AI NEMICI[152]

Scrivo a voi, non perchè io intenda--nè voi l'aspettate da

me--difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre

accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno.

Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite

da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi

e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le

profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi

finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra,

vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori,

dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi

illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni

giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei

uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e

violazione di proprietà.

Il Paese ricorda--da quando il Governo del padre del vostro re spargeva

in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al

presidio--che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a

ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite

poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra

classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese--e per Paese non

intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando,

voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni

di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e

calunniatori--conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno

veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo

escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio,

del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità,

esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo

Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio

in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera;

e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori

nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno

del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci

contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di

persecuzioni arbitrarie, _di stati d'assedio_ nel Centro, e di

repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e

Roma, serbarci, di mezzo al concitamento d'una guerra contro stranieri e

soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di

intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e

tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che la _nostra_ Repubblica

non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa

tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani

del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in

battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col

raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della

Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe

Petroni--abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano--e del suo

duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la

fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai

satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti,

libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso

che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'una _opinione_ o d'un

_interesse_ dinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo

uomini d'una _fede_, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti

ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla

Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di

perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata;

viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano

vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione

pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando

occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre

monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana

significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù,

eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo

iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e

vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna,

impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî

alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o

di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro

inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza,

accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza

d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti

tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci,

ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.

E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno

letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai

trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre

combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta

del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro

l'altra--che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del

Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni

sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti

accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente

acquistati--che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri

concittadini: _voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro

Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di

quelli che rovesciate_.

Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare,

prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando,

nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della

libertà, vantandosene campioni, _possano dar luogo_ a iniqui tentativi,

che se fossero stati seguiti dal premeditato effetto avrebbero avuto

_conseguenze veramente da assassini_;» poi, parlando d'armi scoperte,

afferma: «è inutile dire che questi strumenti erano _diretti contro

galantuomini_;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'aver

_dimostrato_ che la congiura era più che altro ordita _contro_

l'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni,

delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurare

_contro_ un esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni

artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la

Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare,

duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i

repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese

torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per

combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla

scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai

vittime votate alla _Dea Paura_, che siete e vi sentite perduti. Noi,

per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno

d'arti siffatte.

Io--dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba

mi riduce a parlar di me--vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico

irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore

della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire

che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli

consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato

d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto

all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi

di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con

voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi

quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste

più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente

che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un

dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra

vinta, arbitro delle proprie sorti--quando nel 1859 e nel 1866 diceste,

per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito,

forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò

che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di

dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non

avete»--io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e

tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare

l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come

per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e

nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi

poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse

gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a

rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi,

i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a

quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non

sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere,

nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità

di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un

manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue

pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi: _volete

guerra? l'avrete_. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti,

esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto

quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci

distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei

nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di

tutto un popolo credulo nelle vostre promesse, e del nostro silenzio,

per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire

ad essa: _non siamo tuoi, ma d'una dinastia_--a noi: _siete assassini ed

espilatori_?

Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè

altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi

toglie oggimai il diritto della parola.

Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno

ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era

ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla

meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di

voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un

nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due

epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e

avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando

Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese

vi dicesse: _non l'avrete mai_. Avevate radicato financo nelle

moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei

migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque

milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno

di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di

sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a

uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla

Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una

splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili

elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col

suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti,

viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni

e soffocato--negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto

anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re

che tradì Milano--il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu

granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un

Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito

centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali,

nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel

Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa

sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile

alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il

commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con

una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali

v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel

vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che

non sollevano, se non d'anno in anno, il _presente e disseccano le

sorgenti dell'avvenire_. Avevate una linea, unica in Europa, di

frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo

straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:--un Esercito di prodi,

presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo

com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto

conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a

Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;--un cominciamento della

Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e

potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli

anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie,

perseguitati;--Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato,

ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace

per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla

vostra terra, sperate d'averlo un giorno alleato contro di noi. Ricordo

le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che,

men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della

Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando: _Sono stato da

lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è

giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono_. Ciò che voi siete, l'Italia

lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere,

spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei

difensori italiani di Torino e Verrua.

Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo

farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e

d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella

nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima

della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non

tentare di farla rivivere?

Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la

tradite?

Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice

questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto

dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile

tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro

nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più

o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non

può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è

combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro,

all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e

padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin

dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e

avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che

passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai

molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le

influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il

machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo

intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore

sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità

dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di

lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè

facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove

potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al

segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete,

per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci,

stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a

decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei

fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non

scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o

clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico

mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima

di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire

v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri

oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine,

e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione

possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il

popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè

stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza

riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia

quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di

Lui volontà sempre giusta.»

È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il

prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del

Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci

calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle

nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la

stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione;

libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni

invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra

vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di

città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar

loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di

astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che

voi chiamate _ribellione_, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a

compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta,

soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa,

l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi

questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la

lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi?

V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un

apostolato monarchico?

No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo

Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza

vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato

l'apostolato, opporremo un giorno--in nome di Roma tradita, in nome

dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra

Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre

terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina

finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza

espressione legale da voi--la forza alla forza.

Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra

condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno

diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine del

COMUNE, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e

creatrice dell'idea UNITÀ con Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e

crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando la

MISSIONE dell'Italia in EUROPA e diffondendo ai popoli vincoli di morale

unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i

nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di

intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver

civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî,

non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di

sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una

aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta,

guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno

politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia,

sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò,

non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non

italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di

Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a

derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra

straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente

della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi,

la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e

tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta

dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e

s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendo mai, d'un terreno non

suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per

farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è

fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo

tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di

governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia

avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo

d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a

rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio

di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la

vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi

ingegni stranieri: la vostra politica è politica di _resistenza_: la

vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.

Però cadrete, cadrete rapidamente, e ve ne avvedete. Com'è vero Dio,

l'Italia sarà tra non molto repubblicana. E voi dovete il breve periodo

di misera affannata esistenza che vi avanza, non alle vostre calunnie,

ma alle nostre titubanze, alle passioncelle individuali, che non

sappiamo ancor soffocare nella santa coscienza del _fine_, ai sospetti,

alle mal ferme determinazioni, ai piccoli vizî di mente o di anima,

inerenti a schiavi, che ruppero jeri soltanto la loro catena.

Queste cose ho voluto dirvi, interprete dei vostri fati, perchè sappiate

ciò ch'io penso e com'io disprezzi le vostre accuse. Avversai

deliberatamente coi migliori tra' miei amici l'immaturo tentativo ch'or

v'ha empito l'animo di terrori: ma non intendo che ciò mi valga di

difesa con voi. Se crederò di poter giovare quando che sia a

rovesciarvi, lo farò per debito d'Italiano e con lieta, serena

coscienza.

Addio.

_Maggio._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 179 / 227 题