Siccome nel primitivo caos una confusione di contrarj elementi lottava,
informi e discordi aspettando il potente soffio dell'amore che gli
ordinasse all'utilità, alla bellezza, alla evoluzione: tale nel
medioevo, in questa cara patria nostra, i diversi elementi d'antico o di
moderno, di popoli dell'Oriente e del Settentrione, di civiltà decrepita
e di nascente, di coltura e di barbarie, di cristianesimo e d'idolatria,
non combinati ancora, cozzavano senza riposo. Quinci guerre parziali,
minute ma continue, nelle quali tu avvisi l'impeto di violente ed
irrefrenate passioni, l'indisciplina dei grandi, l'indipendenza
dell'individuo, che, col pugno sulla spada, si tiene per sovrano di sè e
delle azioni proprie, e in quella spada vede il diritto di acquistare
quanto gli torna o gli piace. Spente o soffocate le leggi e la
giustizia, non conosciuto altro diritto che la forza, fra lo schiammazzo
di quegli impetuosi, fra il divincolarsi delle membra colossali, fra
l'urtar degli stocchi, qual voce avrebbe potuto far intendere parole di
composizione e di pace?
La religione.
Unica forza morale di quei secoli, unico centro della disgregata
società, supplendo al difetto dell'amministrazione e della giustizia,
tra le risse private, tra le file dei combattenti inviava l'inerme sua
milizia, perchè in nome del Signore imponesse fine agli eccidj fraterni.
Chi non conosce la _tregua di Dio_? Uomini pii diedero voce che il
Signore avesse parlato, ed ingiunto loro, che, spargendosi per la
cristianità, intimassero dover ogni zuffa sospendersi tre giorni per
settimana, o maledetto chi violasse tal legge.
Gli uomini, usati al racconto di miracoli, creduli perchè ignoranti,
perchè soffrenti, perchè cattivi, prestarono fede: ed ogni settimana,
quando il giovedì tramontava, i soperchiatori, i prepotenti riponeano la
daga o il coltello nel fodero: i tementi respiravano; l'insidiato usciva
dagli asili o dai nascondigli, per tornar a vedere la donna, i
figliuoli, il padre: poteva il tapino ardirsi d'alzare gli occhi sul suo
signore, senza vederlo schizzar sangue e vendetta: le colombe
s'accostavano sicure al nibbio, finchè non tornasse a ricacciarle l'alba
del lunedì.
A mezzo poi del secolo XIII, vennero i _Battuti_, grosse torme d'uomini,
di donne, di fanciulli, che scalzi i piedi, coperta appena la nudità da
un rozzo sacco, in lunghe disordinate file, seguitando un crocifisso,
battendosi a sangue, cantando lo _Stabat Mater_, e così mutandosi di
città in città, di regno in regno intimavano penitenza, e concordavano
paci.
A questa clamorosa divozione, non promulgata da predicatori, non
istituita dal pontefice, senza che alcuno ne sapesse il come e il
perchè, diffusa rapidamente da un capo all'altro dell'Europa, entrava
negli animi la persuasione d'alcuna grave sventura, colla quale Iddio
fosse per riasciacquare le iniquità della terra. Tacquero le danze e le
canzoni d'amore per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene:
usurieri e ladri restituivano il mal tolto: peccatori inveterati nella
colpa si confessavano e ricredevano: le sùbite ire ammorzavansi, come un
incendio sotto un mucchio di terra.
In quel tempo istesso cominciarono due nuovi Ordini religiosi, milizia
potente a sostenere i diritti della santa sede, minacciati dallo
svegliarsi dell'umano pensiero. Erano questi i Domenicani e i
Francescani; i primi, specialmente intesi a svellere la zizzania di
mezzo al frumento, e punire i fratelli di Gesù Cristo che non credessero
e non adorassero come loro: gli altri, tutti popolari, tutta povertà, si
diffondevano in mezzo al volgo, accattando un tozzo per Dio, predicando
il Vangelo e i santi loro e pratiche di devozione, e mitigando i cuori
iracondi. Ne' quali uffizj non erano però così distinti, che talvolta
non si vedesse il Domenicano proclamare non l'esterminio, ma l'amore, ed
il Francescano accostare la face al rogo che doveva ardere un riprovato.
Sentivi tu (caso quotidiano a quei tempi,) sentivi un ricambiare di
bestemmie, di vituperj, un tempestare di colpi? Eri sicuro di scorgere
ben tosto fra gli azzuffati interporsi il frate col rozzo sajone, nudo
il raso capo, tendendo di mezzo ai colpi la croce di legno che gli
pendeva pel rosario alla cintura.
