Non so a che, nelle nuove circostanze, voi vi apprestiate; ma so a che
_dovreste_ apprestarvi; e m'assumo di dirvelo: prima, per coscienza
d'Italiano e di cittadino di Roma, dacchè a voi piacque, in tempi
gloriosi alla vostra città, farmi tale: poi, perchè gli uomini di parte
monarchica imposturarono come mia una stolta lettera nella quale v'è
predicata pazienza e sono tacciati d'imprudenti i vostri bei fatti del
1849. Taluni fra voi possono aver creduto nella verità di
quell'impostura, e m'importa sappiate che io, triumviro un giorno in
Roma, incanutito oggi nella chioma ma non nell'anima, serbo
incontaminata la Fede che noi annunziavamo allora uniti e volenti
all'Italia dal Campidoglio.
Ignoro quale situazione impreveduta possano creare per voi le tattiche
oblique del Governo del Regno e le trame degli agenti francesi con esso
e col Papa; e spero che voi vi governerete in ogni modo da forti, a
seconda dei casi. Ma io vi parlo come se la Convenzione Franco-Italiana
dovesse essere unica norma alle vostre condizioni. E di fronte a quella
Convenzione, che comanda al Governo Italiano di non promovere azione
contro la potestà temporale del Papa, di non tollerare ch'altri la
promova dalle terre Italiane, e di serbare capitale d'Italia Firenze,
voi avete due solenni doveri da compiere: il primo verso Roma e voi
tutti, che portate sulla fronte quel santo nome: il secondo verso
l'Italia e l'Europa.
Voi dovete AGIRE: levarvi contro la ciurmaglia accozzata dal rifiuto dei
paesi stranieri e sperderla. Una accusa serpeggia--perchè celarvelo?--a
vostro danno in Europa, e ha trovato sovente espressione nelle gazzette
inglesi e francesi. La singolare pazienza colla quale voi avete, per
diciassette lunghi anni, tollerato, senza una virile protesta, gli
invasori stranieri nelle vostre mura, fu guardata come sommessione di
Popolo che s'arretra davanti ai pericoli, e avvalorò la menzogna che
Roma fosse, nel 1849, difesa da uomini appartenenti ad altre terre
d'Italia. Io vi vidi in quel tempo, e però la dichiarai sempre, e la
dichiaro menzogna. Le influenze che v'inspirarono quell'attitudine mi
son note tutte, e non dimentico la singolare e difficile posizione in
cui vi mantenne, chiamando ad alleata la Francia, la Monarchia Italiana.
Ma se oggi, liberi da quell'equivoco, voi persisteste in soggiacere a
quelle influenze addormentatrici--se non v'affrettaste a provare che,
non la _forza_ nemica, ma l'essere quella forza della Nazione che
l'Italia chiamava alleata, e che combatteva in Solferino e Magenta, fu
ostacolo al vostro sorgere--voi confermate la pazza accusa. Or voi non
dovete--non dirò mostrarvi codardi--ma poter essere sospettati di
codardìa.
Ma sorgendo, quale deve essere il vostro grido? Quale programma dovete
scegliere?
La risposta fu già data, diciassette anni addietro, da voi: non dovete
_scegliere_; avete scelto.
Il 9 febbrajo 1849, liberi e legalmente rappresentati, dichiaraste
unanimi, che il grido dal quale venne la grandezza dei vostri padri era
il vostro; che il programma di Roma all'Italia futura si compendiava
nella parola REPUBBLICA. E quel programma, accettato con entusiasmo in
quante terre dipendevano allora da Roma, fu segnato ogni giorno, in due
mesi di lotta, col sangue dei vostri migliori, in Roma, in Bologna, in
Ancona.
Il 2 luglio, un ostacolo--la forza brutale--si frappose tra voi e
l'espressione della vostra volontà, del vostro Diritto. Quell'ostacolo
sparisce in oggi. La vostra volontà ricomincia a manifestarsi qual era.
L'eterno Diritto rivive. Voi siete, sorgendo, ciò che il 9 febbrajo
eravate: REPUBBLICANI E PADRONI DI VOI MEDESIMI.
Il 3 luglio, un giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, il Popolo
di Roma levò una volta ancora la mano per affermare, di fronte al
nemico, la propria fede: la Costituzione Repubblicana fu solennemente
letta alla moltitudine dal Campidoglio. La bandiera straniera s'abbassò,
come velo, tra quella mano, che mostrava il Patto, e l'Italia. Quel velo
oggi si squarcia. La mano del Popolo di Roma riappare levata in alto.
È questo il solo programma che logica, onore, coscienza del passato e
dovere verso l'avvenire v'additino. Riaffermate, prima d'ogni altra
cosa, voi stessi, la vostra vita, la potenza che è in voi: farete poi
ciò che Dio e la coscienza del Dovere Nazionale vi inspireranno. Siate;
poi disporrete di voi.
