II.

Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno

avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti

innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma

a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.

La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone.

Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa,

prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì

ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine

alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi

militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli

animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi

Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del

terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni

Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che

aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo

illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta

servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della

propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti,

rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente, collocò l'Impero

davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà

rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando,

colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima,

cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile

della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace

d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla

gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra

morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura

d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile

per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto

d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e

di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito

nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e

codardamente accettato. Non sappiamo--se i popoli vogliono raccogliere

l'insegnamento--di condanna più irrevocabilmente severa contro il

principio avverso a quello che noi propugniamo.

Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe

assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza

d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente

repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo

noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e,

dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan,

mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata,

era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali

che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la

resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi:

rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria,

era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera

Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per

impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non

doveva concedere il pegno _materiale_ richiesto e non poteva,

provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezza

_morale_. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono

diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in

parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta

immorale politica del suo Governo--che deve, per legge di cose,

soggiacere alle conseguenze--che non basta a evitarle la caduta di quel

Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del

popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.

E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla

serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi;

rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli

che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della

contesa.

Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente

diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema

cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio

francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima

cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi

noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di

stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile

ogni riforma.

Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla

Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carlo e

seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva

fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata

dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma

contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a

ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto

a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di

quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte

dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza

guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano

l'_individualità_ e fondavano quindi più grave e più vigile la

_responsabilità_. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e

convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî,

prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel

metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a

funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle

promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve

combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che

dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e

non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad

accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito

Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni

cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser

presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul

quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini

pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in

Prussia il migliore forse che esista in Europa.

In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto

per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non

della Nazione ma d'un _partito_ pericolante, ha diminuito nel _soldato_,

naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo del _cittadino_ e

allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra

soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema

del _cambio_, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini

incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli

ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la

somma versata come sostituzione al servizio era presa; il _cambio_ non

curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un

vuoto considerevole nella cifra _reale_ dei soldati. I capi erano scelti

a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera

o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli

uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze

ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria,

ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee.

Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro

il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza,

sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano

impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo

tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come

nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare

e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e

disastri.

Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che

altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di

spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per

essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti

di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: il vero avrebbe

svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la

Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano

egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i

cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria

germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le

borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E--copiatore infedele dello

zio--Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato.

Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi.

Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i

rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi,

occorrendo, _unità_ e operare da sè e nel quale il soldato era fidente

nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere

dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla

difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da

Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare,

avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica

e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei

quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile,

aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei

soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla

corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'_intelligenza_--ed

è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri--vinse

il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse

sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la

giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di

combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato

dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono

anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di

cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo

dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e

dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.

Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?

Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva

salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo

milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un

popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi

interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini

della monarchia--dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo

nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti--convocare

immediatamente, non fosse che di _notabili_, un'Assemblea che

confermasse--e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto--il Governo della

Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei

di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi

l'entusiasmo--rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e

organizzare guerra di popolo--abbandonare, occorrendo, Parigi,

condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo

arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare

la Francia non alla _leva in massa_, ma all'_insurrezione in

massa_--ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle

sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi

d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro

inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di

difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il

nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un

pericolo, in ogni boscaglia un agguato--mandare ai nuclei di partigiani

uomini già esperti nelle cose di guerra come insegnamento elementare

vivente--distribuire largamente armi, munizioni, danaro

all'insurrezione--costringere con guerra siffatta il nemico a

smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la

propria linea--e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove,

un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi

e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli

ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato,

rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe

prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.

Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo

tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta,

parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì

all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare

la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.

Fu colpa di quegli uomini o della Francia?

Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei

nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'_iniziativa_

delle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità,

persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi

individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.

E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti,

bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una

Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europa _iniziatrice_

dell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi

rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa

e la Francia s'illudevano--che mancava in Europa l'_iniziativa_,--che

ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che

bisognava cominciasse dal convincersi che la virtù _iniziatrice_ non

esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove--che la Francia

l'aveva, fin dal 1815, perduta--che la grande gigantesca Rivoluzione del

1789 non era stata _iniziativa_, ma _sommario_ e _conclusione_

d'un'epoca--che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano

rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse

della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si

consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo.

Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno

confermato l'idea.

Nessuno può--noi men ch'altri possiamo--dimenticare i grandi servigi

resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà

che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido

tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro

intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la

conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue dei _diritti_

dell'_individualità_: nessuno può sospettare che la Francia non risorga

a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi

da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque

sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'_espii_ presto o tardi

ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione del

DOVERE.

Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta

dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che

la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento

nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito:

_evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i

popoli_: sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che

rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per

accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì

alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione

delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede

nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica dei _principî_,

alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la

politica dell'_opportunità_, delle transazioni, il gesuitismo

d'_opposizione_ che campeggiò nel regno dei due rami borbonici;

rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra

d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problema _esclusivamente_

economico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una

tattica anormale di riconoscimento dei _principî_ e d'accettazione dei

_fatti_ che li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e

li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà,

votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a

combattere per una _idea_ e volle, prezzo al combattere, danaro e terre

non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di

unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando

fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo

repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando

l'eterna massima: _Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere,

nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge_, diritto di

perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe

coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni

dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia

da noi preveduta delle sue moltitudini.

E l'espiazione è severa, severa oltre il giusto; e per questo,

largamente compita.

Guidata da una cupida Monarchia, la Germania ha traviato alla sua volta

dai confini del retto che la riverenza al pensiero ingenita in essa le

insegnava di non varcare, e sostituito al diritto di proteggersi un

concetto di vendetta che semina i germi di nuove guerre. Dio e i popoli

lo allontanino. Possa la Francia risorgere all'influenza che le spetta e

vendicarsi delle ingiuste esigenze come i nostri vendicarono con essa

l'eccidio di Roma, ajutando a promovere il trionfo d'una Unità Nazionale

Germanica fondata sulla Libertà. Possa l'Italia, oggi colpevole di

parecchie delle colpe che travolsero in fondo la Francia, affrettarsi a

cancellarle, intendere la grande missione ch'essa potrebbe, volendo,

compiere a pro di tutti in Europa, raccogliere la fiaccola di libertà

popolare caduta dalle mani altrui e iniziare l'impresa dalla quale

soltanto può, col giusto riparto delle terre europee fra le Nazioni e

l'unità d'una fede morale comune a tutte, inaugurare un'èra di pace e di

armonia nel lavoro.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 194 / 227 题