Due fratelli si cercavano a morte? una famiglia un corpo aveva giurato
vendetta di qualche insulto? l'oltraggio aveva aguzzato il coltello,
nascosto sotto alla casacca d'un violento? Ebbene: il frate s'affacciava
alla porta con un _Deo gratias_ sommesso; prendeva a ragionar del
Signore, d'un Uomo Dio, che patì prima di noi, più di noi, per noi e
senza colpa; dipingeva l'amarezza degli odj, la giocondità dell'abitare
i fratelli in uno; poi un momento estremo, nel quale riuscirà così dolce
il ricordarsi d'una buona azione; un altro giudizio, dove chi perdonò
sarà perdonato. Quei cuori feroci cui non avrebbe frenato impero di
legge o possanza di magistrati aprivansi alla benevolenza, fondevansi in
lagrime, e correvano ad abbracciare il nemico, fra le benedizioni del
frate paciere.
Che se voi siete di quelli che investigano l'antichità, non fra diruti e
reliquie inanimate, ma nei costumi discesi fino a questa ciarliera
nostra civiltà che tanto vantiamo, e che pure non è se non una posata di
mezzo fra il bene e il male, avrete potuto trovare avanzi di quelle
antiche istituzioni, od in Toscana nella Compagnia della Misericordia,
che ad ogni caso di rissa o di pericolo accorre per impedire o rimediare
il male, recare pace o medicina; oppure in Roma, ove, pei trivj e nelle
taverne, quando l'uomo, non educato o frenato dalle buone istituzioni,
tra il furor delle risse o l'ebbrezza del giuoco, prorompe all'orrendo
bestemmiare, gli si para dinnanzi un Saccone, uomo ravviluppato sino la
faccia nella cocolla, il quale, senza far motto, si inginocchia davanti
al bestemmiatore, tendendo le mani giunte. Il bestemmiatore comprende
quel muto linguaggio, cessa l'imprecazione, e non di rado, caduto
anch'egli in ginocchio, la converte in preghiera d'espiazione. Sotto a
quel cilicio è forse celato uno dei primi signori, un prelato, un
cardinale: — belle istituzioni, se non ne discordassero troppo le
carabine, inarcate al tempo stesso per punire il bestemmiatore.
Nè solamente a ricomporre private nimistà davano opera i frati: spesso
ancora s'intromettevano alle discordie fra città e città, fra gente e
gente nemica. Imperocchè le repubbliche italiane, senza sperienza di
storie, non che sodare l'unione, tendevano a più sempre disgregarsi:
ogni città, ogni villaggio, che più? ogni famiglia voleva formarsi
centro, appartato da ogni altro: talchè fra que' ringhiosi non era pace
mai, di rado tregua. Divisa l'Italia in repubbliche, queste in comunità,
le comunità in corpi e maestranze, e tutti in fazioni, una l'altra
contrariava ne' consigli, preparava segrete congiure, aperte sedizioni;
correva alle armi, occupava i castelli, cacciava di contrada in
contrada, di vicinanza in vicinanza gli avversarij? I vinti, cercato
soccorso di fuori, comparivano di nuovo battevano e ricacciavano i già
vincitori; ammazzamenti, guasti, rube, incendj, questa è la storia delle
città d'allora.
Miseri Italiani! Nessuna nazione al par di voi corse ingorda a queste
battaglie; nessuno al par di voi scontò con tanto pianto quel sangue: e
il pianto di tre secoli non ne ha ancora lavato la macchia... Giudizio e
preparazione di Dio!
Fra tanto battagliare di parti, grand'opera rimaneva ai frati. Già al
tempo delle crociate, molti si davano attorno a calmare le risse,
persuadendo a volgere piuttosto contro il comune inimico questo bisogno
d'azione. Nel che Iddio con mirabili effetti di paci prosperò san
Bernardo di Chiaravalle, che mentre bandiva la cacciata de' Saraceni da
Terrasanta, venne a comporre in concordia Milano, Genova, Pavia,
Cremona. Il beato Alberto mise in accordo i paesani delle due sponde
dell'Adda, fra Brivio e la val san Martino, quand'erano già per venire
ai ferri. Il qual beato Alberto aveva fondato il convento in Pontida,
ove poi, ad insinuazione di frati, venne conchiusa la Lega Lombarda,
formidabile al Barbarossa; e donde alla guida di un frate (frà Jacobo)
si mossero le città per ricostruire la distrutta Milano, e redimere la
patria dagli stranieri.
