Il 17 novembre, Voi, parlando alla Camera sulla Convenzione tra Luigi
Bonaparte e il Governo d'Italia, dichiaravate che Vittorio Emanuele non
_può_ rovesciare il trono del Papa--che la Convenzione monarchica
rinunzia a Roma--ch'essa è quindi violazione aperta dei Plebisciti, dai
quali si poneva, condizione dell'annettersi alla Monarchia di Savoja,
l'Unità della Patria. Voi compivate in quel giorno un dovere di
cittadino.
Ma il 18, irritato dall'accusa d'illogico--scagliatavi
machiavellicamente contro da chi violava, votando per la clausola ch'è
suggello alla Convenzione, ben altro che logica--Voi dichiaraste che la
vostra bandiera era: _Italia Una e Vittorio Emanuele_; e v'aggiungeste
che chi solleva un'altra bandiera non vuole l'Unità dell'Italia.
Se a Voi giova, sul cader della vita, rinunziare a una bandiera per
acclamare ad un'altra, io non mi assumerò, per molte ragioni, di
riconvertirvi. Ma proferendo la seconda affermazione, Voi non solamente
contradicevate, cosa in oggi frequente, al vostro passato--non solamente
offendevate la maestà della vostra sorgente Nazione--ma dimenticavate,
ingiusto e ingrato ad un tempo, che tra gli uomini morti e viventi, ai
quali un giorno foste amico e collega di cospirazione, i migliori furono
e sono unitarî e repubblicani. Bastino, tra gli estinti, Carlo Pisacane
e Rosalino Pilo. Ma, tra i vivi, io la sollevo questa bandiera diversa.
E tra voi, quanti siete novellamente convertiti e diplomatizzanti fra la
coscienza e il linguaggio, chi osi scrivere che io non adoro l'Unità
della Patria, e non l'ho predicata altamente fin da trentadue anni
addietro, quando stranieri e italiani la deridevano siccome utopia, e
voi tutti balbettavate di costituzioni regie e federazioni?
Io la sollevo; e mi giovo della dolorosa opportunità che m'offriste per
ridirlo a tutti; non solamente perchè i principî l'additano unica
malleveria di vero e libero progresso--perchè intorno ad essa si
avvolgono i più splendidi ricordi del nostro passato, quando la vostra
non ha tradizioni di gloria in Italia, nè origine indipendente, nè
coscienza di moralità educatrice, nè intelletto della missione
italiana--perchè è sola logica deduzione delle credenze e delle
negazioni dei tempi, mentre la vostra vive d'una transazione artificiale
tra elementi inconciliabili, sempre provata menzognera in Europa,
fuorchè nel paese singolare ov'io scrivo, dagli ultimi sessant'anni--ma
perchè cerco, proscritto tuttavia e dannato nel capo dalla monarchia
vostra, l'Unità della Patria; perchè, mercè l'ingenito antagonismo dei
vostri padroni ad ogni sviluppo di vita popolare, e le vostre tattiche
secondatrici, vedo rapidamente disfarsi quella unità di propositi e di
speranze che spinse per ogni dove, fuorchè in Lombardia, ventidue
milioni d'Italiani a congiungersi in uno; perchè, esaurita ogni via,
tentata ogni concessione possibile, soffocata lungamente nel silenzio la
fede dell'anima mia--tanto che nessuno potesse rimproverarmi di
sostituire l'arbitrio d'una ragione individuale fallibile all'opinione
dei più--ho raggiunto, costretto dai fatti, l'intimo convincimento che
noi non avremo mai, dall'azione spontanea della Monarchia, Venezia, Roma
e Unità. E mi stanno davanti, mentre io scrivo, i patti della
Convenzione che segna l'abbandono di Roma, e le parole del vostro
ministro che abbandonano Venezia:
L'Italia avrà Venezia quando l'Austria, persuasa non da noi--noi non
siamo--ma dall'autore dei patti di Villafranca, ritirerà volontariamente
i soldati ch'oggi v'accampano:
L'Italia avrà Roma quando il Papa, convinto ch'ei regna tiranno, e fatto
amico della libertà, inviterà egli stesso i nostri ad entrarvi:
Così _unifica_ la Monarchia.
