una grassa sentenza, li faceva più caparbj a non

volere aver perduto le spese. Il Saint-Pierre, vedendo che gli argomenti

non profittavano, disse: — Ebbene, lasciam via questi rompicapo. E tanto

per divagarci, permettete vi legga questa sera una storiella che ho

composta or ora, e sulla quale desidero il vostro parere». Volentieri

aderirono, e l'abate lesse la seguente

Racconti storici e morali · 第 88 / 94 题