Ero da due giorni a Milano per una mia faccenda e mi disponevo a
ripartire la sera quando mi giunse questo telegramma da Venezia:
_Preghiamovi caldamente rappresentare domani nostro Istituto funerali
commendatore Baggi. Spendete circa 100 lire in una corona._
Il dispaccio era firmato dal Presidente della Banca Adriatica, persona
amicissima mia, ed era spedito evidentemente in nome di tutto il
Consiglio d'amministrazione. Anche con la Banca ero in qualche rapporto
e sapevo che, parecchi anni addietro, in momenti difficili, l'appoggio
del commendatore Baggi le era stato prezioso. Non potevo quindi
rispondere con un rifiuto, sebbene, in quanto a me, non avessi mai
visto il defunto.
Ordinai la corona, comperai un cappello a cilindro e un paio di guanti
neri, e la mattina dopo, alle 9 precise, ero in via Brera, N. 48, dove
il commendatore occupava un elegante quartierino del primo piano.
Il carro funebre di prima classe era fermo davanti alla porta,
attraendo lo sguardo dei passanti invano allontanati da due uscieri
municipali in gran tenuta; lungo il muro andavano via via schierandosi
le varie rappresentanze con le loro bandiere; altra gente era raccolta
nell'androne e nel cortile; gli amici, i conoscenti, le persone di
maggior riguardo erano pregati di salire. Due giovinotti in lutto
strettissimo, due nipoti, l'uno grasso e l'altro magro, tutti e due
con un viso da eredi, facevano con grande compitezza gli onori di
casa. Allorchè mi presentai ad essi, ringraziarono con effusione me
e la Banca delle dimostrazioni di simpatia fatte al caro estinto e
mi pregarono di tener uno dei cordoni. Balbettai le condoglianze di
rigore, insieme con le solite domande insulse sul genere, sulla durata
della malattia, ecc., ecc.
— Ma! — rispose il nipote grasso con un sospiro. — Il povero zio
aveva avuto l'_influenza_ in gennaio e non s'era mai rimesso.... Però
usciva, attendeva agli affari. Alla fine di marzo i medici scopersero
un'_angina pectoris,_ e in tre settimane.......
— A sessant'anni appena! — notò un signore calvo che si rasciugava i
sudori.
— È una gran perdita per la _piazza!_ — soggiunse un altro.
— Un colpo d'occhio, uno spirito d'iniziativa! — disse un terzo.
I nipoti, chiamati dai loro uffici, uscirono dalla stanza nella quale
s'erano raccolti a poco a poco tutti i pezzi grossi della finanza
milanese. Sentivo intorno a me come un odor di milioni. E sentivo
anche discorrere a bassa voce dei corsi della rendita, del _riporto
fine corrente,_ dei cambi, dell'aggio dell'oro, dell'Assemblea della
Banca Generale e del Credito Mobiliare, della politica finanziaria
del Ministero, e via via. Del morto non si discorreva più. Doveva
esser vero quel che mi era stato detto; che, com'egli non aveva una
famiglia sua, così non aveva amici intimi; aveva, in gioventù, atteso
a' suoi piaceri; aveva atteso nella maturità alle sue speculazioni;
corretto, ossequente alla legge, osservantissimo dei suoi impegni, ma
in complesso un fior d'egoista.
Si udì un bisbiglio di preci nell'andito, un bagliore di faci passò
attraverso il vano dell'uscio aperto; poi tutta la gente ch'era pigiata
nel salotto si mosse e cominciò la discesa giù per la scala. Fu un gran
sollievo il trovarsi all'aria aperta.
Il nipote grasso che aveva preso a volermi bene oltre a' miei meriti,
mi accompagnò fino al carro; un impiegato delle pompe funebri mi
assegnò il mio posto alla destra del feretro, e dopo qualche minuto
speso per ordinare il corteggio ci mettemmo in cammino preceduti dalla
banda civica che suonava la marcia del _Don Sebastiano._
A tenere i cordoni eravamo in dieci. Io non conoscevo nè gli altri
quattro ch'erano dalla mia parte, nè i cinque ch'erano dalla parte
opposta; non conoscevo il morto, non conoscevo quasi nessuno di quelli
che formavano la lunga processione. Poichè era lunga davvero, più di
quello che non mi fossi immaginato, e le finestre delle case davanti
a cui passavamo erano piene di curiosi, e di là dalle due file di
servi e di fattorini che portavano le torcie accese si vedeva la folla
assiepata sui marciapiedi.
L'ufficio funebre venne celebrato nella Prepositurale di San Marco;
dopo di che il convoglio, molto assottigliato, si avviò al cimitero.