Di fronte a queste codarde e assurde dichiarazioni, proferite da chi
s'appoggia su 380 000 soldati, può averne in breve ora mezzo milione, e
rappresenta legalmente 22 milioni d'uomini che anelano farsi Nazione,
Voi avete evocato un momento dell'antico entusiasmo, per gridare con
volto agitato, con accento commosso, un saluto di gladiatore morente
alla Monarchia, e un anatema a quei tra i vostri fratelli che hanno
serbata intatta quella che fu vostra fede. Io non meraviglio della
vostra potenza di volontà; bensì vi compiango perchè abbiate creduto
doverla spiegare per una causa nella quale, se interrogate l'intimo
core, voi non credete.
Conosco troppo il vostro passato e vi so d'ingegno troppo arguto, per
ammettere un solo istante che voi siate oggi monarchico di fede,
monarchico teoricamente, monarchico come lo erano settant'anni addietro
gli uomini della Vandea: s'io vi sapessi tale, pur combattendovi per
dovere, mi dorrei d'esservi costretto. Ogni fede suscita in me, in
questi tempi d'immorale e stolido scetticismo, rispetto. Ma gli uomini
della Vandea credevano nel _diritto divino_: Voi no:--giuravano sui loro
preti e ponevano la croce protettrice nella regia bandiera: Voi fate
guerra ai preti e vorreste vedere in due campi separati, indipendenti
l'uno dall'altro, la croce e la monarchia;--sorgevano a combattere e
morire pei discendenti di san Luigi, senza badare a probabilità di
successo, senza calcolo delle forze nemiche, come si muore per una idea:
Voi non morreste, nè altri in Italia, per la sola Casa di Savoja, per la
mistica trinità dell'elemento aristocratico, del democratico e del
monarchico. Voi siete, come oggi barbaramente dicono, _opportunista_.
Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli: un esercito, che Voi
credete monarchico, e ch'io credo, come tutti gli eserciti,
semplicemente governativo; e un'Italia officiale, forte d'una vasta rete
d'impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci
ciechi, muti, servili, tra per abitudine d'obbedienza passiva, tra per
paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d'essere chiamati
a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch'io potrei
chiamare _guicciardinesche_, Voi porgete omaggio alla Forza o ad un
sembiante di Forza. Voi trovate che la Monarchia potrebbe agevolmente,
_volendo_, fare l'Italia; e l'accettate, siccome mezzo all'intento. Se
domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi.
Pur tuttavia l'_opportunismo_ accenna inevitabilmente a limiti di tempo
e di condizioni transitorie, che un _principio_ non cura.
L'_opportunismo_ genera un metodo proprio, diverso da quello che guida
chi ha una fede. E questo metodo logico dovrebbe insegnarvi linguaggio
più temperato e meno assoluto. La Monarchia potrebbe, non v'ha dubbio,
_volendo_, fare l'Italia. Ma se la Monarchia _non_ volesse? Se,
antivedendo nella guerra all'Austria una serie di insurrezioni
nazionali, come quelle del 1848, e conseguenze probabilmente fatali
all'interesse dinastico, s'arretrasse deliberatamente dall'impresa
Veneta? Se, impaurita di quel potente nome di Roma, e presentendo a ogni
modo che, sciolta la questione Nazionale, gli Italiani verserebbero
tutta la piena della giovine vita sulla questione di Libertà, scegliesse
di tenersi lontana dal Campidoglio repubblicano e dalle mura segnate dai
ricordi del 1849? Se, intendendo che non possono tentarsi le due
imprese, senza suscitare l'entusiasmo e gli ajuti del Popolo a guerra
che gli darebbe coscienza di sè e delle proprie forze, paventasse le
esigenze inevitabili dell'avvenire e non vedesse rimedio al pericolo,
fuorchè nell'afforzarsi unicamente dell'alleanza col dispotismo
straniero? E se Luigi Napoleone, cupido di predominio sul Mediterraneo e
su noi, e aborrente quindi dalla nostra Unità, preparasse, di concerto
colla Monarchia--prezzo della protezione invocata--la triplice divisione
d'Italia, architettata da lui già prima del 1859? Io non intendo di
discutere con Voi la verità di queste ipotesi; dico che nessun italiano
ha, dopo i fatti degli ultimi tre anni, diritto di affermarle
impossibili e trascurarle: Voi, repubblicano un tempo, men ch'altri. E
dico che la loro possibilità avrebbe dovuto bastarvi per adottare, anche
non disertando il nuovo campo _opportunista_ accettato, altra tattica
che non la seguita, per non gittare anatemi al rimedio che potrebbe
diventare necessario, e per non cacciare a' piedi del trono l'assurda
immorale promessa di rimanergli fedele _quand'anche._ Ed è per dolore
d'antico affetto, memore di ciò che faceste pel Paese, ch'io parlo. S'io
non guardassi che al trionfo della mia fede, m'appagherei nel ricordar
sorridendo, che i Monarchici del _quand'anche_ furono in tutti i tempi
artefici di rovina alla monarchia.
