A FEDERICO CAMPANELLA[147]

Mi chiedi perchè taccio? Taccio perchè ho il dolore nell'anima e il

rossore sulla fronte per la mia Patria. Taccio perchè, tra la codarda

servilità degli uni e il difetto di spirito pratico e virtù di

sacrificio negli altri, temo oggimai che la parola non giovi. Taccio

perchè ogni qual volta mi sento spronato a prender la penna mi torna

alla mente il grido del povero Savonarola, quando ei, predicando a un

popolo inerte, indifferente, dileggiatore, prorompeva in parole rotte da

singhiozzi: «Signore, stendi, stendi dunque la tua mano, la tua potenza!

Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più altro che

piangere.»

Ricordi tu, vecchio e fedele amico, le visioni dell'Italia che

splendevano sull'anime nostre quando tentavamo, trenta anni addietro, la

spedizione di Savoja, e nei lunghi anni d'esilio che durammo insieme?

L'Italia sorgeva--poco importava il quando--in nome dell'eterno Diritto,

santificata dal martirio de' suoi migliori, a impadronirsi, continuando

il passato, dell'_iniziativa_ che la Francia aveva dal 1814 perduta; ad

assumere una missione di Verità e di Giustizia in mezzo all'Europa

incadaverita per opera del Papato e della Monarchia: sorgeva, non

riconoscendo padroni da Dio e dal Popolo infuori, fidando in sè e nei

Popoli che avrebbero--come fecero sempre a chi seppe chiamarli--risposto

al suo grido, con un doppio programma di Nazionalità e di Libertà,

suscitando a nuova rivelazione la vita fremente nel profondo delle genti

aggiogate sotto l'Austria, smembrate fra esse e l'impero Turco, e

dicendo ad esse: _per noi e per voi_. Governavano il periodo della sua

insurrezione pochi uomini acclamati dal Popolo, mallevadori ad esso,

fidenti in esso, senza vincoli di passato avverso al sorgere collettivo,

senza vincoli di presente a corti, trattati o diplomazia, credenti,

logici, arditi. E, compita la lotta, un'Assemblea eletta da tutti,

interrogava la vita, i bisogni, le aspirazioni del nuovo Popolo e

dettava da Roma, nuovo anch'esso, discusso da tutti, eguali per tutti,

il Patto della Nazione; promulgava al mondo la morte del Papato e la

libertà di coscienza; annunziava, in una dichiarazione di Principî, la

fede degl'Italiani nel secolo XIX; armonizzava con una immensa libertà

di Comune l'Unità morale e la politica Nazionale; schiudeva con un

semplice equo sistema di tributi, cogli impulsi dati alla produzione,

con ajuti alle Associazioni operaje, la via del meglio alla classe più

numerosa e più povera; aboliva, proclamando libertà di commercio,

dogane, monopolî, proibizioni; aboliva, ordinando il paese intero

all'armi, la coscrizione; aboliva, riordinando la legislazione penale

sul concetto del miglioramento individuale e della difesa collettiva, il

palco e il carnefice; inaugurava gratuito, universale, uniforme e

desunto dall'idea religiosa PROGRESSO, un sistema di Educazione

Nazionale.

