AGLI EDITORI DEL _DOVERE_.

.... Odo che soldati Italiani s'incamminano alla frontiera. Nel

Bergamasco, sui gioghi del Tonale e dello Stelvio, ai passi che guidano

al nostro Trentino, occupato anch'oggi dagli Austriaci, scintillano

addensate bajonette di bersaglieri, dei bersaglieri che pugnarono e

vinsero--al grido di _Viva Italia!_--le battaglie destinate ad

affrancare la Patria dall'Alpi all'Adriatico. Perchè questi moti? Hanno

quei che imperano sull'Italia sorgente sentito finalmente il debito

loro? Ha la guerra eroica che si combatte contro la prima potenza

militare d'Europa da giovani, in campo senza base, senza unità di

disegno, senz'ordini e quasi senz'armi, insegnato agli uomini della

Monarchia ciò che _può_ chi _vuole_ davvero, e additato ad essi, schiusa

senza gravi pericoli di disfatta, la via dell'onore e della salute

d'Italia? Hanno quelli uomini che ci susurrano da tre anni all'orecchio:

_aspettate sei mesi e vedrete_--scossi dal grido di quei combattenti,

taluni dei quali versarono sangue per la nostra libertà a fianco dei

nostri bersaglieri, e che suscitano oggi un entusiasmo promettitore in

tutte le frazioni del Partito Nazionale d'Italia--indovinato che il

momento è sorto; che, afferrandolo spontanei, possono forse ancora,

riaffratellare le moltitudini a una instituzione cadente, che la guerra

all'Austria, la guerra pei nostri fratelli Veneti, la guerra per le

nostre Alpi, è oggi facile, opportuna, invocata, e collocherebbe d'un

balzo l'Italia a capo della guerra delle Nazionalità conculcate? Dite,

oh ditemi, saremo redenti? Cancelleremo con battaglie nostre tre anni di

meschine incertezze e di concessioni alla Dea Paura? Saluteranno

finalmente i poveri Veneti, nei bersaglieri italiani, i loro liberatori?

Il moto Polacco è moto iniziatore di quello d'una intera famiglia

Europea; i vostri uomini di governo lo sanno. Il moto Polacco è, non

solamente nazionale, ma Slavo. Un'anima sola, un solo pensiero,

inspirano il Governo segreto dell'Insurrezione Polacca e la vasta

Associazione _Terra e Libertà_ Russa, Pietroburgo e Varsavia.

Costringendo i Polacchi all'azione quattro mesi prima del tempo

prefisso, scegliendo alla battaglia, ch'ei presentiva inevitabile, il

tempo e l'ora, lo Tsar ha potuto scindere la manifestazione del disegno

comune, non arrestare il lavoro che si stende rapidamente. E quel lavoro

non si limita alla Polonia insorta, alla Russia cospiratrice: abbraccia

i Polacchi della Posnania e della Galizia, i Cecki di Boemia e Moravia,

gli Slavi Meridionali della Bosnia, dell'Erzegovina, del Montenegro,

della Voyvodina serbo-austriaca, della Serbia. E la Serbia, ordinata,

armata, presta all'azione, avrebbe seguaci al suo moto quattro milioni

di Bulgari. E il moto degli Slavi del Sud trascinerebbe in Tessalia e in

Epiro gli Elleni, in Bessarabia e nel Banato i Rumani. E l'Ungheria,

Magiara e Slava, non aspetta a levarsi se non un assalto all'Austria, da

dove che venga, e l'insurrezione Serba alla propria frontiera. Sono due

Imperi, l'Austriaco e il Turco, minati per ogni dove, ribelli in ogni

elemento e pendenti da una _iniziativa_ subita, ardita. Or questa

iniziativa spetta all'Italia; all'Italia forte di ventidue milioni

d'abitanti e verso la quale, per virtù dei fati che sono in essa, si

rivolgono le speranze di tutti i Popoli oppressi. Poche navi

nell'Adriatico, centomila uomini che movano di fianco al quadrilatero su

Venezia, trentamila volontarî cacciati all'Alpi, Garibaldi in lettiga,

come il cieco Ziska nelle battaglie degli Ussiti, tra essi, bastano a

sommovere tutta quella moltitudine d'elementi, bastano a trasformare la

carta d'Europa. La Polonia e l'Italia tengono i due poli d'un asse che

si prolunga dal Baltico fino all'Adriatico. E questa nostra Patria, alla

quale per essere grande fra tutte non manca se non coscienza delle

proprie forze, può, volendo, strozzare in sul nascere, com'Ercole in

culla, il serpente del dispotismo europeo. L'Austria lo sa: i vostri

uomini di governo lo sanno. L'Austria ha fatto prova di tolleranza verso

i Polacchi in Cracovia a impedire, a indugiare almeno il moto in

Galizia, e a illuder gli insorti tanto che non escisse da essi una

chiamata all'Ungheria e agli Slavi meridionali. I vostri uomini di

governo hanno cospirato, a modo loro, e cospirano col principe Michele e

coi capi del Montenegro; sanno da essi le condizioni alle quali accenno.