Parte vostra--e, parlando a Voi, parlo ai miei amici ed _ex amici_ della
Sinistra--era quella di piantarvi, poichè così volevate, nella Camera a
guisa di scolte vigili e diffidenti; di piegare, poi che lo credevate
opportuno, la bandiera ch'ebbe i vostri giuramenti, ma tenendovi su la
mano, in atto di chi è deliberato a nuovamente spiegarla s'altri non
attiene le sue promesse; di giovarvi delle leggi esistenti a sviluppo
progressivo di quel tanto di diritto ch'esse affermano e che i
governanti tradiscono, ma senza teorizzare sovr'esse, accettandole come
modelli di perfezione; di buttare in viso ai ministri diversi ogni
violazione del loro Statuto, ma senza mai venerarlo Arca di Libertà e
affermare racchiuso in esso il germe di ogni progresso futuro, quando il
suo primo articolo inaugura, religione dei sudditi, l'infallibile
autorità di chi maledice al Progresso; di sollevare di tempo in tempo,
sugli occhî dei gaudenti del Governo e della sua maggioranza, la santa
bandiera che porta scritti con sangue di martiri i nomi di Venezia e di
Roma; di guardare più al Paese bisognoso e capace di educazione, che non
al recinto d'una Camera, dove l'educazione è impossibile; di protestare
colla parola e minacciar col silenzio; di serbarvi compatti come un sol
uomo; di parlar pochi, rare volte e solenni: poi d'afferrare uniti una
delle molte opportunità offertevi dall'aperta violazione della legge
fondamentale e dell'onore della Nazione, per dire ai vostri
concittadini: _Esaurimmo, e senza riescire, ogni tentativo per giovarvi
coll'armi legali_: e ritrarvi, come Trasea, da un Senato
irreparabilmente servile e corrotto. Così governandovi, voi non vi
facevate di certo _possibili_ a chi oggi governa, ma educavate il Paese,
gli additavate dove cercare un giorno gli uomini suoi e salvavate la
dignità dell'anima vostra.
Seguiste altra via. Vi atteggiaste a convertiti adoratori della
Monarchia, prima che la Monarchia avesse compito il debito suo, e come
se alla Monarchia importassero alcuni adoratori di più. Miraste con
frequenti dichiarazioni a rassicurarla sul conto vostro, quando unica
via, se pur una n'esiste, di trascinarla a bene è il mostrarle pendente
la spada di Damocle. Non pagaste il debito vostro a Roma con una solenne
rimostranza collettiva, ch'io vi proponeva, che prometteste, poi non
osaste: non il debito vostro a Venezia quando, raggiunta la cifra di 380
000 soldati, viva tuttavia l'insurrezione polacca, vivo il conflitto
Dano-Germanico, bisognava proporre apertamente al Gabinetto e al Paese
la guerra. Non escì da voi collettivamente un solo atto d'energia
nazionale. Ma sprecaste, smembraste la vostra forza e la vostra
importanza, cinguettando individui e inutilmente su tutte minuzie,
movendo interpellanze e dichiarandovi soddisfatti di spiegazioni che
nulla spiegavano, o di promesse che sapevate non doversi attenere.
Taluni fra voi cercarono, rosi da vanità di pigmei, di isolarsi da
tutti, ciarlando sofismi balzani, cozzanti, francesi. Taluni si
ritrassero con piglio nobilmente sdegnoso da un recinto che dissero
prostituito, poi vi rientrarono senza che cosa alcuna vi fosse mutata.