In Genova ferveano le contese fra nobili, e un figlio di Rolando
Avvocato era stato ucciso dagli arcieri di Marchese di Volta; marchese
di Volta fu trucidato poco poi; sangue per sangue, nè fu il solo. Invano
i consoli si adoprarono per rappattumare i feroci, onde finsero di voler
risolvere il litigio con sei duelli. Accorsero le madri e le spose dei
trascelti per impedir quel sangue; il che già disponeva a una pace
ch'essi dissimulavano di desiderare. Perchè fosse più solenne il
giudizio di Dio, invitarono l'arcivescovo; nel mezzo dell'adunanza le
reliquie del Battista; attorno il clero in pontificale; croci alle porte
della città: tutto che incuteva un insolito rispetto. Allora
l'arcivescovo parlò di Dio e del precetto suo nuovo, la carità; cavò le
lagrime: quei ch'erano venuti per uccidere si confusero in un abbraccio
di fratellanza; e uno scampanìo universale e un fragor di _Te Deum_
annunziò la pace (1169).
Quei di Gubbio conservano la tradizione che sant'Ubaldo, vescovo nel XII
secolo, non potendo impedire le frequenti risse tra' cittadini,
proibisse loro di usare armi o sassi, ma le risolvessero solo a pugni,
nel che continuarono fin a tempi civili. Specialmente in tutta l'ottava
dopo Pasqua, i quartieri di S. Giuliano e S. Martino combattevano contro
quelli di S. Andrea e S. Pietro, cercando cacciarsi dai rispettivi
quartieri e dalle abitazioni a forza di pugni: e chi rimaneva vinto e
pesto non imputava l'emulo, ma la propria debolezza o sfortuna[37].
Grandi concordie conchiuse Francesco d'Assisi: e udito esser risse fra i
magistrati e il vescovo della città sua, mandò i suoi frati a cantare al
vescovado il suo _Cantico del sole_, al quale aggiunse allora questi
versetti:
_Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e
sopportano patimenti e tribolazioni._
_Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati
dall'Altissimo._
Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell'Assunta del 1222
(scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io a studio in Bologna,
vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico, dove tutta
quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare il parlar
degli angeli, degli uomini e dei demonj: intorno ai quali spiriti tanto
bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca
meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. Ma tutta la materia
del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e stabilir patti
di pace. Sordido d'abiti, spregievole d'aspetto, di faccia abbietta,
pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui che molte tribù
di nobili, fra cui inumana rabbia d'inveterate inimicizie aveva con
molta effusione di sangue infuriato, vennero ridotte a consiglio di
pace».
D'altre paci fu autore il seguace suo sant'Antonio da Padova, che
affrontò l'orrido ceffo di Ezzelino _immanissimo tiranno_, per campare
dalle costui zanne i vinti Camposampiero. Sul costoro esempio, Ugolino
cardinale di Ostia pacificò Genova con Pisa (1217), nel tempo stesso che
altri religiosi riconciliavano Milano, Piacenza, Tortona ed Alessandria.
Poco poi (1229) il vescovo di Reggio rimetteva in concordia i Bolognesi
coi Modenesi; il cardinal Giacomo, vescovo di Preneste (1232) accordava
in Verona i Montecchi coi Capuleti, fazioni troppo note per la ricantata
avventura di Giulietta e Romeo; frà Gherardo da Modena acquietò i suoi
concittadini: i Vicentini il beato Giordano da Forzaté: frà Leone da
Perego (1233) riconciliava i nobili co' plebei milanesi: frà Latino de'
Predicatori (1278) i Geremei co' Lambertazzi in Bologna: in Faenza gli
Acarisj coi Manfredi: in Ravenna i Polenta co' Traversari; frà Guala
bergamasco riamicò i Bolognesi co' Modenesi nel 1229: e nel 1233 i
Trevisani coi Bellunesi, dopo divenuto vescovo di Brescia. Anzi frà
Bartolomeo da Vicenza istituì l'ordine militare di Santa Maria Gloriosa,
intento a mantenere in armonia le città italiane.