Ed ecco che passando per il Corso Garibaldi, vediamo dinanzi alla
chiesa di San Simpliciano un altro corteggio che stava per muoversi
anch'esso, ma che ci lasciò il passo con la deferenza che i funerali di
terza classe devono a quelli di prima. Un carro dimesso tirato da un
cavallo unico ed umile, e guidato da un cocchiere non umile per sè ma
vergognoso di condurre al Camposanto un così povero morto. Sul feretro
una sola, piccola ghirlanda di fiori freschi, misero riscontro al lusso
di corone che coprivano il feretro illustre.
Un fattorino della Banca Nazionale che mi camminava a fianco si voltò
verso un compagno e disse: — _L'è_ il povero Bertizzoni.
L'altro accennò affermativamente col capo.
Rimasi colpito da quel nome di Bertizzoni e non potei a meno di
chiedere: — Bertizzoni? Era uno qui di Milano?
— Stava qui da _anni annorum_.... Ma non era mica nato a Milano.... Tò,
adesso che ci penso mi pare che fosse nato a Venezia.... Il signore lo
conosceva?
Anzichè rispondere feci una nuova domanda. — Era vecchio?
— Sulla cinquantina.
— E il nome di battesimo?...
— Oh un nome stravagante, Licurgo.
— Licurgo?
— Già.
— Era impiegato?
— Adesso era nella casa Gondrand.
— La casa di spedizioni?
— Appunto.
— E lascia famiglia?
— La vedova e un figliuolo, un bravo ragazzo ch'è alla Cooperativa.
Per quanto la conversazione fosse fatta piano, essa non poteva passare
inosservata ai vicini. E un signore grande e grosso che doveva essere
un personaggio d'importanza e che teneva uno dei cordoni davanti a
me slanciò ripetutamente un'occhiata al fattorino come per ammonirlo
a tacere. Compresi anch'io la sconvenienza di quel dialogo in quel
momento, in quel luogo, e non aggiunsi altre interrogazioni.
Del resto, non avevo più dubbio alcuno. Una coincidenza di nome e
cognome, e d'un nome così fuor del comune, era impossibile. Licurgo
Bertizzoni era certo il mio antico condiscepolo, figliuolo di quel
maestro elementare, Agenore Bertizzoni, che aveva la passione dei
nomi greci. Un fratello di Licurgo si chiamava Socrate, una sorella
Cassandra, un'altra Aspasia. Era una famiglia che contrastava il
desinare con la cena, e doveva ricorrere a mille espedienti per
tirare innanzi; il maestro Agenore la sera copiava musica, e la sua
consorte, la signora Palmira, si occupava di combinar matrimonî. Buona
gente però, e gente allegra, ospitale. Con Licurgo eravamo coetanei,
avevamo percorso insieme le _scuole reali_ e la nostra amicizia era
durata alcuni anni dopo la scuola. Tra il 1855 e il 1858 o io andavo a
prenderlo la sera o egli veniva a prender me per uscire insieme; anzi
più spesso andavo io da lui per merito delle sorelle vispe, floride,
belloccie. Non giurerei di non avere abbozzato con la Cassandra un
romanzo che finì con poca mia gloria, perch'ella sposò, non rammento
se nel 56 o nel 57, un uomo maturo, impiegato alla Contabilità, e che
fu tosto traslocato a Pavia. Chi sa dove sarà andata a finire? Sullo
scorcio del 1858 le disgrazie caddero come gragnuola secca su quella
casa di galantuomini, e successe una gran dispersione. Prima morì la
signora Palmira, poi il maestro Agenore; l'Aspasia, in seguito a un
disinganno amoroso, volle a tutti i costi entrare in un monastero;
Socrate s'imbarcò su un bastimento mercantile comandato da un capitano
dalmato ch'era suo lontano parente; Licurgo, rimasto solo, campava la
vita facendo lo scribacchino presso uno spedizioniere e ingrossando il
magro stipendio con qualche debituccio. Gli piacevano le donne e aveva,
relativamente alle sue forze, le mani bucate. Nel 1859 egli fece quello
ch'io non potei fare; emigrò in Piemonte e si arruolò volontario.
Ci scambiammo una mezza dozzina di lettere prima che cominciasse
la guerra. A campagna finita egli mi riscrisse da Torino ove aveva
un'occupazione provvisoria in attesa degli avvenimenti che non potevano
tardare e che lo avrebbero ricondotto a Venezia. Nel 1860 riprese le
armi. In dicembre mi mandò sue notizie da Napoli. Aveva lasciato il
servizio e si proponeva di stabilirsi in quella città fino a un'altra
guerra che cacciasse definitivamente gli Austriaci di là dall'Alpi.