Erraste quasi tentone fra gli equivoci e il Vero, tra le formole
artificiali d'un costituzionalismo bastardo e gli eterni principî d'una
Rivoluzione Nazionale fermata a mezzo e che vuol compimento; finchè,
dopo leggi eccezionali, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati,
scioglimenti arbitrarî d'associazioni, divieti frequenti d'adunanze
pubbliche, persecuzioni sistematiche e preventive della stampa,
violazioni giornaliere della libertà individuale--dopo un rifiuto di
leggi comuni ai Veneti e ai Romani--dopo Aspromonte--caldo ancora il
sangue dei cittadini trucidati in Torino--trovaste core, voi, Mordini,
di votare l'abbandono di Roma; il conte Ricciardi d'esclamare
comicamente: _Io sono repubblicano, ma amo la monarchia_: Voi di provare
che la Convenzione rompe il Plebiscito e condanna l'Italia a rimanersi
smembrata e acefala, e nondimeno conchiudere: _La Monarchia ci unisce,
la Repubblica ci divide_. Così passano le glorie della Sinistra: i
pochissimi che seppero rimanersi puri, mutano seggio o si allontanano
dal cadavere.
Se non che l'origine prima dei traviamenti risale più in su, e doveva
generare fatalmente le conseguenze che vennero dopo.
Il vizio della situazione dell'oggi ha origine--e l'Italia dovrebbe ora
avvedersene--dall'annessione, dal cieco entusiasmo degli uni e dalla
funesta debolezza degli altri, che falsarono, fin dal cominciamento del
nostro moto, la posizione del problema italiano. E voi tutti, Dio vi
perdoni, v'aveste parte.
Statuita dallo straniero e accettata dalla Monarchia Sarda la pace di
Villafranca, l'iniziativa popolare protestò nobilmente nel Centro, e
poco dopo nel Mezzogiorno, contro i disegni federalisti del Bonaparte; e
decretò che l'Italia sarebbe. Allora due vie vi stavano innanzi. La
prima guidava a fondar la Nazione; la seconda all'ampliamento della
Monarchia Sarda, finchè tutto quanto il Paese si confondesse
successivamente, annettendosi ad essa.
Annunziare come fine supremo e sorgente perenne di sovranità la
Nazione--sommergere tutti, nomi antecedenti e fini locali, nel grande
nome d'Italia--dichiarare la Vita Nuova che, preparata, fecondata
d'antico, assumeva di recente sostanza e corpo--chiamare ogni terra
posta fra le Alpi e il Mare a _connettersi_, ad affratellarsi
coll'altra, in una Patria comune di liberi e di eguali--far escire da
una Costituente la formola di quella _nuova vita_, la legge del nuovo
Patto, il Patto della Nazione--poi, dacchè i tempi volgevano a
Monarchia, scrivere nell'ultimo articolo del Patto, che l'Italia si
sceglieva un re, e quel re aveva nome Vittorio Emanuele.
O porre attività di vita, sovranità, diritto nel solo Piemonte;
_annettere_ ad esso, quasi terreno dell'unione e successivamente, ogni
provincia Italiana; accettar quindi una tradizione locale, una Dinastia,
una Legge anteriore alla Vita della Nazione, una serie predeterminata di
vincoli diplomatici, un sistema, un metodo di governo prestabilito.
Tra queste due vie sceglieste--voi tutti, politici
_opportunisti_--quest'ultima. Io perorai, scrivendo e parlando, a pro
della prima; poi, quando vidi prorompere irresistibile la piena, e il
povero Popolo d'Italia, travolto dietro agli uomini che avevano meritato
negli anni anteriori affetto e fiducia da esso, versarsi all'urne col Sì
sul cappello, e m'udii richiedere che cosa io preferissi tra la
dedizione incondizionata e il _separatismo_, mi strinsi nelle spalle,
e--fidando nei fati d'Italia, più potenti che non gli errori degli
uomini--assentii e ajutai.