Quel sogno è per ora sfumato. Era necessario, perch'esso potesse

trapassare nel dominio della realtà, che il nostro risorgere escisse

dall'iniziativa popolare: l'iniziativa fu regia e straniera. E da quel

fatto, colpa di tutti noi, le conseguenze dovevano sgorgare

irrimediabili per un tempo, fatali. Per legge storica, derivazione della

legge morale, ogni colpa deve espiarsi. La Francia espia da tredici

anni, colla negazione di gran parte delle sue conquiste politiche

anteriori, l'assassinio di Roma: noi espiamo la rassegnazione servile

colla quale aspettammo a emanciparci da un padrone straniero che un

altro scendesse, come nel medio evo, a combatterlo. La vita nuova della

Nazione, segnata d'un marchio d'impotenza, mancò di sviluppo e di

interprete: la monarchia non poteva dare che la propria, misera, locale,

legata al passato, e lo fece: s'aggiogò ad una ad una le provincie

italiane come se fossero territorio inerte, e diede a tutte come Patto

un patto che non rappresenta se non la vita del passato e di una sola

frazione d'Italia. Nel conflitto fra le due vite è il segreto di tutte

le nostre piaghe, di tutti i nostri dolori: nè cesserà se non quando

l'_iniziativa_ trapasserà, come nelle nostre visioni, nel Popolo; se non

quando il compimento di un grande Dovere, raggiunto con forze e

battaglie proprie, avrà dato alla Nazione coscienza del proprio

_diritto_ e vigore per esercitarlo. Quel giorno avremo la libertà. Gli

uomini, nostri un tempo, che oggi si affannano a conciliar le due vite,

tentano un problema insolubile, che li guiderà nuovamente a noi o li

travolgerà nell'apostasia. Gli uomini, nostri anche oggi ma traviati,

che s'illudono a credere che la Nazione possa conquistare la vita nuova,

prima di averla meritata col sagrificio, prima d'aver cancellato

quell'onta dell'intervento straniero, pretendono essi pure

l'impossibile. Non basta predicare al Paese il _diritto_: bisogna dargli

volontà e potenza di conseguirlo; migliorarlo, sollevarlo dall'elemento

di machiavellismo, di materialismo in cui vive; _moralizzarlo_

coll'azione a pro di quella parte di paese che ha diritto essa pure a

contribuire al patto d'Associazione e di Libertà, alla manifestazione

della Vita d'Italia, e che, occupata dallo straniero, nol può.

Nè io dunque gemo o mi taccio perchè vedo tradite dagli inetti, che

usurpano il nome di governanti, le nostre speranze di libertà e di

interno progresso; accetto rassegnato il periodo d'espiazione. Ed

esortandovi a proseguire, come fate, nel vostro apostolato educatore,

perchè gl'Italiani intendano il significato e il valore delle libere

instituzioni promesse e non date, v'esorto pure a non irritarvi degli

indugi limitati che si frappongono. Ma v'è tal cosa che può perpetuar

quegl'indugi e uccidere una Nazione in sul nascere: il disonore del

pensare e sentir da codardi. Se una Nazione tollera ch'altri le pianti

sulla fronte quel marchio, è perduta. Or l'Italia versa in questo

pericolo. E per questo io gemo, per questo io mi sento talora spronato a

disperato silenzio.

Io guardo a Venezia. Là, sta l'onore della Nazione, ed è confitto sulla

croce, ludibrio ai Popoli e insulto perenne a noi, dalla potenza

straniera che più d'ogni altra ha meritato, per tirannide, persecuzioni

e morte dei nostri, l'aborrimento d'Italia. Cento mila soldati vegliano

appiedi di quella croce: altri cento mila sono presti a raggiungerli.

