AL DIRETTORE DEL «DOVERE.»

In una lettera del deputato Crispi, inserita nel _Diritto_ del 6 giugno,

trovo le parole: «Mazzini, il quale ha solo l'arte di restare

repubblicano offrendo i suoi servigi ai principi.»

Quelle parole sono indegne, ma non mi sorprendono. La caduta dell'anime

segue, come quella dei gravi, le leggi del moto accelerato. Smarrita la

fede che le guidava, precipitano, in balìa di subiti impulsi e dell'ira,

d'abisso in abisso.

Nè mi curerei di rispondere a un oltraggio smentito da tutta una leale

impavida vita. Se non che il dubbio sul quale speculano quelle parole,

affacciato già da altri, può serpeggiar facilmente tra giovani buoni ma

proni a uno scetticismo che le fraintese dottrine di Machiavelli hanno

impiantato nell'anime. Scrivo dunque per essi quel tanto ch'è necessario

a provar loro come qualcuno almeno possa, in un contatto regio, serbare

inviolata, non dirò la fede, ma la dignità della fede repubblicana.

Nel novembre del 1863--mentr'io lavorava come meglio poteva per l'unica

impresa possibile allora, e di necessità suprema oggi come

allora--l'impresa Veneta--mi venne da persona che praticava col re un

messaggio la cui sostanza era questa: «il re non intendere questo

cospirare continuo e impiantare un dualismo tra il Governo e il Partito

d'Azione in cose nelle quali si era, in sostanza, d'accordo: volere egli

Venezia quanto me: aver egli fede nell'onesta lealtà del mio procedere:

perchè non si verrebbe a un patto per l'intento comune?»

Io sono repubblicano; ma ho sempre creduto e credo che sarebbe colpa e

follìa introdurre la questione repubblicana nell'impresa Veneta. La

questione Veneta è _Nazionale_, non politica: questione di terra nostra

da conquistarsi sullo straniero, sotto qualunque bandiera rappresenti

l'Italia nel momento in cui l'impresa si tenterà. La guerra all'Austria

ha bisogno di tutti gli elementi di forza esistenti nella Nazione:

dell'esercito, come dell'insurrezione e dei volontarî. Ajutare

rapidamente, potentemente, universalmente, senza suscitare questioni

generatrici di discordia, una iniziativa Veneta, perchè il Veneto

emancipato s'unisca all'Italia: è questo tutto il programma. Solamente,

è necessario vincere, e vincere in modo che dia all'Italia coscienza di

sè. Quindi, indispensabili alcune condizioni all'impresa; non ajuti

stranieri che c'imporrebbero soggezione e patti funesti: iniziativa di

Popolo, per determinare il disegno pratico della guerra, e non lasciare

alla pedanteria dei generali governativi facoltà di concentrarla, come

nel 1848, per entro al Quadrilatero, dove saremmo forse battuti:

l'elemento importantissimo dei volontarî schierato intorno a Garibaldi.

Queste mie convinzioni erano tali da potersi esporre a popoli e

principi; e le esposi.

Il 14 novembre io aveva ricevuto il messaggio: risposi il 15.

Risposi non potere nè volere stringere patto alcuno. Ricordai: «che più

d'un anno addietro»--dopo Aspromonte--«io aveva dichiarato pubblicamente

ch'io ripigliava tutta la mia indipendenza e non avrei più patti se non

colle inspirazioni della mia coscienza e delle circostanze» e dissi:

«credere debito mio verso me stesso e il Partito serbare inviolata

quella mia indipendenza.» Dissi: «ch'io non potevo avere fiducia nella

fermezza delle deliberazioni di chi seguiva le inspirazioni

dell'Imperatore Francese e presentiva che, dove le intenzioni di Luigi

Napoleone diventassero favorevoli all'Austria, un telegramma di Parigi

agghiaccierebbe in un subito le tendenze bellicose governative. Una

politica Nazionale non poteva soggiacere a variazioni sì fatte e a me

conveniva quindi rimaner libero da ogni vincolo o patto.

«E d'altra parte, a che i patti? Era noto che io sentiva necessaria

l'Unità di tutte le forze nazionali all'impresa: noto ch'io non pensava

a inalzare la bandiera repubblicana sul Veneto: noto che noi tacendo,

per coscienza e dignità, di V. E., e limitandoci al grido di _Guerra

all'Austria, Ajuto ai nostri Fratelli_, avremmo lasciato il programma ai

Veneti, i quali, volendo l'esercito, avrebbero senz'altro invocato la

monarchia. Voleva il re, come noi, l'emancipazione del Veneto?