Sceglieste la seconda: in quel giorno decretaste, per quanto era in voi,
l'abdicazione d'Italia; e poneste in seggio il sistema che or chiamate
_piemontesismo_. Poco importa che, stretti dal pudore, inseriste non so
quale menzione di Roma e dell'Unità nelle vostre formole. Scrivendo
sulla vostra bandiera e nei vostri proclami eguali ed indivisibili,
prima che l'Italia fosse compita, Vittorio Emanuele e la Patria--come se
questa non potesse vivere senza quello--porgeste l'arme, che dovea
trafiggervi, alla Monarchia. Oggi, la Monarchia risponde, in virtù della
dedizione, a chi le chiede Venezia: _quand'io vorrò e coll'ajuto, da
ripagarsi, dello straniero_. A chi le chiede Roma: _com'io vorrò e
coll'assenso del Papa_. Strozzati dall'_antecedente_, e senza virtù che
basti per chiedere perdono a Dio e all'Italia dell'equivoco adottato
quattro anni addietro, voi, pari a quei miseri che gridavano, morendo
per mano del carnefice regio: _viva il re_, gridate, pur protestando:
Unità--che v'è tolta--e Vittorio Emanuele--che vi dice: _protestate,
purchè serviate_; e servite. Se non che quei miseri _credevano_, e la
loro era sublime follia: chi non crede è sublime d'ipocrisia o di paura.
Or voi potete a vostra posta combattere il _piemontesismo_. Il
_piemontesismo_ che è, non cosa d'individui o di terra, ma sistema e
metodo essenzialmente monarchico, ha data da quella deviazione e
durerà--sia Torino o Firenze l'alloggio--finchè, esaurite le conseguenze
dell'iniziativa del 1859, una nuova iniziativa di Popolo non ricollochi
sul vero terreno il problema e non ribattezzi il Paese alla coscienza
del proprio Diritto.
L'Unità è suprema su tutte forme, monarchiche o repubblicane. Le forme
sono buone, in quanto armonizzano col fine e gli giovano; tristi e da
rompersi, nel caso contrario. Sovranità e vita sono nell'Italia che
vuole esser Nazione; gli individui--re, presidenti o consoli poco
monta--non sono che ministri scelti di quel concetto; fedeli al mandato,
sono servi lodati dalla Nazione; traditori o dimentichi, meritano pena e
che altri sottentri. L'Unità d'Italia è cosa di Dio; parte del disegno
provvidenziale che vuole il Progresso dell'umanità, per mezzo di ciò che
noi chiamiamo _Nazionalità_, ed è la _divisione del lavoro tra i
Popoli_: è scritta nella nostra configurazione geografica, nelle
tendenze manifestate dalla Storia nostra, nella lingua che noi tutti
scriviamo, nell'indole e nelle attitudini di quanti abitano la nostra
terra: fu il Verbo dei più potenti fra i nostri intelletti,
l'aspirazione visibile, da Roma in poi, del nostro Popolo nelle sue
grandi e spontanee manifestazioni; la fede di centinaja, di migliaja di
martiri, taluni monarchici, repubblicani i più. Ciascuno di noi la
presentiva, per iniziativa regia o insurrezione di Popolo, presto o
tardi inevitabile; ciascuno di noi sa che, per qualunque via, a seconda
degli intelletti diversi, avremo Venezia e Roma. Chiunque, come Voi,
presume d'aggiogare il _fatto divino_ a uno o ad altro individuo, la
Vita della Nazione alla povera esistenza d'un re, un _principio_ eterno
a una _forma_ fenomenale e mutabile, bestemmia e disonora la Patria;
rinnega Dio per farsi idolatra. Debito nostro e vostro è di conquistar
l'Unità, _con, senza o contro_ la Monarchia. Al di fuori di questa
formola, adottata da noi anni sono, io non posso vedere che inetti o
cortigiani insanabili.