Perchè non coglierebbero l'opportunità cacciata loro innanzi dal Partito

d'Azione in Polonia? Perchè i battaglioni di fanteria e di bersaglieri

ch'essi mandano affrettatamente in Valtellina, a Vestone, a Sarnico,

altrove, non avrebbero incarico di piombare sopra un nemico minacciato

all'interno su tutta la linea, e d'inalzare la bandiera

dell'insurrezione Veneta, e di lavare a un tratto l'onta di Villafranca?

* * * * *

No; l'onta di Villafranca non sarà lavata, la Polonia non avrà gli ajuti

del Governo Italiano, i Veneti rimarranno per non so quanto condannati a

pascersi d'illusioni. I vostri giornali governativi rivelano senza

vestigio di rossore il segreto di quelle mosse. L'armi italiane

scintillano ai gioghi dell'Alpi per proteggerle contro noi, contro

tentativi possibili, a pro dei poveri Veneti, degli uomini che

liberarono il Mezzogiorno d'Italia. I vostri bersaglieri sono collocati

di fronte agli Austriaci per difenderli da ogni assalto italiano, come i

zuavi di Francia difendono in Roma il Papa. Dormite tranquilli, Croati:

i soldati d'Italia guardano i passi per voi. I sogni di gloria degli

uomini che li mandano non vanno al di là d'un secondo Aspromonte.

Ma perchè? Perchè, tremanti d'ogni straniero, taciti davanti al perenne

insulto dell'occupazione di Roma, incapaci d'una deliberazione ardita a

pro di Venezia e servi anche oggi, quando un Popolo di ventidue milioni

è con essi, della timida, lenta, obliqua politica piemontese, sorgono

audaci e rapidi nei propositi contro ogni supposta mossa di cittadini, e

trovano coraggio d'azione ad ogni sospettare di spia che accenni a

generose aspirazioni negli Italiani? Perchè questi uomini, che a fronte

di due anni di guerra ordinata, alimentata da Roma Papale, non osano

dire agli invasori francesi: _sgombrate la base d'operazione del

brigantaggio_, diventano a un tratto energici per proteggere l'usurpata

frontiera dell'Austria? Perchè, se sospettano che i nostri fratelli

dell'Alpi pensino a insorgere, si frappongono in armi fra essi e noi,

quasi a dir loro: _rimarrete soli e senza il menomo ajuto dai vostri_?

Vogliono Roma, o preferiscono che duri indefinitamente un mortale

pericolo all'Unità? Vogliono Venezia libera o serva? Che importa ad essi

s'altri si avventuri a tentare l'impresa che è da tre anni debito loro?

Qual rischio corrono? Non son certi di cogliere per ora i frutti

dell'altrui vittoria? Non hanno presta, nel caso dell'altrui disfatta,

la discolpa--e ne userebbero largamente--delle persecuzioni sui vinti?

Perchè, se intendono a fare l'Italia, non salutano in core, non si

tengono presti a seguire, dove il successo la coroni, l'iniziativa di

popolo, che sola può cominciare la lotta emancipatrice? Che mai sperano,

se non dall'azione? Non vedono essi che nell'azione è oggi l'unico

argomento potente a convalidare il Diritto? Non vedono l'Europa intera

agitarsi a pro della Causa rappresentata dalle bande Polacche? Perchè

antepongono il silenzio e l'inerzia alla generosa protesta in nome della

quale soltanto essi potrebbero dire all'Europa: _o riconoscimento del

Diritto Italiano o rivoluzione_? Sono essi inetti o tradiscono? Vogliono

l'Unità d'Italia, che sola l'insurrezione può darci, o accarezzano

tuttavia nel segreto il pensiero di _confederazione_, che il loro Cavour

accettava da Luigi Napoleone in Plombières?