Al di qua della frontiera artificiale che la pace, comandata da un altro

straniero alla monarchia, ci diede, io vedo un esercito regolare

sommante nelle dichiarazioni governative a 380 000 uomini: una leva

d'altri 50 000 che il Governo afferma poter chiamare immediatamente: una

cifra di 130 000 guardie nazionali mobilizzabili a termini di una legge

del 1861; e 30 000 volontarî che il Governo non può, dopo l'impresa

meridionale, dubitare di vedere raccolti, al primo grido di guerra,

intorno a Garibaldi. Sono 590 000 armati dei quali può volendo, disporre

l'Italia. Dietro a quelli stanno da ventun milioni d'altri italiani,

unanimi a desiderare l'emancipazione del Veneto e presti agli ajuti

quando piaccia al Governo di rimovere, col suo cenno, dagli animi ogni

dubbiezza sull'opportunità dell'impresa. Davanti ad essi si stende,

campo di guerra, un terreno _nostro_, sul quale due milioni e mezzo

di oppressi s'agitano irrequieti e più o meno audacemente ci

presterebbero ajuto, non foss'altro--e per chi dubita di tutti e di

tutto--d'informazioni, di mezzi e di quel fermento che inceppa la

libertà, tanto essenziale, di moti al nemico. Tra il Veneto, il Trentino

e l'Impero sta una serie di posizioni inaccessibili alla cavalleria e

all'artiglieria e che, occupate in parte dall'esercito, in parte

dall'insurrezione--facile a suscitarsi quando il Governo accenni

volerlo--troncano le comunicazioni fra il nemico e la sua base di

operazione. Al di là, popolazioni Serbe, Magiare, Romane, Ceke,

malcontente e ricordevoli del 1848. E, scendendo dall'Alpi di fronte a

Venezia lungo la costa orientale dell'Adriatico, una zona di Popoli

italiani e slavi, amici naturali i primi, vogliosi gli altri di sbocchi

indipendenti ai loro prodotti sul mare, avversi all'Austria e presti a

secondare l'azione di chi offra loro patti sinceri e utili di alleanza.

Diresti che Dio stesso, ordinando gli elementi a quel modo, additi

all'Italia dovere e vittoria ad un tempo.

La monarchia sequestra, rivelando all'Austria il pericolo, l'armi

invocate dai Veneti. La stampa governativa insulta ai Veneti dichiarando

non esistere sul loro terreno elementi d'insurrezione.

E l'esercito? I 380 000 soldati d'Italia? Leggono i loro ufficiali che

si torturano or nuovamente col bastone i fratelli dai quali li separa un

fiume? Hanno culto di patria e senso d'onore, o intendono confermare per

sempre coll'indifferente contegno la vergognosa pace di Villafranca?

Sanno che l'Europa, guardando ai fatti passati o al linguaggio presente

dei ministri d'Italia, ripete colla Francia ch'essi sono incapaci di

combattere e vincere soli? Non freme in essi l'orgoglio del nome

italiano? Non giurarono all'Unità? Non ebbero dai loro capi un programma

che diceva: _dall'Alpi all'Adriatico_? Non hanno molti fra essi madri,

padri, fratelli, sorelle sul Veneto? Non ricordano, i nati lombardi, le

sacre promesse del 1848 a Venezia? E gli esciti dall'esercito dei

volontarî, i compagni d'armi di Garibaldi, i difensori di Venezia e di

Roma, son essi fatti macchine senz'anima e vita? Ha la nuova assisa

soffocato ogni antico ricordo nel loro cuore? Non è l'assisa d'Italia?

Non è simbolo d'una forza che mancava negli anni addietro, e che crea in

chi la porta doveri proporzionati? Perchè non esce da quell'esercito,

nei modi che non toccano la ribellione ma fanno palese il desiderio, una

voce unanime che dica al re loro: _Sire! non vogliate che una macchia

contamini l'assisa Italiana! Guidateci sul Veneto! Lasciateci provare

all'Europa che sappiamo combattere e vincere senza stranieri a fianco!_

Noi abbiamo lo straniero in casa: abbiamo incontrastabilmente le forze

per vincerlo. E il Paese tace. Il Paese si lagna dei mali, delle

incertezze che accompagnano inseparabili ogni condizione provvisoria di

cose: deplora il masnadierume: sa che l'assenza di frontiere secure e il

soggiorno dello straniero tra noi confortano quanti nemici abbiamo alle

trame: mormora delle somme ingenti consecrate a un esercito inutile; e

nondimeno, tace. Il Paese sa che non è in Europa una sola Nazione alla

quale il soggiorno dello straniero armato per entro i proprî confini non

ponesse un grido d'insurrezione sul labbro: sa che le Nazioni d'Europa

stanno guardando ai primi passi dell'Italia sulla nuova via, per

decidere se devono cercare in essa l'alleanza del forte o la soggezione

del debole; e nondimeno tace e non osa, non dirò insorgere, ma parlare

unanime colla stampa, colle petizioni, colle adunanze pubbliche, il

proprio volere.

