Nel 1663 Carlo Spoon, erudito di vaglia, raccoglieva e stampava in dieci
volumi a Lione le _Opere_ di Girolamo Cardano milanese, filosofo e
medico, assicurando che «fra i tanti scrittori del secolo precedente
veruno ne era, le cui scritture sieno state ricevute e celebrate con
maggior applauso ed ammirazione;» e che «l'autore da personaggi di gran
nome fu intitolato dittatore delle lettere, da altri, uomo
incomparabile; da altri, portento dì ingegno.»
Vagliano le testimonianze dell'editore quanto i giudizj dei giornalisti,
ma due cose son certe: che nessuno oggi legge quelle Opere, se non sia
qualche _erudito_ che voglia _regalare_ agli umanissimi lettori un
articolo in proposito; e che nelle scienze rimarrà perpetuo il nome del
Cardano, non meno che nel catalogo abbastanza ampio delle bizzarrie
umane avvegna chè egli sia stato illustre sapiente e insieme un deliro
teosofista, provveduto di variatissima erudizione, eppur fecondo di
pensamenti originali.
Fazio Cardano milanese, studiando all'università di Pavia, conobbe una
fanciulla, e da questa generò il nostro Girolamo nel 1501. Educato a
Milano dal padre, valente giureconsulto, a 20 anni già spiegava la
geometria d'Euclide a Pavia. Era il tempo che gl'ingegni ridesti
sentivano un bisogno universale di esercitarsi alla ricerca del vero
nelle scienze morali, come nelle naturali e positive; e molti attendeano
a raffinare l'analisi antica, altri a perfezionare la nuova. Ma il
linguaggio algebrico era al balbettare; appena sapeansi risolvere le
equazioni di primo e secondo grado e alcune che ne derivano, nè s'era
volta la riflessione sopra le radici negative o immaginarie. Algebristi
italiani vi attesero; e Scipione Del Ferro bolognese nel 1535 trovò la
soluzione d'un caso parziale d'equazione cubica x^3+p^x=q e ne comunicò
il segreto ad Antonmaria Del Fiore, il quale pubblicamente sfidò in
Venezia l'altro famoso algebrista bresciano Nicola Tartaglia. Consuete
erano allora queste sfide, e il Tartaglia confuse l'emulo con una
soluzione più generale. Questa, sotto giuramento, egli insegnò al nostro
Girolamo Cardano, il quale, nella sala sua _Ars magna_, non si fè
scrupolo di pubblicarla, affiggendole il proprio nome che le è rimasto,
dicendosi anche oggi _formola cardanica_.
Il Tartaglia ne mosse querela, il Cardano sostenne di avere ben sì avuta
dal Tartaglia la formola del metodo di soluzione, ma trovata egli stesso
la dimostrazione; e quanto alla formola, la scoperta non appartenere al
Tartaglia, bensì a Scipione Del Ferro. Il Tartaglia dovette confessare
che il Cardano avea dato a quella formola una maggiore generalità, e
scoperto nuovi casi, non compresi nella regola da lui data, ma quanto
alla formola, venne a sfida col Del Ferro; sfida non di stocchi e
pistole come gli odierni eroi da caffè, ma di trentun problemi, ove il
Bresciano ne propose di più ardui, e si mostrò algebrista superiore.
A queste sfide prendea parte tutto il mondo scienziato, e le soluzioni e
i trionfi si annunziavano a suon di trombe; glorie che toccarono spesso
al Tartaglia. Ma in un tempo in cui a questo pareva un gran che l'avere
scoperto il cubo di _p_+_q_ e l'equazione tra il cubo e una linea e tra
due porzioni, di questa, fa meraviglia come siasi trovata la bella
formola cardanica, fondamento ai lavori più insigni, e fino alla
elegante generalizzazione di Harriot.
Il Cardano riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò
le negative nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica aver una o
tre radici reali; sapeva trovare queste per approssimazione, indicarne
il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti;
trasformare un'equazione cubica perfetta in un'altra deficiente del
secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto
spediente all'analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le
equazioni biquadrate, trovato dal Lodovico Ferrari bolognese suo
scolaro; applicava l'algebra alla geometria nei problemi, prima di
Vieta, e di Cartesio; prima di Harriot, cui il Montucla ne assegna il
merito, fece l'equazione eguale a zero. Il Cossali, nella _Storia
critica dell'algebra_ (1791), occupa quasi intero un volume a provare il
merito del Cardano, restituendogli le scoperte che il Montucla
attribuiva ad altri, e massime al Vieta.
Inoltre il Cardano trattò di tutto, e su tutto portò l'analisi
inventrice. Nella meccanica fece giudiziose osservazioni, valutò la
gravità e resistenza dell'aria, ideò di misurare il tempo mediante la
pulsazione dell'arteria; insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili,
che si chiude sotto la parola _serpens_, invenzione che mal s'arrogano i
Francesi.