Sono inetti e tradiscono. Tradiscono, non dirò del tradimento volgare

che inganna deliberatamente--perch'io non so le intenzioni e quindi non

le accuso--ma del tradimento perenne, ineluttabile, egualmente funesto,

di chi si assume un ufficio senza possedere uno solo degli elementi

necessarî a compirlo. Vorrebbero Roma, vorrebbero Venezia--a chi non

sorriderebbe l'acquisto della doppia gemma?--ma le vorrebbero

dall'Austria, dalla Francia, dalla Diplomazia, da concessioni codarde e

fatali al futuro, da mercati colpevoli verso altri Popoli, da interventi

disonorevoli, da ogni Potenza, da ogni raggiro, fuorchè dall'Italia e

dalla franca, leale, diretta, morale Politica, che dice: _son mie; Dio

le dava all'Italia: il Popolo Italiano compie i voleri di Dio_. Hanno

sognato d'avere Venezia allettando l'Austria a impossessarsi delle terre

Moldo-Valacche, coi capi delle quali ricambiavano intanto proteste

d'amicizia fraterna: sognano d'averla ajutando un giorno l'Austria nella

conquista dell'egemonia Germanica, la Francia in quella delle provincie

Renane; e, quanto a Roma, l'aspettano--Cavour lo dichiarava, applaudito

alla Camera--dalla conversione del Papa e di tutto l'orbe cattolico.

Erano pronti, per avere tre anni addietro Venezia, ad abbandonare ai

disegni napoleonici il Centro; abbandonerebbero oggi, per aver Roma, il

Mezzogiorno d'Italia. Fiacchi sino al ridicolo, mandarono elucubrazioni

rettoriche al Papa, che l'alleato non consegnò. Condannati dall'assenza

d'ogni concetto a rinascenti contraddizioni, proclamarono la vuota

formula _libera Chiesa in libero Stato_ con uno Statuto il cui primo

articolo dichiara il Cattolicesimo religione officiale della Nazione:

bandirono solennemente il Diritto del Paese a Roma, poi annunziarono che

s'asterrebbero da ogni pratica per tradurre il diritto in fatto, e si

tacquero. Da due anni il Papa ha praticamente dichiarato guerra al Regno

d'Italia; da due anni escono da Roma, fatta convegno aperto di

cospiratori protetti dalle bajonette francesi, bande armate di

masnadieri a infestare le provincie meridionali; ed essi si limitano a

una impotente difesa. Leggono nel preventivo Francese del 1864 mantenuta

la cifra che rappresenta le spese dell'occupazione, e non trovano in sè

coraggio che basti, non foss'altro, a protestare pubblicamente davanti

all'Europa e chiederle l'onesta applicazione del _non-intervento_;

e--forti del favore dell'Inghilterra e dei Popoli quanti sono--non hanno

core, dacchè guerra non osano, di dire almeno a tutti, Papa, Francia,

Governi e Popoli: «Lo straniero occupa ad arbitrio la nostra Metropoli e

una zona di frontiera della nostra terra; l'Europa è inerte; il Diritto

è muto per noi; l'azione legale ci è contesa: noi lascieremo aperta la

via ai rimedî anormali. Collocati fra l'usurpazione altrui e il diritto

dei nostri, lascieremo ai nostri libertà d'azione contro l'ingiustizia

dalla quale nessuno protegge l'Italia. Se alle invasioni delle masnade

che vengono da Roma i cittadini risponderanno invadendo essi pure, non

ci opporremo; se, a sottrarsi al continuo pericolo d'una irruzione

dell'Austria, tenteranno sommovere il Veneto e conquistarsi la frontiera

dell'Alpi, non ci opporremo; e nol potremmo senza pericolo. Date

giustizia all'Italia, o rassegnatevi ad avervi un foco perenne di

rivoluzione.» Quel linguaggio, appoggiato da quattrocento mila

bajonette, ci darebbe Venezia e Roma in tre mesi.

