Scrivo a voi, non perchè io intenda--nè voi l'aspettate da
me--difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre
accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno.
Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite
da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi
e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le
profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi
finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra,
vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori,
dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi
illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni
giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei
uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e
violazione di proprietà.
Il Paese ricorda--da quando il Governo del padre del vostro re spargeva
in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al
presidio--che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a
ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite
poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra
classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese--e per Paese non
intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando,
voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni
di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e
calunniatori--conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno
veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo
escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio,
del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità,
esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo
Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio
in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera;
e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori
nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno
del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci
contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di
persecuzioni arbitrarie, _di stati d'assedio_ nel Centro, e di
repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e
Roma, serbarci, di mezzo al concitamento d'una guerra contro stranieri e
soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di
intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e
tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che la _nostra_ Repubblica
non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa
tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani
del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in
battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col
raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della
Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe
Petroni--abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano--e del suo
duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la
fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai
satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti,
libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso
che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'una _opinione_ o d'un
_interesse_ dinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo
uomini d'una _fede_, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti
ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla
Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di
perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata;
viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano
vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione
pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando
occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre
monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana
significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù,
eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo
iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e
vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna,
impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî
alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o
di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro
inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza,
accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza
d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti
tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci,
ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.
E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno
letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai
trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre
combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta
del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro
l'altra--che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del
Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni
sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti
accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente
acquistati--che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri
concittadini: _voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro
Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di
quelli che rovesciate_.
Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare,
prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando,
nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della
libertà, vantandosene campioni, _possano dar luogo_ a iniqui tentativi,
che se fossero stati seguiti dal premeditato effetto avrebbero avuto
_conseguenze veramente da assassini_;» poi, parlando d'armi scoperte,
afferma: «è inutile dire che questi strumenti erano _diretti contro
galantuomini_;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'aver
_dimostrato_ che la congiura era più che altro ordita _contro_
l'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni,
delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurare
_contro_ un esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni
artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la
Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare,
duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i
repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese
torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per
combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla
scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai
vittime votate alla _Dea Paura_, che siete e vi sentite perduti. Noi,
per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno
d'arti siffatte.
Io--dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba
mi riduce a parlar di me--vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico
irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore
della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire
che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli
consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato
d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto
all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi
di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con
voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi
quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste
più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente
che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un
dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra
vinta, arbitro delle proprie sorti--quando nel 1859 e nel 1866 diceste,
per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito,
forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò
che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di
dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non
avete»--io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e
tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare
l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come
per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e
nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi
poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse
gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a
rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi,
i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a
quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non
sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere,
nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità
di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un
manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue
pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi: _volete
guerra? l'avrete_. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti,
esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto
quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci
distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei
nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di
tutto un popolo credulo nelle vostre promesse, e del nostro silenzio,
per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire
ad essa: _non siamo tuoi, ma d'una dinastia_--a noi: _siete assassini ed
espilatori_?
Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè
altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi
toglie oggimai il diritto della parola.
Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno
ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era
ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla
meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di
voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un
nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due
epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e
avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando
Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese
vi dicesse: _non l'avrete mai_. Avevate radicato financo nelle
moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei
migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque
milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno
di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di
sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a
uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla
Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una
splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili
elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col
suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti,
viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni
e soffocato--negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto
anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re
che tradì Milano--il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu
granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un
Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito
centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali,
nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel
Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa
sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile
alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il
commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con
una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali
v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel
vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che
non sollevano, se non d'anno in anno, il _presente e disseccano le
sorgenti dell'avvenire_. Avevate una linea, unica in Europa, di
frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo
straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:--un Esercito di prodi,
presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo
com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto
conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a
Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;--un cominciamento della
Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e
potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli
anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie,
perseguitati;--Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato,
ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace
per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla
vostra terra, sperate d'averlo un giorno alleato contro di noi. Ricordo
le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che,
men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della
Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando: _Sono stato da
lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è
giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono_. Ciò che voi siete, l'Italia
lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere,
spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei
difensori italiani di Torino e Verrua.
Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo
farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e
d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella
nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima
della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non
tentare di farla rivivere?
Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la
tradite?
Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice
questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto
dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile
tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro
nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più
o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non
può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è
combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro,
all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e
padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin
dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e
avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che
passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai
molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le
influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il
machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo
intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore
sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità
dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di
lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè
facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove
potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al
segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete,
per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci,
stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a
decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei
fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non
scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o
clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico
mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima
di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire
v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri
oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine,
e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione
possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il
popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè
stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza
riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia
quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di
Lui volontà sempre giusta.»
È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il
prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del
Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci
calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle
nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la
stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione;
libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni
invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra
vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di
città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar
loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di
astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che
voi chiamate _ribellione_, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a
compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta,
soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa,
l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi
questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la
lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi?
V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un
apostolato monarchico?
No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo
Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza
vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato
l'apostolato, opporremo un giorno--in nome di Roma tradita, in nome
dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra
Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre
terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina
finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza
espressione legale da voi--la forza alla forza.
Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra
condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno
diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine del
COMUNE, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e
creatrice dell'idea UNITÀ con Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e
crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando la
MISSIONE dell'Italia in EUROPA e diffondendo ai popoli vincoli di morale
unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i
nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di
intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver
civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî,
non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di
sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una
aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta,
guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno
politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia,
sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò,
non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non
italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di
Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a
derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra
straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente
della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi,
la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e
tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta
dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e
s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendo mai, d'un terreno non
suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per
farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è
fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo
tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di
governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia
avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo
d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a
rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio
di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la
vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi
ingegni stranieri: la vostra politica è politica di _resistenza_: la
vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.
Però cadrete, cadrete rapidamente, e ve ne avvedete. Com'è vero Dio,
l'Italia sarà tra non molto repubblicana. E voi dovete il breve periodo
di misera affannata esistenza che vi avanza, non alle vostre calunnie,
ma alle nostre titubanze, alle passioncelle individuali, che non
sappiamo ancor soffocare nella santa coscienza del _fine_, ai sospetti,
alle mal ferme determinazioni, ai piccoli vizî di mente o di anima,
inerenti a schiavi, che ruppero jeri soltanto la loro catena.
Queste cose ho voluto dirvi, interprete dei vostri fati, perchè sappiate
ciò ch'io penso e com'io disprezzi le vostre accuse. Avversai
deliberatamente coi migliori tra' miei amici l'immaturo tentativo ch'or
v'ha empito l'animo di terrori: ma non intendo che ciò mi valga di
difesa con voi. Se crederò di poter giovare quando che sia a
rovesciarvi, lo farò per debito d'Italiano e con lieta, serena
coscienza.
Addio.
_Maggio._