A Venezia non sarebbe tornato che con le nostre truppe. Non ci aveva
più nessuno di famiglia; l'Aspasia, dopo la sua vestizione, era come
morta per lui; io ero un carissimo amico, mi avrebbe rivisto con tanto
piacere; ma ero un giovinotto; potevo ben andare a cercarlo. Il bello
si è ch'egli non mi dava nemmeno il suo indirizzo. Così la mia risposta
non dev'essergli pervenuta. Ed egli non scrisse più e passarono gli
anni senza che mi fosse dato saper nulla sul conto suo. Nella vita
entrano ogni giorno nuove relazioni, nuovi interessi, nuovi affetti;
altri legami si allentano, altre immagini si scolorano e a grado a
grado svaniscono. Non dirò che questo accadesse in me dell'immagine
di Licurgo Bertizzoni, ma è certo ch'io pensavo a lui sempre meno. Ci
ripensai nel 1866, quando le sorti d'Italia s'agitarono nuovamente
nel formidabile quadrilatero e nelle valli del Trentino. Bertizzoni
era uomo capace d'essersi rimesso in ispalla il suo bravo fucile e
d'aver intrapreso, magari da soldato semplice, questa terza campagna.
Io avevo un bel dire che sacrosanti doveri domestici m'impedivano
di fare altrettanto; lo ammiravo e lo invidiavo. Lo so; egli era un
ingegno appena mediocre; non aveva mai avuto passione per lo studio;
era un po' leggero di carattere; ma che importa? Nell'ora del bisogno
egli era sempre pronto a dare il suo sangue alla patria; mentre altri
avevano in serbo delle ottime scuse per non rischiare la pelle. Nel
periodo angoscioso corso fra il 24 giugno e l'armistizio, leggendo
avidamente i giornali che ci arrivavano di nascosto d'oltre Po e
d'oltre Mincio, io speravo e temevo ad un tempo d'incontrarvi il nome
di Licurgo Bertizzoni. Speravo di vederlo citato per qualche atto di
valore; temevo di trovarlo nella lista dei volontari morti a Custoza,
a Bezzecca, a Monte Suello. Nulla. Egli non cercava nè la gloria nè la
notorietà, e il silenzio compiacente si stendeva sopra di lui. Allorchè
la liberazione del Veneto dal giogo straniero fu cosa sicura, io
dissi: — Scommetto che adesso vedremo quel caposcarico di Bertizzoni,
scommetto che uno di questi giorni mi capita una sua lettera. — Ma non
capitò niente, e quando nell'ottobre e nel novembre 1866 mezza Italia
si riversò sulle nostre lagune, Licurgo Bertizzoni non venne. Ne chiesi
conto a molti Veneti, militari e non militari, rimpatrianti dopo lunghi
anni d'esilio. Parecchi lo avevano conosciuto, nessuno era in grado di
darmene notizie recenti. Non doveva aver partecipato all'ultima guerra.
Nel gennaio dell'anno seguente fui costretto ad assentarmi per tre
settimane. Reduce a Venezia, trovai sulla mia scrivania, insieme con
altre carte, il biglietto da visita di Licurgo Bertizzoni con queste
parole in lapis: _Lascio i miei affettuosi saluti, dolente di non aver
potuto abbracciare il vecchio amico. Riparto fra due giorni. Non ho
domicilio stabile. Viaggio per conto di case inglesi. Forse tornerò
presto, oppure scriverò._
I due giorni erano passati da un pezzo. Inutile cercare di Bertizzoni
a Venezia. Nè egli aveva lasciato indicazioni sufficienti perchè si
potesse cercarlo altrove. Diceva che forse sarebbe tornato presto o che
avrebbe scritto. Tant'era aspettare.
Ma non tornò, non mandò una riga. Dov'era? Che faceva? Ancora una
volta, nel 1870, se la memoria non mi tradisce, qualcheduno mi portò i
suoi saluti da Messina dov'era di passaggio per affari, piuttosto male
in arnese. Gli è che quei benedetti affari non andavano bene; non era
contento del proprio stato.... Aveva in vista un impiego governativo.
E poi, dal 1870 fino adesso, vale a dire per ventidue anni, Licurgo
Bertizzoni non s'era fatto vivo in nessuna maniera, e l'amico della
mia adolescenza era disceso a poco a poco nella penombra discreta
ove si aggirano tacitamente le memorie lontane. Ed ecco che oggi,
d'improvviso, il suo nome risonava alle mie orecchie con un accento di
commiserazione, ed egli, il camerata di scuola, il compagno delle prime
scappatelle, egli stesso, ahi nascosto per sempre agli occhi degli
uomini, forniva l'ultimo pellegrinaggio seguendomi alla distanza di
forse duecento metri, mentr'io, in ossequio a una delle solite commedie
sociali, rendevo gli estremi onori ad un morto che non avevo neppur
conosciuto di vista.