Siena ricorda sempre con pia tenerezza la sua Caterina, la sposata da
Cristo, che con questo divino nome cominciava e finiva tutte le lettere,
da essa dirette a re, a papi, a condottieri; da essa, povera fanciulla
del popolo, per ispirare concordia e mitezza. I Fiorentini, cui un
tratto era parsa più preziosa la libertà che la religione, presto
ravveduti pregarono Caterina a riconciliarli col pontefice. E la pia,
fattasi apostolo di misericordia, scriveva a Gregorio IX: — Pace, la
pace, la pace per amor di Cristo crocifisso, e non ponete mente
all'ignoranza, all'acciecamento, all'orgoglio de' vostri figliuoli. La
pace sospenderà la guerra; distruggerà l'ira nei cuori e la scissura,
riunirà tutti gl'interessi».
In Milano, quando si contrastavano le fazioni de' nobili e dei popolani,
(1257) vennero compromesse le differenze in quattro frati, e tutti
stettero al lodo di loro: poi novamente essendo scoppiate, i discordi si
raccolsero a Parabiago, ove due frati dettarono le condizioni della
pace. Più tardi qui venne a predicare la legge d'amore il beato Amedeo,
cavaliere portoghese mutato in francescano, che fabbricò di limosine la
chiesa di Santa Maria della Pace, nuovo titolo pietoso, aggiunto ai
tanti onde il medioevo incoronò la regina del dolore e dell'amore.
Molte risse contumaci nel Milanese, in Valtellina, pel Comasco aggiustò
pure frà Venturino da Bergamo, che giunse ad indurre oltre diecimila
Lombardi a pellegrinare fino a Roma per la perdonanza. Vestiti in cotta
bianca e mantello cilestro e perso, e sovra al mantelletto una Colomba
bianca con tre foglie d'uliva nel becco, a schiere di venticinque o
trenta, colla croce innanzi, procedevano di città in città gridando
_pace e misericordia_, e venuti nelle chiese, nudavansi dalla cintola in
su, e si flagellavano. Giovanni Villani li vide arrivare a Firenze, e
mangiare fin cinquecento alla volta in piazza di Santa Marta Novella,
provvisti per carità. Sull'uscire di quel secolo operò a quest'intento
la compagnia dei Bianchi a Firenze, a Pistoja, a Genova, altrove.
Nelle Provincie lombarde profittò assai quel Bernardino da Siena che
veneriamo sugli altari. Meglio ancora frà Silvestro da Siena minor
osservante, cui i magistrati di Milano avevano chiamato perchè attutisse
i dissidj fra cittadini, al che, Dio ajutante, riuscì. Più clamoroso fu
il componimento, a cui egli indusse i Comaschi. All'invito de' loro
capi, condottosi sulle rive di quel lago, tolse a predicare con molto
fervore e gran frutto, incominciando la riforma delle leggi, come ognora
si dovrebbe, dalla riforma dei costumi. Indi piovendo sugli animi
preparati la parola del Vangelo cioè della carità, fece abolire i
maledetti nomi Guelfi e Ghibellini, sotto i quali gl'italiani si
straziarono lungo tempo, favorendo chi la Chiesa, chi gl'imperatori,
dimenticando intanto la patria e la libertà. Poi ad un giorno deliberato
(fu il 13 dicembre 1439) impose che tutti, dalla città e dai contorni,
convenissero sullo spazzo che si dilata dinanzi alla porta Torre. Ivi
con parole piene di spirito e di carità infervorò gli animi così, che
fra tutta la folla accorsa era un piangere, un singhiozzare, un picchiar
di petti e deporre i rancori in fratellevoli abbracciamenti. I nomi di
tutti furono iscritti sul libro della _Santa Unione_, e intimato
l'anatema del cielo ed il castigo degli uomini a chi violasse le
pacifiche promesse.
Non vi sarà meraviglia che uomini così fatti, strascinando a loro
arbitrio le popolari volontà, facessero e disfacessero a loro talento,
riordinassero le leggi e gli statuti: essi in più luoghi riscossori
delle gabelle; essi talvolta podestà e gonfalonieri. Nè pur sempre a
mettere pace ponevano l'ingegno: ma qualora il meglio paresse,
ricordavansi che Cristo ha portata in terra la spada.
