Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera,
sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo
in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come
potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria
Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto,
come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi.
Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina
mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso
subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro
a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per
tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto
le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche
cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati
e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite,
la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi.
Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario
a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo
conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa,
e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica
preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo
in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i
biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai,
eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli
era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove
riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre
lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto
con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora,
come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando,
nello scrivere, una dolcezza inusata.
Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola
ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante
del Menke, alla pagina che portava l'intestazione _Aegyptus ante
Cambysii tempus._ Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere
al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per
visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando
sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi
del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia,
Apollinopolis e Syene.
E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa
era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta
e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il _plaid_ e l'ombrello.
In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in
fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il
francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura.
Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a
finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca
le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne
mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco
l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai.
Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea
di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso
se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità.
Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che
non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo
dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra
una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria
Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella
rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono,
che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a
due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote,
sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata
l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il
pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli
crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con
un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno,
egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di
posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in
mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era
assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri
eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine
della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida,
segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar
la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir
l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che
il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non
erano state accolte.
E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come
Giulio Cesare, aveva esclamato: _Alea jacta est._ Aveva traversato
di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al
Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della
Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora
nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le
rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo.
E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie
gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla
Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata
della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla,
nulla.
Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente
dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui
valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi
in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre
mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un
paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva
ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli
dal Ministero; aveva da scrivere per la _Edimburgh Review_ un articolo
sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di
quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai
risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte
ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così
piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio!
Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze,
gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella
donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno
dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non
riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva
trattato?
Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria
Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva
sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia,
d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio.
Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un
senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe
potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la
casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così,
meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto.
Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato
forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al
fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne
senza!...
Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi
il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su
quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria
Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del
vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo,
invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto
un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che
divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani
il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria
Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: — Perchè
nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto?
Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato
creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai,
t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo!
Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava
ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non
avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste
dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi
di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono
togliere.
Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata
davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta
reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava,
quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di
poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo.
Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo
cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe
sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma
che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto.
Ed egli chiedeva a sè stesso: — Se la lettera fosse partita? Se fosse
arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: —
Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua.
Vieni. —? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran
viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè
decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine;
forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche
avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata
ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori
e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua
luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe
oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al
celebre Löwenstein dell'Università di Upsala.
Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore
Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E
pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar
l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio
sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore?
Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger
la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e
gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo
studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri
di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli
non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra
con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo
su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda:
— Se la lettera fosse partita?