Io devo, dopo oltre a due mesi di silenzio forzato, una parola sul
passato e sulle condizioni presenti al Partito: e questa parola deve
esser libera d'ogni riguardo fuorchè all'amor del vero.
Il Partito ha, negli ultimi tempi, tradito il debito proprio, e con esso
i fati del Paese.
Il dolore, ch'io sento profondo nello scrivere queste affermazioni, deve
essermi scusa all'acerba franchezza.
Primo debito d'un Partito che professa una fede, dal cui trionfo
dipendono l'onore e la grandezza della Nazione, è quello di non illudere
sè stesso e altrui intorno alle proprie forze e alle proprie intenzioni.
Il Partito ha violato quest'obbligo: ed è quindi scaduto, nè può
risorgere se non facendone ammenda e accogliendo, senza ribellione
d'amor proprio da qualunque sia proferita, la verità.
Dopo Mentana, dopo il rinnovamento della Convenzione, dopo fatti
governativi, turpi oltre ogni dire, di persecuzione e corruttela; dopo
avere da un lato calcolato il danno, che scendeva inesorabile dal
sistema regnante all'educazione morale e alle condizioni materiali del
Paese, ed esplorato dall'altro com'io potea le forze ordinate del
Partito e le tendenze generali delle popolazioni d'Italia, dissi
agl'influenti che rappresentavano nelle diverse zone i repubblicani,
ch'io credeva fosse giunto il momento di sostituire al periodo
dell'apostolato un periodo d'azione, e che, secondo un mio convincimento
radicato in me tuttavia, una forte e vittoriosa iniziativa sopra uno o
due punti strategicamente e moralmente importanti basterebbe a sfasciare
una Instituzione, che non aveva omai nè intelletto, nè ardire di fede in
sè, nè prestigio d'illusioni, nè fiducia de' suoi, nè compattezza
d'esercito. E dissi ad un tempo che l'azione, santa pel _fine_ e
provocata dalle circostanze, diventerebbe nondimeno immorale, creando
pericoli e sacrificî senza speranza, se chi doveva iniziarla non si
sentisse forte di determinazione e moralmente convinto di poter vincere.
Io chiedeva risposta sincera e che non soggiacesse menomamente a
influenza mia o d'altro individuo qualunque.
Mi fu detto: _siamo concordi con voi: possiamo e vogliamo_. E mi recai
in Italia per ajutare i preparativi supremi e assumermi la parte di
pericolo che mi spettava.
Allora cominciò un periodo d'esitazioni, di tentennamenti, di diffidenze
reciproche, di paure e d'errori, ch'io non vorrei per tutte le felicità
terrestri ritraversare, e dal quale raccolsi che il Partito non era
maturo per forti fatti, nè educato finora alla coscienza della propria
missione e della propria potenza.
Io non ridirò una storia che i più tra quelli pei quali scrivo
conoscono, ma ne accennerò i sommi capi.--Uomini tra i più prodi in
battaglie già iniziate affacciarono, troppo tardi e quando la parola
d'azione era già corsa nelle file, la necessità d'aspettare una
opportunità che creasse agitazione di piazza nel popolo; ed io pure
preferiva quel metodo, ma chiedeva al Partito di creare esso medesimo,
con radunanze per le tasse, per Roma o per altro, quell'agitazione: ed
essi volevano aspettarla impreveduta e di altrove. Le opportunità
inaspettate sorsero, sorsero due o tre volte; ma le città che dovevano
afferrarle rapide come il ciuffo della Fortuna, e lo avevano promesso,
mandavano allora a ottenere promesse di seguire, già più volte date,
dall'altre, e le opportunità passavano. Altri, scambiando il problema
d'insurrezione, che deve fondarsi su tendenze accertate nelle
moltitudini, in un problema di guerra, chiedevano materiale, ordini,
capi, disegni strategici senza fine.--Tutte le città si dichiaravano
pronte, anelanti a seguire, nessuna a iniziare: intere zone, che in
altri tempi sollevavano la bandiera, non sospettavano neanche che si
potesse dire ad esse: _due milioni d'uomini bastano sempre, se vogliono,
ad esser seguiti_: e la possibilità del moto si riduceva quindi a due o
tre luoghi determinati. E da quei luoghi, gli uni parlavano ad ogni
tratto di _fare_ in qualunque modo, gli altri ricusavano tutti i modi
proposti senza determinarne migliori. Poi, conseguenza inevitabile, si
separavano, s'aspreggiavano, con diffidenza esagerata, gli uni cogli
altri, invece d'intendersi e discutere con amore. Ebbi promesse di fatti
complessivi importanti che sommarono in nulla o si ridussero a
ebullizioni di bande o sommosse disapprovate da me, che pur tradivano
l'elemento vulcanico latente, ma che invece somministravano argomento
d'inerzia a chi non sapeva osare. E gli uomini noti e consenzienti con
noi, in Parlamento e fuori, la cui azione insieme alla nostra avrebbe
assicurato il successo, rimanevano inerti per poi dirci: _vedete che non
potete riescire_. Finchè, disperato non del fare o non fare, ma del
disfarsi del partito nei continui annunzî di fatti che non si
ottenevano, m'avviai dove pure s'era solennemente promessa azione
immediata, e fui preso.