Ma per tenere linguaggio sì fatto bisogna avere una _fede_, ed essi non

hanno che _opinioni_ mutabili, tiepide, incerte; bisogna credere nelle

forze che sono in Italia, ed essi si credono deboli e s'affaccendano a

dirlo agli stessi loro soldati: bisogna credere nella potenza del

Diritto, ed essi non credono che nel raggiro, negli artificî della

diplomazia; bisogna avere la scienza, l'intuizione che crea l'avvenire,

ed essi non giurano se non nella scienza delle epoche morte; bisogna

intendersi colle Nazioni vogliose di sorgere, ed essi cospiravano con

Ottone e cospirano con Michele; bisogna osare, ed hanno paura; bisogna

amare ed essere amati, ed essi non sono amati e non amano; bisogna fare

una cosa sola del Governo e del Popolo, ed essi hanno creato e

mantengono un dualismo sistematico fra l'uno e l'altro; bisogna

desiderare, evocare, occorrendo, una iniziativa dalle viscere del Paese

e giovarsene come di punto d'appoggio alla leva, ed essi, incapaci

d'azione propria, aborrono, per timore del futuro, da ogni iniziativa

popolare, aborrono dalla possibilità che il Popolo acquisti coscienza

della propria forza, aborrono dal passato che grida loro: _Marsala e

Napoli_; aborrono dall'avvenire che direbbe loro: _Trento o Treviso_:

bisogna _fare_, promovere, inspirare, dirigere, progredire, ed essi non

sanno altro segreto che di _negare e reprimere_. Hanno raggiunto

l'ideale della repressione, quando, invece di velarsi il capo e gemere

come per lutto nazionale, mandavano, otto mesi addietro, un brevetto di

promozione all'uomo che versava, sulla via di Roma, il sangue di

Garibaldi; raggiungevano, pochi dì sono, l'ideale della negazione,

quando, per timore dell'Austria, negavano nome e qualità d'Italiani ai

romani e ai veneti. Perchè meravigliare se mandano fanteria e

bersaglieri contro ipotesi di tentativi emancipatori--se dicono ai

Croati: _dormite tranquilli; i soldati d'Italia guardano i passi per

voi?_

_Negare e reprimere_: è la formula dei Governi che cadono. I Popoli

vogliono vivere, vivere della vita divina ch'è in essi e si chiama

Progresso: i Popoli che sorgono a vita nuova, segnatamente. Una

_nazionalità_ è un _fine_, un ufficio, una missione, un Dovere

collettivo accennato da Dio: bisogna raggiungere quel _fine_, compiere

quel Dovere: ogni sosta sulla via segnata costa disonore, poi lagrime e

sangue. Il Popolo ha l'istinto di questo Vero. Dove si sente guidato

innanzi, dove trova sviluppo incessante, espansione di _vita_ sulla via

per la quale è chiamato, dove scopre negli atti una virtù _iniziatrice_,

il Popolo saluta una Instituzione, un Governo. Si chiami Dittatura,

Monarchia, Impero o Papato, il Popolo segue e protegge: seguiva i Papi

quand'essi promovevano, nei primi secoli, l'emancipazione degli schiavi,

insegnavano che la Morale era suprema su tutti, padroni e sudditi, e

opponevano la parola religiosa Dovere all'arbitrio, alle usurpazioni dei

re: seguiva Richelieu e Luigi XI, quando la loro tirannide combatteva il

feudalismo e mozzava nel capo la gerarchia dei baroni di Francia:

seguiva Napoleone, quand'ei, nella prima metà della sua carriera,

rappresentava colle bajonette una idea d'Eguaglianza, e lasciava dietro

ogni mossa un Codice, imperfetto ma contenente il riconoscimento dei

diritti civili negati dalla aristocrazia, da principi e papi. Dove cessa

l'_iniziativa_ del Progresso da compiersi--dove l'Instituzione non

rappresenta più il moto, la vita--dove il Governo assume per proprio

simbolo il segno d'una quantità _negativa_, per propria teorica una

teorica di _repressione_, per proprio ufficio quello di _conservare_ e

impedire--il Popolo intende che una sintesi è consumata, che la vitalità

d'un principio è esaurita, che una forma è irreparabilmente logora, e si

volge altrove.

Allora comincia uno spettacolo che la Storia ci addita dieci volte negli

ultimi settanta anni. Da un lato, diffidenza e speranza; dall'altro

diffidenza e paura. Il Popolo pende, per un tempo, incerto, perchè

dubbioso dell'avvenire, ignaro di chi lo guidi, avverso timidamente

all'autorità che lo regge, sospettoso della futura. Quei che siedono al

governo interpretano quella incertezza come noncuranza, impotenza o

mancanza di coraggio, e s'illudono a persistere nel loro funesto

sistema: i corrotti nell'anima fiutano il guasto e s'affrettano a

cogliere i frutti dell'albero che domani forse rovinerà: i tiepidi, che

son pur sempre i più numerosi, si ravvolgono, come chi presente

tempesta, nel manto dell'io, s'astengono da ogni atto virile, da ogni

affermazione di vita, e prolungano le illusioni e la crisi alla quale,

dichiarandosi, imporrebbero fine rapidamente: i buoni, ma fiacchi,

disperano: i buoni arditi, credenti e non curanti di conseguenze per sè,

inalzano, incerti anch'essi da principio e arrendevoli ad ogni

transazione onorevole, la bandiera dell'avvenire. Contro questa

minoranza perturbatrice d'una illusione fatta abitudine, il Governo

s'irrita, e tende a sopprimerla quasi eresia violatrice del dogma.