Or Voi non siete nè l'uno nè l'altro: non siete che _opportunista_. Io
so che solo, tra le quattro pareti della vostra camera, e guardandovi
attorno a vedere che non vi siano onorevoli, Voi balbettate tre volte
ogni sera, quasi giaculatoria d'espiazione, la nostra formola. Ma oggi,
le circostanze non corrono favorevoli al recitarla in pubblico. La
Monarchia è tuttora forte; potrebbe, come dissi, _volendo_; noi forse,
volendo, non potremmo. Voi quindi, pubblicamente, siete monarchico. Pur
nondimeno, ha la vostra coscienza prefisso un limite alla Monarchia,
oltre il quale direte: _non vuole_? Potranno mai gli uomini, che un
tempo vi stimarono fratello, incontrarvi, riaffratellato dai fatti,
sulla loro via? Quante cessioni di terre italiane allo straniero
esigerete per romper guerra? Quanto aumentare di servilità alle
inspirazioni di Parigi? Quanti eserciti da farsi e disfarsi? Una legge
che dichiari non solamente stranieri, ma _sospetti_, in Italia, i Romani
e i Veneti? Otto, dieci violazioni dello Statuto? Tre, quattro
Aspromonti? Quante città devono veder sangue di cittadini illegalmente
versato dai gendarmi regî? Fin dove si estenderà la robusta vostra
pazienza? Vogliate dircelo. Perchè se mai il: _se no, no_ di Manin e dei
Plebisciti dovesse ripetersi, eco sterile e perduta nell'aria, per un
tempo indeterminato e senza sapersi a che mira--se il: _perdio...
badate... protesto..._ di Voi e dei miei ex amici, dovesse conchiudersi
sempre e checchè si faccia col grido di: _Viva, quand'anche, la
Monarchia_--io vi ricorderei un tipo lasciato ai posteri da Carlo Porta.
Parmi che, comunque privilegiati, gli elettori del Regno mai possono
aver decretato che i loro eletti debbano recitare nell'aula parlamentare
la parte di _Giovannin Bongée_.
Tento sorridere, ma nol posso. L'anima mi s'abbevera di tristezza,
pensando al povero Popolo d'Italia, buono ma ineducato--d'onde mai
avrebbe esso potuto desumere educazione?--e, come tutti i Popoli
ineducati, facile ai traviamenti, ai subiti sconforti, al dubbio su
tutti e su tutto. Come insegniamo noi a questo Popolo--del quale usiamo,
a modo d'arme democratica, il nome, lasciandolo senza voto, senz'armi,
senza ajuti economici--la sua vita futura, la vita italiana, la vita
della fede, dell'amore, dell'entusiasmo, del culto morale ai principî,
al Giusto, al Vero, alla Libertà? Ove sono i suoi capi, gli uomini
ch'esso s'era avvezzo a considerare, non solamente come apostoli
d'insurrezione, ma come sacerdoti di rigenerazione morale, d'un santo
concetto di sacrificio e costanza? Per venti, per trent'anni predicarono
ad esso con noi che la salute d'Italia non scenderebbe nè da principi nè
da papi, ma dalle forze associate del Paese, dalla coscienza del
Diritto, dalla religione del Dovere, dalla persistenza nell'Azione; oggi
predicano inerzia, sommessione, fiducia illimitata nel principe,
l'ateismo del _lasciar fare a chi spetta_.
Predicarono non dovere un Popolo, che vuol farsi Nazione, sperare dallo
straniero; non dovere un popolo, che vuol farsi libero, affratellarsi
colla tirannide: oggi additano, perno di emancipazione nazionale e di
libertà, l'alleanza col monarca straniero che affogò nel sangue la
libertà della propria. Giurarono solenni e gl'insegnarono a giurare
all'instituzione repubblicana; oggi giurano acclamando all'instituzione
monarchica; promisero che l'Unità darebbe al popolo miglioramenti
economici, alleviamento alle piaghe che rodono i più; oggi sanciscono
col voto e colla presenza un sistema che, aprendo le vie d'una male
acquistata ricchezza ai pochissimi, aggrava di contribuzioni i
consumatori più poveri, colloca in mano a speculatori stranieri le
sorgenti del nostro sviluppo, inaugura la corruzione, coglie, a superare
le angustie presenti, il frutto troncando l'albero; pugnarono, militi e
veneratori di Garibaldi, per Venezia e Roma, dichiarando che senz'esse
l'Italia non è; oggi oziano soddisfatti, beati di croci e pensioni,
colonnelli e generali nell'esercito regio, senza una parola, senza un
palpito visibile per Roma e Venezia, imprendendo a proteggere le
frontiere dei dominî papali, proteggendo quelle dell'Austria,
imprigionando i giovani che, per recare ajuto ai loro fratelli, tentano
di violarle, non avendo più fede che l'obbedire e il tacere: parlarono,
scrissero d'un Patto nazionale, discusso, votato liberamente da tutti,
interprete del nuovo _fatto_ italiano, suggello alla volontà della
Patria; oggi invocano sacro, inviolabile, per l'Italia venuta dopo, un
embrione di Statuto regio, dettato subitamente da un calcolo d'egoismo e
da paura, sedici anni addietro, ad un re, per 4 milioni e mezzo
d'Italiani del settentrione.
Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può
formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi
potrà impedire ch'esso non cada nell'indifferenza, nella pratica dello
scetticismo, in uno sconforto supremo d'uomini e cose? Chi salverà
l'anima dell'Italia nascente dai vizî di diffidenza, d'egoismo e di
ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?
Ingannammo noi tutti questo Popolo d'Italia, che avevamo giurato di
redimere e far libero e grande: io, promettendo con voi, voi
acquetandovi a veder violate le promesse. Ma io prometteva, illuso sulla
generazione d'uomini cresciuta meco nel lavoro concorde delle sante
congiure; e quando mi vidi illuso, lo dissi: piegai la fronte non
potendo altro, davanti all'onda irruente, ma dichiarando ch'io
m'inchinava afflitto al voto dei più, non a Governo o a monarca veruno:
tentai giovare al Paese, senza riguardo a bandiera, ma sempre tenendo
aperta la via per la nostra: non acclamai, non giurai ad altra: non
proferii altro evviva, fuorchè quello dell'Italia Una, _con, senza o
contro_; ed oggi, esauriti visibilmente i due primi stadî, posso senza
contradizione risollevare l'antica bandiera e chiamare i giovani al
terzo. Voi, ex amici miei, persistete, strozzati dalle conseguenze di
una diserzione e contro l'evidenza, nel far durare, parlando o tacendo,
l'inganno.
Questa religione dell'anima dell'Italia, questo problema morale, che è
supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere
Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell'Avvenire,
furono e sono, pur troppo, dimenticati da voi. Davanti a una santa
missione, santa per la Patria nostra, santa per l'Europa che, diseredata
oggimai d'ogni fede pur non potendo vivere senza, ha diritto
d'aspettarla da un Popolo dal quale ebbe due volte un vincolo d'Unità;
io vi vedo, attonito, circondarvi di formole artificiali, scimiottare il
vuoto frasario parlamentare d'uomini che hanno, da lungo, patria, unità,
potenza non minacciate; spendere, inascoltati e inesauditi sempre,
l'energia e l'ingegno in particolari, in minuzie, giovevoli soltanto
dove le basi d'ogni vivere sociale, Indipendenza e Libertà, sono
conquistate da secoli; armeggiare di tattiche intorno a fini secondarî,
come se non aveste lo straniero in casa, un padrone in Parigi, la
Menzogna incarnata nella nostra Metropoli. Lo sdegno e la vergogna, che
dovrebbero far correre il vostro sangue a concitamento di febbre, non
v'hanno fatto dimenticare una volta sola nei vostri discorsi il titolo
d'_onorevoli_, dato periodicamente ai colleghi quand'anche non li
crediate tali: non v'hanno strappato mai uno di quei gridi d'angoscia e
di minaccia, che violano il cerimoniale parlamentario, ma sommovono e
talora salvano una Nazione. Vergniaud, Isnard e Danton sarebbero per voi
violatori del _Regolamento_. L'anima vostra, raffreddata subitamente dal
contatto colla Monarchia, ha smesso i bollori plebei d'anni sono, ha
chiuso con sette chiavi le sacre audacie delle antiche congiure, per
assumere il gelato contegno dei parlamentari inglesi. Ma i parlamentari
inglesi non sono oggi chiamati che a desumere lentamente, pacatamente,
le conseguenze e le applicazioni pratiche di principî radicati da molte
generazioni nel paese; e apparirebbero, credo, assai diversi, se
avessero gli Austriaci in Edimburgo, i Francesi in Liverpool, il Papa in
Dublino. La questione che v'è posta innanzi, è questione di vita o
morte: è l'enigma della Sfinge: bisogna trovarne la soluzione o perire;
perire, non voi, badate, chè non sarebbe gran fatto, ma l'Italia. Se voi
l'amaste davvero, non recitereste, siccome fate, copisti inopportuni, la
_commedia dei quindici anni_. Ricordereste che quella _commedia_,
recitata allora da liberali tattici che, credenti in ben altro,
conchiudevano i loro discorsi, come voi i vostri, col grido di _viva la
Carta_, inoculò nell'anima della Francia quel gesuitismo politico,
quella ipocrisia negatrice dei principî e del Vero che ha messo in trono
la tirannide del Bonaparte.
