DOPO LA PRIGIONIA DI GAETA[154]

Io devo, dopo oltre a due mesi di silenzio forzato, una parola sul

passato e sulle condizioni presenti al Partito: e questa parola deve

esser libera d'ogni riguardo fuorchè all'amor del vero.

Il Partito ha, negli ultimi tempi, tradito il debito proprio, e con esso

i fati del Paese.

Il dolore, ch'io sento profondo nello scrivere queste affermazioni, deve

essermi scusa all'acerba franchezza.

Primo debito d'un Partito che professa una fede, dal cui trionfo

dipendono l'onore e la grandezza della Nazione, è quello di non illudere

sè stesso e altrui intorno alle proprie forze e alle proprie intenzioni.

Il Partito ha violato quest'obbligo: ed è quindi scaduto, nè può

risorgere se non facendone ammenda e accogliendo, senza ribellione

d'amor proprio da qualunque sia proferita, la verità.

Dopo Mentana, dopo il rinnovamento della Convenzione, dopo fatti

governativi, turpi oltre ogni dire, di persecuzione e corruttela; dopo

avere da un lato calcolato il danno, che scendeva inesorabile dal

sistema regnante all'educazione morale e alle condizioni materiali del

Paese, ed esplorato dall'altro com'io potea le forze ordinate del

Partito e le tendenze generali delle popolazioni d'Italia, dissi

agl'influenti che rappresentavano nelle diverse zone i repubblicani,

ch'io credeva fosse giunto il momento di sostituire al periodo

dell'apostolato un periodo d'azione, e che, secondo un mio convincimento

radicato in me tuttavia, una forte e vittoriosa iniziativa sopra uno o

due punti strategicamente e moralmente importanti basterebbe a sfasciare

una Instituzione, che non aveva omai nè intelletto, nè ardire di fede in

sè, nè prestigio d'illusioni, nè fiducia de' suoi, nè compattezza

d'esercito. E dissi ad un tempo che l'azione, santa pel _fine_ e

provocata dalle circostanze, diventerebbe nondimeno immorale, creando

pericoli e sacrificî senza speranza, se chi doveva iniziarla non si

sentisse forte di determinazione e moralmente convinto di poter vincere.

Io chiedeva risposta sincera e che non soggiacesse menomamente a

influenza mia o d'altro individuo qualunque.

Mi fu detto: _siamo concordi con voi: possiamo e vogliamo_. E mi recai

in Italia per ajutare i preparativi supremi e assumermi la parte di

pericolo che mi spettava.

Allora cominciò un periodo d'esitazioni, di tentennamenti, di diffidenze

reciproche, di paure e d'errori, ch'io non vorrei per tutte le felicità

terrestri ritraversare, e dal quale raccolsi che il Partito non era

maturo per forti fatti, nè educato finora alla coscienza della propria

missione e della propria potenza.

Io non ridirò una storia che i più tra quelli pei quali scrivo

conoscono, ma ne accennerò i sommi capi.--Uomini tra i più prodi in

battaglie già iniziate affacciarono, troppo tardi e quando la parola

d'azione era già corsa nelle file, la necessità d'aspettare una

opportunità che creasse agitazione di piazza nel popolo; ed io pure

preferiva quel metodo, ma chiedeva al Partito di creare esso medesimo,

con radunanze per le tasse, per Roma o per altro, quell'agitazione: ed

essi volevano aspettarla impreveduta e di altrove. Le opportunità

inaspettate sorsero, sorsero due o tre volte; ma le città che dovevano

afferrarle rapide come il ciuffo della Fortuna, e lo avevano promesso,

mandavano allora a ottenere promesse di seguire, già più volte date,

dall'altre, e le opportunità passavano. Altri, scambiando il problema

d'insurrezione, che deve fondarsi su tendenze accertate nelle

moltitudini, in un problema di guerra, chiedevano materiale, ordini,

capi, disegni strategici senza fine.--Tutte le città si dichiaravano

pronte, anelanti a seguire, nessuna a iniziare: intere zone, che in

altri tempi sollevavano la bandiera, non sospettavano neanche che si

potesse dire ad esse: _due milioni d'uomini bastano sempre, se vogliono,

ad esser seguiti_: e la possibilità del moto si riduceva quindi a due o

tre luoghi determinati. E da quei luoghi, gli uni parlavano ad ogni

tratto di _fare_ in qualunque modo, gli altri ricusavano tutti i modi

proposti senza determinarne migliori. Poi, conseguenza inevitabile, si

separavano, s'aspreggiavano, con diffidenza esagerata, gli uni cogli

altri, invece d'intendersi e discutere con amore. Ebbi promesse di fatti

complessivi importanti che sommarono in nulla o si ridussero a

ebullizioni di bande o sommosse disapprovate da me, che pur tradivano

l'elemento vulcanico latente, ma che invece somministravano argomento

d'inerzia a chi non sapeva osare. E gli uomini noti e consenzienti con

noi, in Parlamento e fuori, la cui azione insieme alla nostra avrebbe

assicurato il successo, rimanevano inerti per poi dirci: _vedete che non

potete riescire_. Finchè, disperato non del fare o non fare, ma del

disfarsi del partito nei continui annunzî di fatti che non si

ottenevano, m'avviai dove pure s'era solennemente promessa azione

immediata, e fui preso.