Da forse quarantamila Veneti or sono esuli tra noi: hanno la terra ove

nacquero profanata dal bastone austriaco: ciascun d'essi dovrebb'essere

centro d'apostolato incessante a pro di Venezia, centro d'ajuti raccolti

a pro dell'impresa emancipatrice; e, da pochi infuori, tacciono,

obliano. I rappresentanti d'Italia, gli uomini del Mezzogiorno

segnatamente, giurarono all'Unità, come condizione dell'assenso dato

dalle loro provincie alla monarchia; e tacciono: udirono il ministro a

proferire le cifre d'armati accennate più sopra, e non una rimostranza,

non una mozione, non una voce sorse dal Parlamento Italiano a dire:

_siam forti: compiamo dunque il Dovere: al Veneto, all'Alpi!_ Gli

agitatori, gli arditi della Sinistra consacrano l'audacia a speculare su

qualche rielezione, tacciono di Venezia. Gli uomini che rubarono a noi,

vivente Manin, il _se no, no,_ e ci dissero: _dateci tempo perchè la

monarchia raccolga 200 000 soldati, e vedrete_, oggi, davanti ai 380

000, tacciono e sostituiscono la formola: «aspettiamo pazienti il

_quando_ ignoto indefinito di chi governa» alla formola altera delle

Cortes Aragonesi. Dimenticano che il servile silenzio lascia crescere

una taccia di viltà sulla loro monarchia, e che un Popolo perdona ogni

cosa a un Potere fuorchè d'essere codardo.

Per questo io gemo temente dell'avvenire e chiedendo a me stesso: _siam

noi fatti per la libertà?_ Eccoti uomini che si dicono convinti di ciò

ch'io non credo possibile, l'unione della monarchia collo sviluppo delle

libere istituzioni, coll'Unità nazionale, coll'indipendenza, coll'onore

d'Italia. Erranti o no, essi sono vincolati dal loro programma a tentare

di convertire in fatto quella possibilità, a esaurire tutte le vie che

potrebbero praticamente condurvi. Crederesti che s'affannassero intorno

alla monarchia a indicarle i desiderî del Paese, a esprimerle

liberamente i bisogni ai quali essa deve dare soddisfacimento, a

spronarla, nelle sue colpevoli e pericolose esitazioni, sulle vie

dell'onore, ad affratellarla colle aspirazioni dei più, a farla

rispettata e temuta in Europa? Non uno di questi uomini che,

interrogato, non ti dica: _non avremo pace, sicurezza o capacità di

progresso senza Roma e Venezia; non avremo Roma se non dopo Venezia_; e

tacciono tutti. Discutono intrepidi con Minghetti, Rattazzi o Ricasoli,

giornalisti e lontani dal potere; tacciono con essi se diventati

ministri; l'Autorità è sacra ai loro occhî: gli uomini che l'hanno

_possono_, dunque sanno: bisogna lasciarli fare. Perchè non dicono loro:

_badate; noi ci assumemmo di provare al Paese che la monarchia si

concilierebbe coi diritti e colle necessità dell'Italia; ma noi possiamo

senza l'opera vostra_?--No; tacciono tremanti, insolenti soltanto contro

noi perchè non partecipi del potere: passeggiano le vie della libertà

colla catena del servaggio al piede e sul collo; educano la giovine

Nazione al progresso, insegnandole che il segreto del progresso sta

nell'arbitrio di cinque o sei uomini scelti, non da essa, ma dal

monarca: sopprimono, col tacere sistematico, l'elemento vitale d'ogni

Governo, che è la trasmessione continua del pensiero dei governati a

quei che governano: spingono, senza avvedersene, il Paese sulla via che

dice: _Rivoluzione_. Tal sia di loro. Ma gli uomini di parte nostra? Gli

uomini che gemono com'io gemo pel disonore della Nazione? Gli uomini

che, assumendo il nome di Partito d'Azione, dichiarano la trasformazione

di Popolo in Nazione non esser compita e doversi, se non si vuol

retrocedere, sollecitamente compire? Gli uni s'affannano a costituire

comitati elettorali, inefficaci dove prima non si muti la legge in virtù

della quale si compiono le elezioni: gli altri, smembrati a tre centri

di direzione e a due punti objettivi, consumano forze che concentrate

darebbero risultanze potenti e rapide. Taluni spendono l'obolo che

dovrebbe esser sacro alla liberazione del suolo Italiano inalzando

monumenti a Martiri i quali, se mai potessero favellar dalla fossa,

respingerebbero quelle testimonianze e direbbero: _emancipate prima

dallo straniero la Patria per la quale morimmo_. Centinaja, migliaja

d'uomini giovani versano danaro in celebrazioni d'anniversarî gloriosi o

pellegrinaggi al soggiorno di Garibaldi, dimentichi che, se sta bene

celebrare le antiche glorie, meglio è l'imitarle; e che Garibaldi li

amerebbe più assai se serbassero quel danaro all'impresa patria,

scrivendogli: _verremo a vedervi quando sarem fatti degni di voi_. Che!