Oh immensa malinconia delle cose! — Era qui da _anni annorum, — _aveva
detto il fattorino della Banca. E io in questo frattempo avevo fatto
certo una diecina di gite a Milano senza che mai mi passasse per
la mente d'informarmi se Bertizzoni ci fosse.... senza ch'egli mai
sapesse ch'io ero venuto, o, sapendolo, si curasse di vedermi. Forse ci
eravamo incontrati per la strada, ci eravamo urtati col gomito senza
ravvisarci.... Ma c'è di peggio.... Con la sicurezza ch'egli fosse
a Milano credo che l'avrei cercato; ma se il giorno prima m'avessero
avvertito ch'egli abitava a Monza, temo che non mi sarei spinto fin
lì.... Mi sarebbero sorti mille dubbi. — Forse non è in paese e faccio
il viaggio per nulla.... Forse lo secco.... Forse non si ricorda
più.... sarà tanto cambiato....
Ora invece mi sembrava di vivere in quei tempi remoti. Rivedevo la
povera casa a San Simeone Profeta, con le sue imposte sgangherate, col
suo tralcio di vite che s'arrampicava lungo il muro, tra due finestre;
rivedevo il maestro Agenore, tranquillo e sereno in mezzo ai suoi
debiti; rivedevo la signora Palmira, piccola, asciutta, loquace, sempre
in faccende; e la Cassandra co' suoi occhioni neri, col suo busto da
trasteverina; e l'Aspasia bianca, rosea, con un'aria civettuola che non
lasciava certo presagire in lei la vocazione pel chiostro; rivedevo
Socrate, il più maleducato della famiglia, ma non privo di spirito
naturale. Ma sopratutto rivedevo lui, Licurgo, bello, grande, forte,
spensierato, un po' vanitoso pe' suoi facili trionfi col bel sesso....
E mi pareva di averlo dinanzi nel giorno della sua partenza clandestina
pel confine svizzero, insieme ad altri giovani ch'emigravano con lui.
Egli, nella baldanza de' suoi vent'anni, pronosticava il suo ritorno
trionfale entro sei mesi....
Da quel giorno del gennaio 1859 era trascorso un terzo di secolo, e
io non l'avevo più visto. Chi sa dopo quante peripezie, dopo quanti
dolori e quante miserie egli arrivava oggi nel porto ove tutti dobbiamo
arrivare!...
Pieno di queste immagini e di questi pensieri io avevo continuato
a camminare macchinalmente accanto al carro funebre del commendator
Baggi, e, senz'accorgermi, ero giunto al Cimitero Monumentale. Il carro
si arrestò, si fece un gran silenzio. Un signore in occhiali, che seppi
essere un assessore del Municipio, tirò fuori dalla tasca del soprabito
un foglio di carta e lesse con voce monotona un breve discorso; un
secondo borbottò alcune parole in nome della Camera di Commercio; un
terzo portò alla bara il saluto del Consiglio d'amministrazione della
Rete Adriatica; un quarto pianse per conto della Banca Generale. Io
coglievo appena qualche frase staccata; la mia mente era altrove, il
mio sguardo seguiva lontano l'umile convoglio del povero Bertizzoni
che si dirigeva lentamente dalla parte opposta del Camposanto. Sentii
corrermi due lacrime giù per le gote. Di tutti quelli che avevano
accompagnato all'ultima dimora il commendator Baggi ero il solo che
piangesse, ciò che costrinse i due nipoti ed eredi a portarsi, per
pudore, il fazzoletto agli occhi.
E i due nipoti ed eredi mi strinsero vigorosamente la mano. — Grazie,
grazie, signor.... E grazie a tutti i preposti della Banca....
La gente si disperse; si trattenevano ancora i soli parenti sino
alla collocazione del feretro nella tomba di famiglia. Qualcheduno mi
offerse ricondurmi in città in carrozza; io preferii d'andare a piedi,
preferii d'esser solo.
M'avviai lungo il viale fiancheggiato da platani. Un _fiacre_ che
veniva anch'esso dal cimitero mi passò rasente. Ebbi una visione.
Al finestrino di quel _fiacre_ s'affacciò un giovinetto vestito a
bruno, pallido, dalla faccia scomposta, ma bello, ma vigoroso. Era
il ritratto preciso di Licurgo Bertizzoni, quale io me lo ricordavo
a diciotto o diciannove anni. Vedendosi fissato, egli si voltò verso
un amico o un congiunto ch'era con lui nella vettura. Dopo il primo
sbalordimento, indovinai che quello doveva essere il figlio del povero
Licurgo, il ragazzo impiegato alla Cooperativa. Ebbi un istante l'idea
di chiamarlo.... A che pro? Per dirgli che un terzo di secolo addietro
ero amico intimo di suo padre, e che poi me lo ero quasi interamente
dimenticato?