E mentre ero in Gaeta si svolse più sempre la guerra che, sottraendoci

il solo temuto nemico, ci lasciava padroni dei nostri fati: venne la

settimana di tentennamenti, di ordini e contr'ordini governativi nella

mossa su Roma: venne la caduta di Luigi Napoleone e la proclamazione

della Repubblica; e nulla si fece, e la promessa data pubblicamente dai

patrioti genovesi alla Francia, che l'Italia, s'essa sorgesse a

Repubblica, la seguirebbe, si ridusse allo schierarsi di un pugno di

volontarî sotto la bandiera francese, come se la inspirazione

repubblicana dovesse, fatalmente, essere muta in Italia, o l'ajuto d'una

Nazione fatta anch'essa Repubblica non dovesse riescire ben altrimenti

efficace.

È forza il dirlo: il popolo è in Italia maturo: gl'influenti chiamati

naturalmente a guidarlo, nol sono; mancarono e mancano, prodi come pur

sono in campo, del coraggio _morale_, che solo crea le Nazioni: della

fede che vien dall'amore; del culto al _principio_; dell'intuizione che

rivela la forza latente e presta a suscitarsi nel popolo. Non è in essi

finora virtù _iniziatrice_.

Intanto la situazione è mutata.

La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi

ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata,

profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del

passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna

grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale

sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri,

spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato,

al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le

decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi

incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito

l'aspetterà inevitabilmente da essa.

L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a

infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel

mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di

ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del

Papato fra le sue mura.

Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni

città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova

vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal

suffragio universale, IL PATTO NAZIONALE ITALIANO.

Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o

d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere

secondata.

E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la

radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero

della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione

popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il

lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre

l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.

L'_Alleanza Repubblicana_ deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei--ad

ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito--ad

affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje--ad evangelizzare,

contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che

non è--a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che

limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città

principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei

siasi--ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale

d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù

suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi

che tentennano soltanto perchè diffidano--e a dirigere, senza inutili e

funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file

dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto

l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del

malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e

guerre tradite hanno versato sulla bandiera.

È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati

assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.

Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo

sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in

noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi

pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al _fine_.

Ma in questo nuovo periodo di lavoro, voi, è necessario ch'io lo dica,

non potete, fratelli miei, avermi oggimai compagno d'ogni ora,

corrispondente assiduo con ogni nucleo, consigliero in ogni piccola

difficoltà. Vostro e della Sacra Causa alla quale giurammo è questo

logoro avanzo di vita ch'io ho.

Voi mi conoscete abbastanza per sapere che l'opportunità, dove sorga me

vivo, non mi troverà lontano, e che voi non farete opera decisiva e

degna di voi, senza ch'io mi trovi con voi l'ora prima o l'ora nella

quale agirete. Ma sono inoltrato negli anni, infiacchito nella salute e

incerto, pur troppo, pei fatti e le delusioni dell'ultimo periodo,

dell'avvenire immediato. Sento il dovere di tentare di giovare

all'educazione di quei che di certo opereranno nel futuro, degli operaî

segnatamente, ch'io amo, e che hanno in sè gran parte dei fati italiani,

scrivendo per essi tutti pubblicamente e con qualche lavoro

politico-storico, impossibile finchè ogni minuto del mio tempo è

assorbito da una corrispondenza con quanti professano la mia fede

concernente i menomi particolari d'un ordinamento segreto, inutile se

non conduce all'azione, facile ormai se spirito d'azione è in voi.

Norme, metodo, fine, tutto in questo ordinamento fu da lungo

determinato.

Voi non avete oggimai bisogno giornaliero di consigli, nei quali io non

potrei ripetervi se non cose dette e ridette. Nè avete bisogno da me o

da altri di sprone: se lo aveste, sareste indegni della Causa che

propugnate; sprone d'ogni ora deve esservi lo spettacolo della vostra

Patria com'è oggi, e la coscienza di ciò che un Governo nazionale

davvero potrebbe farla.

Non v'aspettate dunque da me contatto regolare e moltiplicato: e nessuno

s'offenda del mio silenzio. Sento per me impossibile la continuazione

d'un lavoro, che non sarebbe se non ripetizione, probabilmente sterile,

del passato.

Lavorate soli e tempratevi a forti _fatti_ come siete oggi temprati a

nobili _desiderî_. Io saprò dei progressi che voi compirete, e voi

udrete di tempo in tempo la mia voce a dire a tutti quel tanto di vero

essenziale che mi parrà d'intravedere.

Poi, se vorrete e vivrò, m'avrete compagno nell'_azione_. Prepararla è

còmpito vostro: còmpito mio è prepararmi a morire degnamente con voi e

per voi, quando sentirete di potermi dire, senza illudervi e illudermi:

_l'ora è suonata_.--Addio.

_5 novembre 1870._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 189 / 227 题