Non avremmo noi mezzi sufficienti al bisogno, non trascineremmo noi

Paese e Governo, non vinceremmo, forti di numero come siamo, la prova,

se commossi davvero e tormentati dal pensiero che ventidue milioni

d'uomini non possono senza infamia tollerare lo straniero in casa, e

ricordevoli che nel massimo concentramento di forze sotto un'unica

direzione e sopra un dato punto sta il segreto della vittoria,

consacrassimo _tutti_, per mezz'anno, attività e sacrifizio al _porro

unum_, Venezia--se per mezz'anno _ciascuno_ s'assumesse di rappresentare

nella propria sfera un grado d'apostolato, una cifra di mezzi--se il

pensiero di Venezia soffocasse per un tempo ogni altro pensiero--se ogni

scrittore ripetesse in cima ai suoi scritti per l'Austria la parola di

Catone sopra Cartagine--se ogni adunanza a qualunque scopo raccolta

s'iniziasse e si conchiudesse col grido di _guerra all'Austria_--se ogni

madre patriota mormorasse _Venezia_ a' suoi figli, ogni fanciulla buona

alle amiche, ogni volontario ai militi che gli furono fratelli sul

campo, e tutti al Governo?

Un Popolo può ciò che vuole. Ma un Popolo che, forte di mezzi, sopporta

d'anno in anno, immobile, muto, che lo straniero gli vieti Unità,

imprigioni, tormenti, bastoni i suoi fratelli, non merita libertà, e non

l'avrà.

Ho detto _forte_ e avrei potuto dire _onnipotente_ di mezzi. Ricordi tu

Roma? Ricordi quella pagina storica del 1849, che tanti fra i nostri,

tanti fra i nati in Roma oggi dimenticano, ma che nessuno potrà

cancellare? Là--coll'Italia incodardita dalla catastrofe di Milano e

dalla rotta di Novara, con quattro Governi avversi, colla congiura

pretesca a fronte, abbandonati da tutti e ridotti alle forze d'una sola

città, con un erario vuotato dal Papa fuggiasco, con armi scarse e

mediocri--noi semplici cittadini, senza prestigio di passato, senza

credito fuorchè quello che la nostra condotta ci dava, governammo amati,

impedimmo senza terrore ogni tentativo avverso, trovammo danaro bastante

alla guerra e a nudrire i nostri quattordici mila militi, volgemmo in

fuga l'esercito del re di Napoli, combattemmo lungamente l'Austriaco in

Ancona, tenemmo fronte per due mesi ai soldati francesi che sommarono,

prima del finir dell'assedio, a trentamila e più. Fu l'amore e la

fiducia che ponemmo nel Popolo che ci fruttarono amore e fiducia da

esso? Fu il nostro non ispendere un obolo solo che non fosse

direttamente utile alla difesa? Fu il sistema di Governo fondato, non

sul _reprimere_, ma sul _dirigere_? Fu il fascino esercitato dalla

bandiera? Lo diranno gl'Italiani della generazione che sorge. Io so che

se, invece d'una città, l'Italia d'oggi, l'Italia dei ventidue milioni,

avesse le sue forze concentrate in mano d'uomini che avessero quella

fede nel Popolo, quel sistema economico, quel metodo di Governo, quella

ferma, irrevocabile volontà di seguire quel programma, avvenga che può,

e quella bandiera, le forze, nonchè dell'Austria, di tutta Europa non

basterebbero a vietarle Venezia e Roma. Il contrasto fra quei giorni e

le vergognose condizioni presenti m'addolora l'anima, m'avvelena i

giorni cadenti e spiega a te, amico, il silenzio per lungo tempo

serbato.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 166 / 227 题