_Lasciasse fare e s'apprestasse a cogliere rapidamente l'opportunità_

che noi cercheremmo di suscitare. Il metodo naturalmente indicato dalle

circostanze era: _iniziativa insurrezionale nel Veneto: risposta da

nuclei di volontarî italiani e manifestazioni del Paese; intervento

governativo_. Mandasse il re pe' suoi agenti una parola al Veneto che

consonasse colle nostre: rallentasse verso noi l'azione governativa: non

cordoni ostili, non sequestri d'armi; mentre dal nostro lato

s'opererebbe con ogni prudenza possibile: provvedesse all'esercito e

segnatamente agli apprestamenti navali: bandisse dall'animo ogni idea

d'ajuto francese a noi o d'ajuto italiano alla Francia, se mai la

Francia movesse guerra sul Reno: lasciasse Garibaldi capo libero

indipendente dei volontarî, e intendesse che mal si compie una impresa

nazionale con un ministero screditato nel paese e avverso

deliberatamente a noi.»

Nè scenderò in particolari del contatto che seguì: ripugna all'indole

mia di rivelare fuori del necessario, sensi e disegni altrui, poco

importa di chi. Affermo soltanto--e se v'è chi possa smentirmi, lo

faccia--che nessuna mia lettera ebbe una sola sillaba che sviasse dal

contenuto di quella del 15 novembre. Non proferii parola intorno ai

nostri elementi, ai lavori iniziati, alle nostre intenzioni. Spinsi

l'indipendenza sino a rispondere con un rifiuto esplicito all'incerta

ipotetica offerta d'ajuti pecuniarî all'intento; dissi che ajuti sì

fatti costituirebbero tra chi li darebbe e me un vincolo ch'io non

voleva accettare; e suggerii si volgessero a pro dei poveri Polacchi e

Ungheresi.

Il 25 gennajo 1864, nojato dei continui tentennamenti e volendo pur

essere leale, io dicevo: «che il linguaggio della Stampa Governativa, le

circolari ministeriali pronunciavano un voltafaccia codardo, fatale più

assai alla monarchia che non alle nostre idee: che avremmo tentato e

ritentato; ma che, se fossimo impediti davvero, tutta la mia attività si

sarebbe inevitabilmente rivolta alla questione interna e all'apostolato

repubblicano.» E ripetevo che: «dare ai Veneti una parola d'ordine a pro

dell'azione--lasciare che nuclei di volontarî movessero a soccorrerla

quando s'iniziasse--non opporsi a manifestazioni popolari invocatrici

d'ajuto ai Veneti--dichiarare, come fece Carlo Alberto nel 1848 ai

Governi Europei, il governo Italiano essere costretto a movere--era il

da farsi.»

Quando nell'aprile ebbi notizia del sequestro dei fucili in Brescia e

Milano, dichiarai «non voler essere _mistificato_ da principi o da

chicchessia: si restituissero immediatamente l'armi, o si sostituisse un

numero eguale e, mallevadorìa del futuro, si togliesse all'ufficio

Spaventa: dove no, terrei per chiarite le intenzioni avverse, e porrei

fine ad ogni contatto.»

Il 24 maggio finalmente io scrivevo: «È chiaro che non possiamo

intenderci... S'è cominciato per dichiarare che non poteva sollevarsi

_iniziativa_ dal di fuori: risposi, dichiarando che si trattava di

iniziativa interna. Si disse allora che sarebbe stato necessario un moto

_anteriore_ in Galizia: risposi--che, comunque m'increscesse mutare a un

tratto disegno e linguaggio coi nostri Alleati, mi vi adoprerei. Oggi si

vuole anche l'Ungheria. Domani si vorrà la Boemia, l'Impero Austriaco

assolutamente sfasciato prima d'assalirlo. Intanto, l'anno venturo

avremo la Polonia morta, la Galizia impossibilitata ad agire, la

questione Danese finita, l'Ungheria in braccio al partito

conciliatore[150]. Questa non è politica italiana: è politica di paura,

politica indegna d'un popolo di 22 milioni e d'un esercito di 300 000

uomini. È impossibile trattare di cose vitali, senza un limite di tempo

determinato. _Non deve farsi_, mi si dice, _se non a tempo opportuno_. È

appunto perch'io credo il momento opportuno, che io cerco si colga.

Bisognava dirmi per quali ragioni non è opportuno; bisognava dirmi:

_s'intende agire nel tal tempo e non prima_. Il dirmi oggi che non

possono darsi armi all'interno per timore che agiscano, è un ricacciarmi

nell'indefinito. Il dirmi che _anche con una insurrezione interna

s'impediranno gli ajuti_; è un dirmi: _il Governo è deciso a far le

parti dell'Austria_.

«..... Rinunzio quindi a un contatto inutile... Rimango libero, sciolto

da ogni vincolo, fuorchè quello che ho colla mia coscienza, terreno sul

quale cittadini e re sono eguali.»

Se linguaggio sì fatto valga _offrire servigi ad un re_, vedano

gl'Italiani. Nauseato oggimai delle pazze accuse che l'immoralità dei

nemici e degli ex amici m'avventa, io dichiaro esser questa l'ultima

volta ch'io scendo, di fronte alla causa d'un Popolo, a parlare di me e

a giustificare o spiegare la mia condotta.

_12 giugno._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 173 / 227 题