E allora--quando il vostro voto non sarà il muto, immediato, cieco
suffragio che inaugurò la tirannide di Bonaparte e consegnò Nizza alla
Francia--quando potrà escire solenne, pensato, forte d'inspirazione
collettiva, illuminato dal consiglio dei buoni e dalla libera
discussione sulle vostre condizioni e su quelle d'Italia--deciderete se
Roma debba darsi, come città secondaria, diseredata di vita propria, a
una monarchia condannata, provata impotente a ogni forte fatto, che
riceveva jeri, come elemosina dallo straniero, Venezia, e che
scriverebbe sul Campidoglio _Custoza e Lissa_:--o se la Tradizione,
gloriosa sopra ogni altra, del suo passato, e la missione ch'è in essa e
dalla quale escì due volte l'unificazione materiale e morale del mondo,
la chiamino a parte più degna e feconda pei giorni futuri della Nazione.
Intanto affermatevi; affermate Roma.--Chi vi dà consiglio diverso--chi
vi sprona ad aggiogarvi senza maturo, collettivo e libero esame nel
_fatto_ esistente--disonora Roma senza giovare all'Italia.
Non m'accusate di contradizione coi consigli che io diedi ad altri in
passato.
Quand'io, nel 1859 e nel 1860, consigliai il Mezzogiorno d'Italia ad
_annettersi_, l'Unità materiale, avversata in tutti i disegni del
Bonaparte, non esisteva: l'Italia intera consentiva--non monta se a
torto o a ragione--nel concedere alla Monarchia il benefizio d'un
esperimento a pro della possibilità d'un accordo fra essa e il Paese: nè
le città alle quali io, riverente alla Sovranità popolare, parlava
portavano il grande nome di Roma.
E nondimeno io suggeriva, anteriori a ogni plebiscito, le Assemblee,
tanto che le annessioni si compissero a patti, e con certezza di libertà
vera e d'onore alla Nazione futura. Non m'ascoltarono--ed oggi si
pentono d'essersi dati alla cieca.
Ma io parlo ora a voi, uomini di Roma, in condizioni radicalmente
mutate.
L'Unità materiale d'Italia è ormai irrevocabilmente fondata; nè le
vostre decisioni o i vostri indugi possono farle correr pericolo. Quel
ch'oggi importa non è che voi siate d'Italia il tale o tal altro giorno;
importa che lo siate in modo degno di voi, e che promova i fati d'Italia
e l'Unità morale, mancante tuttora e inaccessibile alla Monarchia.
L'esperimento è compiuto. Una lunga serie di fatti incontrovertibili ha
provato, a quanti hanno senno e core, che la Monarchia non può essere se
non servile al di fuori, strumento di resistenza al di dentro.
L'Instituzione è moralmente condannata. Il Paese può trascinarsi per un
tempo ancora tra le esitazioni dell'_opportunismo_; non è più
monarchico.
E io parlo a voi, Romani di ROMA, eccezione fra quante città s'inalzano
sulle nostre terre. Roma non è _città_; Roma è una Idea. Roma è il
sepolcro di due grandi religioni, che furono vita al mondo nel passato,
e il Santuario d'una terza che albeggia e darà vita al mondo
nell'avvenire. Roma è la missione d'Italia fra le Nazioni: la Parola, il
Verbo del nostro Popolo: il Vangelo Eterno _d'unificazione_ alle genti.
Posso io dirle di _annettersi_, appendice subalterna a Firenze? Posso io
suggerirle, senza delitto di profanazione, di consacrare del suo
prestigio una Instituzione incadaverita; di coprire coll'immensa ombra
della sua gloria le colpe, gli errori, la servilità allo straniero d'una
Monarchia, che non ebbe una protesta per voi nel 1849, che non trovò una
parola da proferirsi a pro vostro nei vostri diciassette anni di
servitù; che disse per bocca de' suoi ministri: _non andrò in_ ROMA _se
non col_ BENEPLACITO _della Francia e del_ PAPA?
No: Roma non deve annettersi a Firenze; dobbiamo noi tutti annetterci a
Roma. Ma per questo abbiamo bisogno che Roma risorga quale era quando
salvò l'onore d'Italia, perduto in Milano e Novara dalla Monarchia:
abbiamo bisogno ch'essa si levi dal suo sepolcro, in nome, non del
passato, ma della nuova vita dell'avvenire; abbiamo bisogno ch'essa
splenda, per breve tempo isolata, siccome faro di Verità e di Progresso,
alle incerte, desiose popolazioni d'Italia.
L'Unità _materiale_ d'Italia è pressochè fondata: oggi, è necessario un
simbolo che rappresenti l'Unità _morale_; e quell'Unità non può venirci
che dalla fede repubblicana. Ciò che abbiamo è forma senz'anima: noi
l'aspettiamo da Roma; ma Roma non può spirarla nell'inerte forma, se non
a patto di serbarsi pura dalle sozzure presenti. Accettandole, Roma
cade; e con essa cadono, per non so quanto, i grandi fatti d'Italia in
Europa.