E mentre ero in Gaeta si svolse più sempre la guerra che, sottraendoci
il solo temuto nemico, ci lasciava padroni dei nostri fati: venne la
settimana di tentennamenti, di ordini e contr'ordini governativi nella
mossa su Roma: venne la caduta di Luigi Napoleone e la proclamazione
della Repubblica; e nulla si fece, e la promessa data pubblicamente dai
patrioti genovesi alla Francia, che l'Italia, s'essa sorgesse a
Repubblica, la seguirebbe, si ridusse allo schierarsi di un pugno di
volontarî sotto la bandiera francese, come se la inspirazione
repubblicana dovesse, fatalmente, essere muta in Italia, o l'ajuto d'una
Nazione fatta anch'essa Repubblica non dovesse riescire ben altrimenti
efficace.
È forza il dirlo: il popolo è in Italia maturo: gl'influenti chiamati
naturalmente a guidarlo, nol sono; mancarono e mancano, prodi come pur
sono in campo, del coraggio _morale_, che solo crea le Nazioni: della
fede che vien dall'amore; del culto al _principio_; dell'intuizione che
rivela la forza latente e presta a suscitarsi nel popolo. Non è in essi
finora virtù _iniziatrice_.
Intanto la situazione è mutata.
La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi
ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata,
profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del
passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna
grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale
sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri,
spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato,
al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le
decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi
incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito
l'aspetterà inevitabilmente da essa.
L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a
infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel
mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di
ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del
Papato fra le sue mura.
Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni
città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova
vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal
suffragio universale, IL PATTO NAZIONALE ITALIANO.
Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o
d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere
secondata.
E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la
radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero
della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione
popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il
lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre
l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.
L'_Alleanza Repubblicana_ deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei--ad
ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito--ad
affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje--ad evangelizzare,
contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che
non è--a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che
limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città
principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei
siasi--ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale
d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù
suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi
che tentennano soltanto perchè diffidano--e a dirigere, senza inutili e
funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file
dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto
l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del
malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e
guerre tradite hanno versato sulla bandiera.
È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati
assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.
Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo
sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in
noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi
pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al _fine_.
Ma in questo nuovo periodo di lavoro, voi, è necessario ch'io lo dica,
non potete, fratelli miei, avermi oggimai compagno d'ogni ora,
corrispondente assiduo con ogni nucleo, consigliero in ogni piccola
difficoltà. Vostro e della Sacra Causa alla quale giurammo è questo
logoro avanzo di vita ch'io ho.
Voi mi conoscete abbastanza per sapere che l'opportunità, dove sorga me
vivo, non mi troverà lontano, e che voi non farete opera decisiva e
degna di voi, senza ch'io mi trovi con voi l'ora prima o l'ora nella
quale agirete. Ma sono inoltrato negli anni, infiacchito nella salute e
incerto, pur troppo, pei fatti e le delusioni dell'ultimo periodo,
dell'avvenire immediato. Sento il dovere di tentare di giovare
all'educazione di quei che di certo opereranno nel futuro, degli operaî
segnatamente, ch'io amo, e che hanno in sè gran parte dei fati italiani,
scrivendo per essi tutti pubblicamente e con qualche lavoro
politico-storico, impossibile finchè ogni minuto del mio tempo è
assorbito da una corrispondenza con quanti professano la mia fede
concernente i menomi particolari d'un ordinamento segreto, inutile se
non conduce all'azione, facile ormai se spirito d'azione è in voi.
Norme, metodo, fine, tutto in questo ordinamento fu da lungo
determinato.
Voi non avete oggimai bisogno giornaliero di consigli, nei quali io non
potrei ripetervi se non cose dette e ridette. Nè avete bisogno da me o
da altri di sprone: se lo aveste, sareste indegni della Causa che
propugnate; sprone d'ogni ora deve esservi lo spettacolo della vostra
Patria com'è oggi, e la coscienza di ciò che un Governo nazionale
davvero potrebbe farla.
Non v'aspettate dunque da me contatto regolare e moltiplicato: e nessuno
s'offenda del mio silenzio. Sento per me impossibile la continuazione
d'un lavoro, che non sarebbe se non ripetizione, probabilmente sterile,
del passato.
Lavorate soli e tempratevi a forti _fatti_ come siete oggi temprati a
nobili _desiderî_. Io saprò dei progressi che voi compirete, e voi
udrete di tempo in tempo la mia voce a dire a tutti quel tanto di vero
essenziale che mi parrà d'intravedere.
Poi, se vorrete e vivrò, m'avrete compagno nell'_azione_. Prepararla è
còmpito vostro: còmpito mio è prepararmi a morire degnamente con voi e
per voi, quando sentirete di potermi dire, senza illudervi e illudermi:
_l'ora è suonata_.--Addio.
_5 novembre 1870._