Egli fu il primo a dare un'esatta descrizione della febbre petecchiale.
Mentre le conchiglie fossili si credevano scherzi della natura,
dilettatasi ad imitar in pietra le specie viventi, il Cardano dichiarò
ch'erano valve pietrificate, attestanti la dimora del mare sulle vette
montane; opinione ancora contrastata da quei gran naturalisti che furono
il Mattioli, il Faloppio, il Mercati. Esaminando qual forza sia
necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato, la fece
proporzionale all'angolo che esso forma coll'orizzonte; teoria giusta,
sebbene ridotta a maggiore esattezza dai moderni. Indicò che l'acqua non
è un elemento, ma è _prodotta da aria_.
Come però di sapienza, così fu un portento di stravaganza. Lasciò le
proprie Memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il
cuore, e come pittura dell'uomo del secolo XVI, in mezzo alla dottrina
cabalistica, che disponeva il mondo in maniera affatto poetica. Se tu
gli credi, e' poteva a sua voglia cadere in estasi e in acatalessi;
vedeva qualunque cosa desiderasse, nè le tenebre toglieano vigore alla
sua vista; ciò che era per occorrergli presentiva in sogno, e da certe
macchie su l'unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione
del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s'impara a schivarlo;
anzi per lui era un bisogno il penare o far penare; tormentava altre
creature, flagellava sè stesso, e morsicavasi le labbra, e si pizzicava
per sentir dolore quando alcuno non ne avesse.
E sì che dolori non gli mancavano. Giocatore, e perciò dissestato, è
costretto ajutarsi con bassezze: un suo figlio fu attossicato dalla
moglie, la quale perciò venne strozzata; a un'altro dovette far tagliare
un'orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita fu bersagliata da
sciagure.
Conosceva d'essere invido, lascivo, malefico, spensierato, e
confessandolo ne riversava la colpa sopra le stelle, ch'erano ascendenti
al suo natale. Del resto credeasi oggetto d'una predilezione speciale
del cielo; seppe più lingue senz'averle imparate; più volte Iddio gli
parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo
padre, il quale se n'era giovato per trent'anni; può in estasi
trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui
assente. Della sua vanità non mi parlate; appena ogni mille anni nasce
un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure, non meno che
l'abilità sua nel disputare; infine, per avverar il pronostico fatto,
lasciossi morir di fame
Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; smanioso di
contraddire, stese bizzarri elogi della podagra e di Nerone, ma checchè
ne dicano l'editore e la boria patriottica, nelle sue scritture mi ha
l'aria di un giornalista ch'è obbligato ad empire le pagine, e più
s'avviluppa in arzigogoli e astruserie, più è tenuto dai goffi; più si
diffonde in lungagne, meglio è pagato; meno riflette, più lavora.
Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe
ch'egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle
cose. In lei v'ha tre principj eterni e necessarj: lo spazio, la
materia, l'intelligenza del mondo; e funzione di quest'ultima è il
movimento. Lo spazio è eterno, immobile, nè mai senza corpi; il che
equivale a ciò che poi disse Cartesio, non darsi il vuoto in natura. La
materia è pure eterna, ma nè immobile nè immutabile; anzi passa di forma
in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può
concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è
essenzialmente una e immateriale, cioè un'anima, laonde tutti i corpi
sono enti animati; del che è prova l'essere suscettibili di movimento.
Le anime particolari sono funzioni di un'anima universale o anima del
mondo. In essa trovansi rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i
numeri nella decade; ella somiglia alla luce del sole, che comunque uno
ed eguale nell'essenza, appare sotto infinita diversità d'immagini, e
«color varj suscita ovunque si riposa.»
Di tal passo andava filato al panteismo, se non avesse egli medesimo
sospese le conseguenze, o variato circa l'opinione dell'unità
dell'intelligenza.
L'uomo è organo di quest'intelligenza universale; pure ha un carattere
distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere l'anima dal corpo,
o, come diciamo oggi, l'_io_ dal _non me_, l'uno dal vario. E dell'anima
dimostra egli l'immortalità mediante gli argomenti de' filosofi
predecessori; crede però che questo dogma abbia prodotto di gravi danni,
quali sarebbero le guerre di religione.