Incomincia una guerra, sorda dapprima, di spionaggio, d'insidie,

d'accuse calunniatrici, di tentativi di corruzione che trionfano su

taluni, falliscono sugli altri, e li rendono più sempre convinti che

l'Instituzione è guasta e condannata a perire; poi, d'aperta crescente

persecuzione: persecuzione contro le facoltà più inviolabili, più

indivisibili dall'umana natura, l'associazione, l'espressione libera del

pensiero. La resistenza infierisce quella minoranza d'apostoli che,

sgominata sopra un terreno, si riordina sopra un altro, muta forme

d'opposizione, mina segretamente il punto che essa non può assalire di

fronte, stanca con piccoli ma continui assalti il nemico e lo trascina

più in là ch'esso, per tattica, non vorrebbe: di _conservatore_ il

Governo diventa finalmente _retrogrado_. Il Popolo intanto studia tacito

i segni e le vicende di quella guerra, comincia a leggere sulla fronte

di quei perseguitati il proprio segreto, afferra nel martirio affrontato

nobilmente da pochi un pegno delle schiette sincere intenzioni di quei

che piantano la bandiera sulla loro tomba, e accenna ad affratellarsi.

Di fronte al primo pericolo i sostenitori dell'Instituzione minacciata

si dividono in due campi; nell'uno, gli _eclettici_ del Partito, quanti

in fondo cominciano a dubitar del trionfo, tentano conciliazioni

impossibili fra termini che s'escludono, si studiano di sopprimere

l'ostilità d'alcuni fra gli elementi progressivi, aprendo loro un

angusto varco al sacrario dell'Autorità, offrono transazioni impotenti a

fondar la concordia, dànno promesse di meglio che non possono mantenere:

nell'altro, si ristringono i cupidi d'autorità senza limiti,

gl'intolleranti per natura o educazione di corte, gli uomini che hanno

il coraggio inferocito della paura, i pochi ingegni logici che deducono

imperturbabili tutte le conseguenze del loro principio. Dal primo campo

esce presto o tardi, inevitabile conseguenza del difetto di forte

convincimento, uno spettacolo d'immoralità che sparge lo scredito sulla

bandiera; dal secondo esce una perenne minaccia di crisi violenta, che

accende le passioni dei combattenti e comincia a far sentire ai tiepidi

i pericoli d'una condizione precaria e anormale. Il malcontento

s'allarga alla base. Il Governo, pauroso e irritato dai nuovi pericoli,

smarrisce anche quella apparenza di calma e di coscienza di forza che

accennava ancora, nella mente del Popolo, a una Autorità esistente in

esso, e da quel giorno è perduto; da quel giorno comincia per esso uno

stadio fatale, sul quale anche una vittoria è rovina. Se il Potere

s'afforza d'armi e accarezza il _militarismo_, diffonde sdegni e

sospetti funesti negli ordini cittadineschi; se cerca appoggio in uno o

altro Governo straniero, offende l'orgoglio nazionale e si confessa

separato dalla vita della Nazione; se infierisce nella resistenza, è

aborrito come tirannico; se accenna a concedere, sprezzato siccome

debole. Un giorno, gli uomini del campo logico si avventurano a un

tentativo imprudente, a una tarda illegale manifestazione di forza; gli

uomini del campo eclettico si sperdono, come sempre usano, per vie

diverse; le frazioni nelle quali le vanità individuali aveano diviso,

nella sfera intellettuale, il campo d'azione, si raccolgono tutte di

fronte all'assalto nemico. L'Europa ascolta un rumore come di cosa che

rovina. È una Instituzione caduta, trapassata alla vita storica.

Un'altra sorge in sua vece. Il Popolo ripiglia, emancipato, la propria

via verso il _fine_.

È questa una pagina di storia ripetuta sovente negli ultimi due terzi di

secolo in Francia, in Germania, nel Belgio, in Grecia, nella Spagna.

A quale linea della pagina siamo oggi in Italia?

_Aprile, 1863._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 162 / 227 题