Il Vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere
senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il proprio _fine_, la
norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di
scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale
non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di
schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo,
secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un
cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito,
cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in
essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il
principio della sua vita, dipende da un _interesse_, l'interesse
dinastico. L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando
conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del
sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date
una teorica d'interessi, d'opportunità, di finzioni; un machiavellismo
male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo,
direbbe: _io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d'un
Popolo_. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sè quel
Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce,
lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla
tomba: e voi le date l'esempio d'uomini che dicono e disdicono, giurano
e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi
violatori, e transigono a un'ora con essi. Così preparate al giogo del
primo padrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide
una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d'altrui, senza
stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio
di tradurla in opera.
Io non so se la Repubblica ci unirebbe--e dipenderebbe in parte dai
primi uomini chiamati a dirigerla--so che la monarchia, tale quale oggi
l'abbiamo, ci corrompe; e so che la corruzione è principio di
dissolvimento supremo.--So--e Voi che viaggiaste recentemente nel
Mezzogiorno lo sapete--che da tre anni al giorno in cui scrivo, pel mal
governo sociale, politico, economico, amministrativo, la causa
dell'Unità è andata perdendo terreno, e che le popolazioni minacciano
d'attribuirle i danni che derivano da chi non ne cura e v'antepone
l'interesse dinastico. E so che solo mezzo a salvarne l'idea e a
compirla praticamente, è separarla da chi, non intendendola o non
volendola, ne usurpa il nome;--additare, a raggiungerla, una nuova
via--insegnare al Paese che unico mezzo è oggimai la rivoluzione,
continuata dal Popolo--e gridare ai giovani, com'io grido: _conquistate
all'Italia Venezia affratellandovi ai Popoli che devono essi pure farsi
Nazioni, sorgendo per essi e per voi, assalendo l'Austria nell'interno
del Veneto e da ogni terra italiana; preparatevi a conquistare
all'Italia Roma; ma in nome del Diritto Nazionale, colla fronte levata,
per decretarvi, a beneficio di tutti i Popoli, la libertà di coscienza;
conquistate a voi tutti col voto e per vantaggio di quanti son nati fra
le Alpi e il Mare, il Patto Italiano, formola detta vita collettiva
presente, e sorgente della vita collettiva dell'avvenire. Fatelo a ogni
patto, con ogni mezzo, e rovesciando ogni ostacolo che s'attraversi. E
se tra gli ostacoli incontrate la Monarchia, in nome di Dio e
dell'Italia, non v'arretrate davanti al fantasma, e sorgete a
Repubblica_.
A Voi tocca di rivelarci, e senza indugio soverchio, una Monarchia che
faccia suoi i voti, i bisogni, l'onore del Paese--che invece di
rimandare a casa i soldati, li cacci sul Veneto--che non aspetti la
conversione del Papa per darci Roma--che fidi nel Popolo, e lo chiami a
parlare e ad agire--che non desuma le sue inspirazioni da Parigi--che
rispetti la libertà delle Associazioni, delle adunanze, della Stampa,
degli individui--che scelga i suoi ministri fra i migliori della parte
più progressiva--che chiami i delegati di tutto il Paese a promulgare un
Patto Nazionale. E la seguiremo noi tutti, lasciando al tempo di
maturare all'Italia ordini egualmente buoni e più filosofici. Ma se nol
potete, parlate più prudente o tacete. Altri potrà ammirare sublime la
vostra costanza intorno a una illusione fondata sopra un equivoco. Io
richiamerò alla vostra mente la vecchia sentenza, che dal sublime al
ridicolo non corre se non un passo.
E parmi che Voi e i miei ex amici v'affrettiate a varcarlo.
_Dicembre 1864._