La fisica sua fonda affatto sulla simpatia generale fra i corpi celesti
e le parti del corpo umano; secondando i postulati delle scienze
occulte, delle quali tutte ragiona con intima persuasione, altamente
riprovando quei professori inesperti, per _cui vizio resta infamata_ una
dottrina, nella quale la certezza è tanta quanta nella medicina. In ciò
poteva dire il vero in epigramma. Per vendicarla da tali ingiurie e
mostrare _come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi_, esso non
procede che per raziocinio e sperimento, giacchè le scienze occulte
appellavano sempre agli argomenti e ai fatti quanto le positive; tant'è
vero che i fatti non hanno merito se non sappiansi ben interpretare. Il
Cardano per maggior chiarezza riduce quella dottrina ad aforismi
distinti in sette sezioni, dai quali si intende come ogni colore, ogni
paese, ogni numero stesse sotto la soprantendenza di un astro.
La magia naturale insegna otto cose: prima, i caratteri dei pianeti e a
far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli;
terzo, a interpretare le voci loro e d'altri animali; poi le virtù delle
erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del
futuro mediante tre viste; la settima parte mostra gli esperimenti
propizj, sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, le maniere d'allungare
molti secoli la vita.
Reggereste voi, lettori umanissimi, ad accompagnarmi nell'indicazione
dei varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, è ben lungi dal farne
mistero; anzi insegna a comporre sigilli per far dormire, o per farsi
amare, o per rendersi invisibile, o per non istancarsi, o per aver
fortuna; tutto ciò combinando quattro nature, cioè la natura della
facoltà, quella della materia, quella dell'astro, quella dell'uomo che
fa; al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri
che vi corrispondono. Tra i talismani il più potente era il sigillo di
Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crépita
fino a spegnersi, e la ragione è che il sego è formato di sangue; il
sangue è sede dell'anima e degli spiriti, i quali entrambi son presi da
cupidigia d'oro e d'argento finchè l'uomo vive, e _perciò_ anche dopo
morto ne rimane turbato il sangue. Volete sapere i presagi che possono
dedursi dalle differenti arti e dai casi naturali? Volete interpretar le
linee della mano colla chiromanzia? o quel che significano le macchie
sulle unghie e come intendere i sogni? come ottenere responsi? Non avete
che a scorrere quei dieci volumi in foglio, e ve l'insegnerà con
sicurezza: piccola fatica, guadagno incommensurabile.
E fu con tali scienze ch'egli acquistò reputazione europea a' suoi
giorni; consigli e responsi da lui chiedevano insigni personaggi e
perfino Eduardo VI re d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue
malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro
nell'Università di Bologna; il re di Danimarca gli offerse un posto alla
sua corte; Gregorio XII il volle suo medico. Cento geniture egli formò
d'illustri personaggi, dall'oroscopo, cioè dagli astri ascendenti al
loro natale, deducendo la causa delle qualità e dei difetti loro. Alle
stelle conviene aver riguardo nella medicazione, ed infallibile
esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo giorno di
aprile alle ore otto del mattino.
Tutto ciò vi racconta colla persuasione onde oggi si parla delle tavole
semoventi e degli spiriti picchianti; ma poi a volta a volta esce a
ridere della chiromanzia, della stregoneria, dell'alchimia, della magia,
dell'astrologia. Ne ride, eppure le esercita, per compassione di chi
n'ha bisogno; i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata,
eppure è pieno di storie di morti e di spiriti; crede che gli incubi
generino bambini, e depongano il vero le streghe nei processi. Insomma,
veggente come i moderni, talvolta delira come gli antichi della peggiore
età; talvolta si eleva come il genio, tal altra è disotto del senso
comune; vacilla tra opinioni rette e malvagie, e come disse un suo
nemico acerrimo, lo Scaligero, in molti punti è superiore ad ogni umana
intelligenza, in altri inferiore a un bambolo. E il Leibniz asserì che
fu uomo grande malgrado i suoi difetti; senza questi sarebbe stato
grandissimo.
E per quanto noi vorremmo celebrar questo insigne milanese, troviamo di
doverlo collocare con quei tropp'altri italiani, di bello, anzi di
splendido ingegno, che il nostro patriotismo ci fa proclamare superiori,
o almeno anteriori a que' forestieri i quali innovarono la filosofia; ma
i nostri realmente ben poco effetto esercitarono sopra gl'incrementi
della scienza; per ottener i quali non bastano lampi comunque splendidi,
ma vuolsi luce tranquilla e seguita: non basta avventurare alcune
teoriche, ma bisogna averle vedute nascere regolarmente, regolarmente
svolgersi, applicarsi; non basta dire alcune verità prima d'ogni altro,
ma bisogna averle scevrate dalle falsità, da altre asserzioni che
attestano non essersi avuta chiara percezione neppur delle vere, e che
ne elidono l'impressione; infine bisogna averle esposte non solo con
esattezza, ma con limpida proprietà, col linguaggio approvato dai dotti
e inteso anche dai vulgari, con quell'arte che penetra gli intelletti e
determina le volontà.