Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno
avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti
innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma
a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.
La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone.
Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa,
prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì
ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine
alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi
militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli
animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi
Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del
terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni
Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che
aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo
illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta
servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della
propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti,
rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente, collocò l'Impero
davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà
rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando,
colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima,
cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile
della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace
d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla
gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra
morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura
d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile
per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto
d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e
di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito
nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e
codardamente accettato. Non sappiamo--se i popoli vogliono raccogliere
l'insegnamento--di condanna più irrevocabilmente severa contro il
principio avverso a quello che noi propugniamo.
Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe
assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza
d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente
repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo
noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e,
dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan,
mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata,
era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali
che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la
resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi:
rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria,
era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera
Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per
impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non
doveva concedere il pegno _materiale_ richiesto e non poteva,
provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezza
_morale_. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono
diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in
parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta
immorale politica del suo Governo--che deve, per legge di cose,
soggiacere alle conseguenze--che non basta a evitarle la caduta di quel
Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del
popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.
E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla
serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi;
rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli
che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della
contesa.
Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente
diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema
cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio
francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima
cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi
noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di
stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile
ogni riforma.
Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla
Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carlo e
seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva
fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata
dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma
contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a
ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto
a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di
quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte
dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza
guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano
l'_individualità_ e fondavano quindi più grave e più vigile la
_responsabilità_. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e
convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî,
prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel
metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a
funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle
promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve
combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che
dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e
non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad
accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito
Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni
cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser
presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul
quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini
pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in
Prussia il migliore forse che esista in Europa.
In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto
per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non
della Nazione ma d'un _partito_ pericolante, ha diminuito nel _soldato_,
naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo del _cittadino_ e
allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra
soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema
del _cambio_, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini
incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli
ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la
somma versata come sostituzione al servizio era presa; il _cambio_ non
curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un
vuoto considerevole nella cifra _reale_ dei soldati. I capi erano scelti
a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera
o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli
uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze
ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria,
ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee.
Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro
il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza,
sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano
impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo
tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come
nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare
e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e
disastri.
Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che
altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di
spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per
essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti
di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: il vero avrebbe
svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la
Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano
egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i
cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria
germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le
borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E--copiatore infedele dello
zio--Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato.
Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi.
Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i
rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi,
occorrendo, _unità_ e operare da sè e nel quale il soldato era fidente
nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere
dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla
difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da
Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare,
avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica
e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei
quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile,
aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei
soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla
corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'_intelligenza_--ed
è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri--vinse
il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse
sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la
giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di
combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato
dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono
anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di
cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo
dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e
dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.
Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?
Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva
salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo
milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un
popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi
interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini
della monarchia--dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo
nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti--convocare
immediatamente, non fosse che di _notabili_, un'Assemblea che
confermasse--e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto--il Governo della
Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei
di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi
l'entusiasmo--rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e
organizzare guerra di popolo--abbandonare, occorrendo, Parigi,
condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo
arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare
la Francia non alla _leva in massa_, ma all'_insurrezione in
massa_--ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle
sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi
d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro
inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di
difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il
nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un
pericolo, in ogni boscaglia un agguato--mandare ai nuclei di partigiani
uomini già esperti nelle cose di guerra come insegnamento elementare
vivente--distribuire largamente armi, munizioni, danaro
all'insurrezione--costringere con guerra siffatta il nemico a
smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la
propria linea--e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove,
un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi
e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli
ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato,
rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe
prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.
Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo
tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta,
parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì
all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare
la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.
Fu colpa di quegli uomini o della Francia?
Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei
nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'_iniziativa_
delle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità,
persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi
individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.
E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti,
bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una
Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europa _iniziatrice_
dell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi
rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa
e la Francia s'illudevano--che mancava in Europa l'_iniziativa_,--che
ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che
bisognava cominciasse dal convincersi che la virtù _iniziatrice_ non
esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove--che la Francia
l'aveva, fin dal 1815, perduta--che la grande gigantesca Rivoluzione del
1789 non era stata _iniziativa_, ma _sommario_ e _conclusione_
d'un'epoca--che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano
rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse
della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si
consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo.
Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno
confermato l'idea.
Nessuno può--noi men ch'altri possiamo--dimenticare i grandi servigi
resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà
che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido
tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro
intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la
conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue dei _diritti_
dell'_individualità_: nessuno può sospettare che la Francia non risorga
a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi
da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque
sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'_espii_ presto o tardi
ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione del
DOVERE.
Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta
dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che
la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento
nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito:
_evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i
popoli_: sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che
rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per
accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì
alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione
delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede
nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica dei _principî_,
alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la
politica dell'_opportunità_, delle transazioni, il gesuitismo
d'_opposizione_ che campeggiò nel regno dei due rami borbonici;
rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra
d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problema _esclusivamente_
economico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una
tattica anormale di riconoscimento dei _principî_ e d'accettazione dei
_fatti_ che li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e
li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà,
votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a
combattere per una _idea_ e volle, prezzo al combattere, danaro e terre
non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di
unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando
fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo
repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando
l'eterna massima: _Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere,
nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge_, diritto di
perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe
coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni
dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia
da noi preveduta delle sue moltitudini.
E l'espiazione è severa, severa oltre il giusto; e per questo,
largamente compita.
Guidata da una cupida Monarchia, la Germania ha traviato alla sua volta
dai confini del retto che la riverenza al pensiero ingenita in essa le
insegnava di non varcare, e sostituito al diritto di proteggersi un
concetto di vendetta che semina i germi di nuove guerre. Dio e i popoli
lo allontanino. Possa la Francia risorgere all'influenza che le spetta e
vendicarsi delle ingiuste esigenze come i nostri vendicarono con essa
l'eccidio di Roma, ajutando a promovere il trionfo d'una Unità Nazionale
Germanica fondata sulla Libertà. Possa l'Italia, oggi colpevole di
parecchie delle colpe che travolsero in fondo la Francia, affrettarsi a
cancellarle, intendere la grande missione ch'essa potrebbe, volendo,
compiere a pro di tutti in Europa, raccogliere la fiaccola di libertà
popolare caduta dalle mani altrui e iniziare l'impresa dalla quale
soltanto può, col giusto riparto delle terre europee fra le Nazioni e
l'unità d'una fede morale comune a tutte, inaugurare un'èra di pace e di
armonia nel lavoro.