A chi è ignoto frà Giacomo de' Bussolari di Pavia? Uscito, al superiore
comando, fuor del romitaggio che s'era eletto per servire a Dio, e
condottosi in patria a predicare la pace, cominciò ad inveire contro i
vizj onde erano lordi i suoi compatriotti, e più i più ricchi: nè
perdonandola a stato o grado o fortuna, rinfacciava la viltà alla plebe,
la tirannide ai potenti. Accadde in quei giorni che i Visconti, tiranni
di Milano, volessero sommettere al loro comando Pavia, togliendola al
dominio dei signori Beccaria. Il popolo, per un fiacco sentimento che
sovente si onesta col nome di amor dell'ordine, scoraggiato porgeva il
collo al giogo, allorquando il frate, coll'impeto di sua eloquenza, lo
scosse, e ne ravvivò l'amor di patria sopito. Facendosi egli medesimo a
capo dei cittadini, li condusse a rompere gli avversarj che invano forti
nel numero cessero al valore inspirato nei Pavesi. Nè ristette: ma
deliberato di tornare in cuore de' suoi l'antica virtù, eccitava in
questi l'abborrimento ai tiranni, cioè all'ingiustizia; fece cacciare
anche i Beccaria, armò il popolo, indusse i cittadini a frenare il
lusso, e col superfluo risanguare il pubblico erario. Le donne, prime
sempre negli esempj di disinteresse e sacrifizio, recarono gli abiti
loro di maggior valuta e i giojelli, restando contente a poco più che un
mantello nero ed uno zendado. Gli uomini esultanti avventaronsi fra
pericoli, a cui era proposto per guiderdone il cielo e la libertà della
patria.
Ma anche allora la forza materiale prevalse, e il frate, scorgendo il
precipizio delle fortune, entrò mediatore di pace. Nella quale, onorate
condizioni ottenne per la sua Pavia; nulla a proprio vantaggio pattuì,
neppure la vita. I Visconti giurarono i patti, e, costume dei violenti,
appena ottenuto il fine, li violarono; il frate, mandato a Vercelli, fu
sepolto nel _vade in pace_ di un convento, ove terminò la vita.
Il più splendido esempio di paci operate da frati fu quello di Giovanni
da Schio vicentino, de' Predicatori. A' suoi giorni la Marca Trevisana e
tutta Lombardia sossopravano fra le risse di tirannetti, parteggianti
chi a favore, chi contro dell'imperatore. Perchè s'accordassero, e così
non fosse lusingato d'aiuti Federico II, che allora meditava ridurre
tutta Italia in soggezione de' Tedeschi, Gregorio papa inviò frà
Giovanni ad apostolare la pace. Fattosi egli prima a Bologna, non è a
dire che frutti coglie: dovunque arriva, eccogli incontro tutto il
popolo coi gonfaloni e le croci, con bandiere ed incensi; ogni parola
sua è accolta come di più che uomo: felice chi tocca il lembo di sua
tonaca! chi ne ottiene un filo! I Bolognesi per pubblico decreto lo
seguitarono, e qualora egli si restasse, piantavangli attorno uno
steccato, acciocchè la folla incomposta, accalcandosegli soverchiamente
addosso, non gli nocesse. Corse con questa maniera di trionfo Belluno,
Feltre, Conegliano, Treviso: i Padovani gli uscirono incontro fino a
Monselice col carroccio, e fattolo su quello salire, il condussero in
città fra una esultanza di devozione. Ivi nel Prato della Valle
stivavasi il popolo ad ascoltarlo, e così egli componeva dissidj,
riformava statuti, ridonava la libertà a prigionieri; la patria a
fuorusciti.
Poichè ebbe in tal guisa pellegrinata tutta la Marca Trevisana, ordinò
che un tal giorno, tutti convenissero a giurare, innanzi a Dio e a lui,
concordia ed amistà. Per quest'ordine, il 28 agosto del 1233, presso tre
miglia di Verona, in un'estesa pianura che chiamano la Paquara,
s'accolse un'infinità di persone di Lombardia e della Marca. Qui Verona
Mantova, Brescia, Vicenza, Padova erano venute co' loro carrocci, il che
vuol dire col popolo tutto: Feltrini, Bellunesi, Trevisani, Ferraresi,
Veneziani, Bolognesi cogli stendardi; e tutti, quant'era lungo il
cammino, cantando le lodi del Signore. Convenuti erano pure quindici
vescovi delle città là intorno, e tutti i baroni delle vicinanze; qui i
conti di Sanbonifazio; qui i signori di Camino; qui i Camposanpiero; qui
il tremendo Salinguerra; qui più tremendi ancora, que' gran nemici
dell'uman genere, Ezzelino ed Alberico da Romano erano venuti per udire
dal frate le esortazioni di pace, di carità. Così ne' favolosi tempi
alla canora voce dei poeti o degli incantatori traevano leoni ed orsi,
fatti mansueti.
Ai cronisti non bastano immagini per descrivere tanto concorso di gente;
chi li somma a quattrocento migliaja: chi dice che da Cristo in poi non
erasi veduta radunanza sì numerosa: chi la rassomiglia a quella futura
nel gran giorno in val di Giosafatte. Ed erano persone, che unico
diritto conoscevano la spada: nemici un dell'altro giurati; avvezzi a
non incontrarsi che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sugli stocchi:
oltraggiati ed offensori, soverchiatori e soverchiati, emuli di
nimicizie ereditarie, d'odj inespiati, inespiabili: sospendevano al
fianco le daghe, su cui era impresso ancora un sangue, ond'era stata
giurata la vendetta. — Ed ora venivano insieme; venivano alla voce di un
povero frate; venivano a giurarsi perdono ed amicizia!
Il qual frate, salito sopra altissimo pulpito, esordendo da quelle
parole del Vangelo _La pace mia vi do_, _la pace mia vi lascio_,
pronunziò un'esortazione alla moltitudine perchè ritornasse alla
concordia del Signore. La voce sua, ne assicurano i cronisti, sonava
quel giorno più che mortale: sicchè era intesa perfettamente da un
popolo immenso, mugghiante a guisa di fiotti marini. Ma non è mestieri
ricorrere a miracoli; giacchè, in que' solenni casi, se l'orecchio non
ode, l'animo intende: intende al modo onde i soldati capiscono le
arringhe dei loro capitani. Nè gli stupendi prodigi di commozione, che i
simili mai non ottennero Demostene e Cicerone, e che sappiamo aver
seguìto alle parole di Pietro eremita, di Bernardo di Chiaravalle, dei
due santi d'Assisi e di Padova, non erano già effetto di ben accordate
parole o d'invincibili ragionamenti. Rustici parlatori, in un latino
tralignato od in un vulgare ancora inesperto, con argomento e
distinzioni sofistiche, ne porgono la miglior riprova come l'eloquenza
non consista tanto in chi parla, quanto in chi ascolta. L'opinione della
bontà, intesa da tutti anche quando le idee di giustizia e di dovere
sono stravolte, d'una bontà semplice a segno da sottrarsi all'invidia,
amata perchè propizia e tutrice, venerata perchè impressa del marchio
della religione, disponeva gli ascoltatori in favore del predicante.
Coll'entusiasmo proprio dei secoli robusti, traevano essi per essere
commossi: non udivano, ma vedevano: ed ogni gesto dell'oratore,
interpretato da ciascuno a suo modo, ed esposto al libero volo
dell'immaginazione, veniva a dire assai più che non avrebbero potuto le
parole. E come il pio contadino, qualora devoto recita orazioni in
lingua ignota, pure sa che sono preghiere, e crede in quel linguaggio ed
in quell'unica formola, esprimere qualunque bisogno al suo padre che è
ne' cieli, così sapendo che il frate predicava la pace, ciascuno vi
faceva i commenti che al suo caso meglio convenivano, credea sentirsi
chiamare col proprio nome, rinfacciare il proprio delitto. Che dirò poi
di quando il frate rompeva in lagrime e singhiozzi, e si prostrava a
terra, e scintosi il cordone dalla cintura, cominciava battersi in
penitenza? Allora più nulla non limitava quell'elettrica possa che da
uno in uno si propaga nelle moltitudini, e fa divenire di tutti quel che
era impeto, curiosità, convincimento d'un solo.
Poichè dunque frà Giovanni ebbe commossi gli animi colle dottrine
generali della pace, della carità, scese a casi parziali, dalle idee
agl'individui: ed ai campioni che gli stavano attorno, impose le leggi,
secondo cui voleva si mettessero in accordo; questi rilascerebbe i
prigioni, quegli rimanderebbe gli ostaggi, l'altro darebbe sua figlia in
isposa al figliuolo dell'emulo.
Indi, valendosi dell'autorità senza limite concessagli dal sommo
pastore, nel nome di Cristo e del suo vicario pronunziò benedizioni ed
anatemi sovra chi osservasse o no que' patti: e — Benedetto (esclamava)
benedetto chi osserverà questa pace! benedetto chi la farà conservare!
benedetto chi toglierà di mezzo le discordie! benedetto chi amerà il
prossimo suo come si deve i fratelli!»